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Storia di Luca, l’alpino che ha perso l’uso delle gambe in Afghanistan. «La patria chiamò»

ottobre 29, 2012 Benedetta Frigerio

Ferito nel 2011, oggi in carrozzina, continua a servire l’Arma. Raccontando al mondo perché, «tolta la morte del mio compagno, rifarei tutto e torneri in missione»

«Noi italiani ci siamo incolonnati, con i Lince, pronti a intervenire. Ci aspettavamo un attacco anche ai nostri Op, ma grazie a Dio non è successo nulla. Nel corso della tempesta i talebani, nascosti in quella specie di nebbia generata dalla sabbia, hanno attaccato solamente quell’Op americano». È uno dei ricordi di Luca Barisonzi, primo caporal maggiore degli alpini, ferito durante l’attentato del 18 gennaio 2011 in Afghanistan, in cui perse la vita il commilitone Luca Sanna. Barisonzi, che da quel giorno ha perso l’uso delle gambe, racconta tempi.it perché, «eccetto la morte del mio compagno, tornerei indietro e rifarei tutto da capo».

Luca era partito nel 2010 per la missione afghana, «sopratutto per i bambini e le persone bisognose di pace». La chiamata nell’arma è una vocazione: «Mi sono mosso per servire il mio paese e aiutare coloro che sono in difficoltà. Ho avuto fame, nostalgia di casa, ma nulla vale più del sorriso dei bambini che, vegliati da noi, potevano recarsi a scuola sereni». Il desiderio di questo ragazzo era così grande che non si è fatto intimorire da chi gli diceva che la sua missione era folle. «Se hanno ragione si vedrà – mi dicevo – ma almeno potrò dire che ci ho provato. Se torna indietro sarà Luca che avrà deciso e capito di aver sbagliato».

La realtà, invece, conferma al ragazzo che è «doverosa la nostra presenza in quei territori», come scrive nel suo libro pubblicato l’anno scorso, La patria chiamò (edizioni Mursia, 117 pagine, 12 euro). «Ci impegnavamo per conquistare la fiducia degli abitanti, così da portare il cibo nei villaggi, e per rendere più sicura la vita dei civili». Non è un sogno tradito il suo? «Sono partito per servire. Ora da qui lo posso fare meglio, girando per testimoniare contro i falsi slogan che la presenza degli alpini in quelle terre è necessaria». Una forza non comune la sua: «È carattere, e la consapevolezza che se sono sopravvissuto è merito di qualcuno lassù. Ma pure la povertà vista e vissuta mi ha cambiato: ora gusto tutto più di prima, ho maggior consapevolezza del valore di ogni cosa che prima davo per scontata». E poi, cosa la fa sperare ora che è in carrozzina? «E poi c’è la mia famiglia, gli alpini che non mi hanno mai lasciato. E c’è Sarah: la conobbi quando un marine americano mi fece vedere la foto di sua sorella. Io gli dissi: “Bella ma chi è quella di fianco?”. Era Sarah, la cercai su Facebook e da quel momento ci siamo sempre scritti». La loro è un’intensa storia d’amore a distanza. A cui nemmeno l’incidente mette fine. «Sarah partì per venirmi a conoscere mentre ero in ospedale e da quel giorno non è più tornata in America». È anche per lei che il commilitone oggi continua a combattere, «per essere un buon marito, per mia moglie, per poterla accarezzare, per poter fare l’amore con lei. Combatto per poterla amare». Qualcun altro, forse, sarebbe scappato, ma non Sarah. «Dice che si commuove solo vedendomi impegnato nel cercare di muovere la mano per riuscire ad abbracciarla. Dice che questo è un amore forte».

Sarah rimase anche profondamente colpita da una frase di Luca: «Quando usi la testa e il cuore insieme puoi ottenere qualsiasi cosa». Ragione per cui «se un ragazzo mi dicesse che sente e comprende di essere chiamato ad andare in missione per il suo paese, gli direi di provarci». Perché, «sono d’accordo con Theodore Roosevelt, che disse: “Non è chi critica a contare. Non è chi dice che chi agisce avrebbe potuto agire meglio… ma il credito va all’uomo che è davvero nell’arena, il cui viso è sfigurato dalla polvere, dal sudore e dal sangue. A colui che se vince sperimenta il trionfo dell’alto raggiungimento e, se fallisce, fallisce almeno osando grandemente, in modo che la sua anima non sarà mai tra quelle fredde e timide che non conoscono vittoria né sconfitta”».

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