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Le storie sconosciute dei martiri di Al Shabaab. Così va avanti da anni lo sterminio dei cristiani in Somalia

giugno 30, 2014 Rodolfo Casadei

Ogni anno decine di cristiani somali vengono trucidati. Sono martiri quasi senza nome: le loro storie compaiono solo su qualche sito internet protestante, ma probabilmente molte vicende restano sconosciute

L’uccisione selettiva di cristiani in occasione degli attacchi di miliziani somali di Al Shabaab in territorio kenyano non è una novità. Quello che è successo nella notte fra il 15 e il 16 giugno a Mpeketoni, sulla costa meridionale del Kenya nei pressi dell’isola di Lamu, allorché nel corso del loro assalto che ha causato oltre 50 morti (foto a destra) i jihadisti si sono premurati di appurare la fede religiosa dei malcapitati in cui si imbattevano e li hanno passati per le armi quando scoprivano che si trattava di cristiani, ha precedenti iniziati il primo luglio 2012. Quella domenica i jihadisti somali assalirono una chiesa cattolica e una chiesa africana indipendente a Garissa, cittadina kenyana di confine, uccidendo 15 persone. Era la vendetta per l’intervento delle truppe del Kenya a fianco di quelle di altri paesi africani nella missione internazionale di soccorso al governo federale somalo, messo alle strette dalla guerriglia degli Shabaab.

Da allora le rappresaglie non sono mai cessate, anche perché gli estremisti hanno fra i loro obiettivi quello di scatenare una guerra di religione intrakenyana fra la maggioranza cristiana e la minoranza musulmana (i musulmani in Kenya sono numerosi nelle zone di confine con la Somalia e lungo tutta la costa dell’Oceano Indiano). Meno noto è il fatto che da anni gli Shabaab praticano la politica dello sterminio nei confronti dei rarissimi cristiani somali, da loro considerati apostati che meritano la morte. La presenza ufficiale del cristianesimo in Somalia è venuta meno di fatto nel 1991, quando la cattedrale cattolica di Mogadiscio venne depredata e gravemente danneggiata con la distruzione del tetto. I sette edifici ecclesiali presenti nel paese sono stati rasi al suolo (la cattedrale è stata definitivamente smantellata nel 2008) e dei 100 cattolici somali computati nell’Annuario statistico della Chiesa non si sono più avute notizie.

Sono però sorte piccolissime chiese domestiche protestanti, frutto del va e vieni di profughi somali coi paesi confinanti. Soggiornando per anni in Etiopia, Kenya e Uganda per sfuggire i ricorrenti combattimenti nel loro paese, molti somali sono entrati in contatto col cristianesimo e un piccolo numero di essi ha aderito alla fede del Vangelo. Tornati in Somalia, hanno continuato a praticare, quasi solo in segreto, la nuova fede. Ma grazie alle spie e a un’azione di sorveglianza asfissiante, gli Shabaab individuano periodicamente le cellule cristiane esistenti nei territori sotto il loro controllo o in quelli dove conducono il loro jihad, e comminano la pena di morte secondo modalità brutali. Senza distinguere fra uomini, donne e ragazzi.

In questo modo ogni anno alcune decine di cristiani somali in incognito vengono trucidati. Sono martiri quasi senza nome: le loro storie e le loro generalità compaiono solo su qualche sito internet protestante, ma probabilmente molte vicende restano sconosciute.

«Spazzeremo via tutti gli infedeli»
Uno degli ultimi episodi di cui si abbia notizia è accaduto nel marzo scorso. Nella città portuale di Barawa, nel Basso Scebeli, il 4 marzo scorso gli Shabaab hanno decapitato una donna 41enne, madre di due bambine, e la sua cugina 35enne dopo aver convocato una folla di residenti della località. Sadia Ali Omar e Moge Osman Mohamoud – questi i nomi delle due donne – avevano vissuto per sette anni a Eastleigh, un quartiere di Nairobi noto come “la piccola Mogadiscio” per l’alto numero di residenti somali in esso presenti. Il marito di Sadia era rientrato malato in Somalia nel 2011 e poco dopo era morto. Lei e la cugina, che la aiutava ad accudire le due bambine, erano rientrate a Barawa nel gennaio 2013, nonostante da quasi quattro anni la località si trovasse sotto il controllo di Al Shabaab. Il loro comportamento però le aveva rese sospette, dal momento che frequentavano raramente la moschea per la preghiera del venerdì e interpellate sulla loro assenza rispondevano di preferire pregare a casa propria.

Prima dell’esecuzione uno dei comandanti dei jihadisti ha detto di fronte alla popolazione radunata: «Sappiamo che queste due persone sono cristiane recentemente tornate dal Kenya: vogliamo spazzare via tutti i cristiani clandestini che vivono nella nostra area». L’aspetto più turpe dell’uccisione delle due donne sta nel fatto che le due figlie di Sadia, di 8 e 5 anni, sono state costrette ad assistere alla decapitazione. In altre occasioni gli Shabaab hanno dimostrato di essere spietati e implacabili con i cristiani, benché questi ultimi non rappresentino nessuna minaccia per loro.

La fuga dalla regione
Esemplare l’incubo che da quasi due anni sta vivendo un gruppo familiare accusato di essersi convertito al cristianesimo. Il 3 settembre dell’anno scorso un ragazzo di 13 anni, Mustaf Hassan, è stato rapito dagli Shabaab a Coriolei, nel Basso Scebeli, mentre tornava da scuola. Il ragazzo viveva con un parente da quando i genitori, alla fine del 2012, avevano abbandonato l’area dopo aver saputo di essere sospettati di conversione al cristianesimo e pertanto in pericolo di vita. Mustaf è nipote di Fartun Omar, una donna di 42 anni trucidata il 13 aprile 2013 dagli Shabaab dopo essere stata fatta scendere da una corriera con la quale stava abbandonando la cittadina di Belet Uen insieme ai suoi cinque figli e a una vicina. Quattro mesi prima, per la precisione l’8 dicembre 2012, il marito di lei, il 55enne Mursal Isse Siad, era stato assassinato in un agguato sulla porta di casa a Belet Uen, dove la coppia si era trasferita nell’aprile di quell’anno dopo che la cittadina era stata ripresa dalle forze del governo federale. Mursal si era convertito al cristianesimo insieme alla moglie nel 2000, e per tale motivo aveva ricevuto fino a quel momento molte minacce di morte da parte degli Shabaab. Dopo il suo omicidio la vedova aveva chiesto e ottenuto per un certo tempo la protezione di Amisom, la missione militare africana in Somalia. Sentendo avvicinarsi il pericolo, aveva deciso di lasciare la regione coi cinque figli, ma a un posto di blocco degli Shabaab 20 chilometri fuori da Belet Uen era stata individuata, separata dai figli fatti ripartire sull’autobus sul quale viaggiavano, e uccisa poco dopo sul bordo della strada.

L’ultima notizia di un cristiano somalo ucciso per la sua fede è del 16 marzo scorso e riguarda una figura di rilievo: Abdishakur Yusuf, leader di cinque comunità clandestine, è stato individuato in un sobborgo di Mogadiscio e ucciso a sangue freddo con molti colpi di arma da fuoco sparati alla testa. Benché sulla difensiva in tutta la regione della capitale, gli Shabaab hanno ancora tempo e voglia di dare la caccia ai cristiani, che poi invariabilmente abbattono. Yusuf lascia una vedova e tre figli di 11, 8 e 5 anni.

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