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Storia di Francesco, l’ergastolano. E di come il teatro lo ha “liberato”

maggio 19, 2015 Chiara Rizzo

Il 20 e 21 maggio alcuni detenuti di Opera presentano il concert show “L’amore vincerà”. Uno di di loro ci racconta la sua “resurrezione”

Milano. Il prossimo 20 e 21 maggio, l’Auditorium Gaber ospita per la prima volta uno spettacolo eccezionale soprattutto per gli attori che lo interpretano: i detenuti del carcere di alta sicurezza di Opera. In un’occasione quasi unica, la città potrà incontrare 13 persone che, per lo più, stanno scontando il carcere a vita (con loro sul palco ci sarà anche un solo ex detenuto, uscito solo la settimana scorsa) e scoprire che dietro le sbarre ci sono anche storie di passioni e riscatti difficili da immaginare. Anche il titolo, in effetti, è quanto di più lontano si potrebbe immaginare per uno spettacolo creato e realizzato in carcere: “L’amore vincerà. Concert show per la pace nel mondo”. È diretto da Isabella Biffi, in arte Isabeau, che ha già portato in scena con i detenuti di Opera altri quattro spettacoli (questo progetto rieducativo si autosostiene proprio grazie al prezzo dei biglietti pagati dal pubblico che, ad Opera o in teatri esterni, ha assistito alle rappresentazioni), tra cui Siddharta, composto dai detenuti e dalla regista sul libro di Herman Hesse. Nel 2013 una compagnia di Broadway ha acquistato i diritti proprio di Siddharta, dopo averlo visto ad Opera, e nel 2016 attori professionisti lo riproporranno sui palcoscenici statunitensi. La peculiarità dello spettacolo di mercoledì e giovedì è prima di tutto, come dice Biffi, «che l’arte sta permettendo ad alcuni detenuti di compiere la propria rivoluzione umana».

«LA MIA MEDICINA». Francesco Squillaci, 45 anni, di Catania, è uno dei detenuti del 41 bis. Un “fine pena mai”, come si definirebbe nel linguaggio carcerario. «Un uomo radicalmente diverso», secondo la regista Biffi e il direttore di Opera, Giacinto Siciliano. «Io credo che il carcere di Opera ci abbia salvati, a me e ad altri compagni ergastolani» dice lui a tempi.it. Squillaci è in carcere da 23 anni: «Sono arrivato ad Opera nel settembre del 2005, dopo altri 13 anni di carcere in Sicilia. Nel febbraio 2008 ho saputo di un casting per lo spettacolo di Isabeau. Ho fatto domanda e sono stato selezionato per il provino: su 40 persone, sono stato selezionato insieme ad altri nove. Quando ero ragazzo mi piaceva la musica, avevo fatto il deejay in alcune radio e in una famosa discoteca nella mia città. Ma trovarsi sul palco come attore di un musical è completamente diverso. In ogni caso, a me allora ancora non importava. In quel momento cercavo solo una scappatoia, nel senso che l’unica cosa che mi importava era ottenere qualche permesso per uscire. Volevo fregarli e invece col tempo ho scoperto una vera passione per il teatro. È stato rovesciato il mio modo di vedere le cose. Ora il teatro è la mia più grande passione, e sogno, un giorno, di recitare anche fuori dal carcere. Per me è stata una terapia, è stata una medicina per la mia anima. Come se io prima fossi stato un malato terminale, e all’improvviso qualcuno avesse trovato una cura per me».

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«SI PUO’ CAMBIARE». Squillaci è stato membro di una sanguinosa cosca della Sicilia orientale: «Dopo l’arresto, nelle carceri siciliane non mi veniva data fiducia per riscattarmi. Ero costretto a vivere anzitutto con altre persone che avevano il mio stesso passato e con cui si parlava solo di nuovi progetti criminali. Non c’erano attività da svolgere. A Opera, invece, per la prima volta mi veniva data fiducia». Un giorno in particolare è accaduto un fatto: «Isa ci ha raccontato una sua esperienza personale. Ci diceva che “si può cambiare”. Fino a quel momento io non ero stato un tipo facile. Mandavo a quel paese tutti. Per me non c’erano educatori, direttore, psicologi. Io mi sentivo “il più”: o si facevano le cose come dicevo io, oppure mandavo tutti al diavolo. Intendiamoci, non credo nemmeno nel cambiamento radicale. Ma quel giorno, ascoltando la sincerità di Isa, mi sono detto: “Perché non darle fiducia? Magari è proprio così”».

«MA CHE TI SUCCEDE?». Prosegue Francesco: «Le prime persone ad accorgersi di quanto stavo cambiando, prima ancora di me stesso, sono stati i miei familiari. Prima, anche quando mia moglie veniva a trovarmi, di fatto continuavo ad essere un malandrino. Un mafioso di merda. E le parlavo sempre delle stesse cose, come quando ero fuori. Ad un certo punto ho cominciato a parlare di altro, tanto che un giorno lei mi ha chiesto, commossa e felice: “Ma che ti sta succedendo? Non ti riconosco più”. È stato grazie a questa esperienza che ho finalmente tagliato il cordone con il mondo criminale».

A SCUOLA. Francesco ha avviato un percorso in cui, progressivamente, ha avuto anche modo di dare lui qualcosa al mondo esterno. «Da un po’ di anni, lavoro anche nelle scuole, dove parlo di devianza e bullismo ai ragazzi che mi riempiono di domande. Mi chiedono che reati ho fatto, e poi quante persone ho ucciso. È difficile per me rispondere loro ogni volta. Eppure, man mano che mi conoscono, iniziano a prendere fiducia, si confrontano, mi chiedono consiglio sui cattivi rapporti che hanno con i genitori o gli insegnanti. E io continuo a ripetere: “Guardate che le guide sono importantissime, se non cresci in un ambiente sano e sei solo e fragile, sei fottuto. Io ho iniziato da piccolo proprio perché mi sentivo fragile».

LIBERTÀ. «Sono uscito per la prima volta in permesso premio il 9 ottobre 2013, dopo 20 anni e 8 mesi. Non tutti abbiamo la stessa percezione della libertà. Conosco persone che sono uscite dopo 20 anni che hanno pianto, o che erano “intronate”. Io non ho pianto, e non perché disprezzi il pianto, perché io un uomo che piange lo ritengo un uomo vero. Forse ero così felice, che in un istante ho sentito che non ero mai stato in carcere. La pesantezza di quell’esperienza è svanita vedendo mia moglie e i miei figli. Oggi però mi capita più spesso di piangere ad esempio quando finiamo gli spettacoli, e si avvicinano il direttore o altre persone e ci dicono “Non siete più quelli di una volta”. Mi emoziono perché mi chiedo: “Ma è proprio vera questa cosa qui? È possibile che anche io sia cambiato?”. Sono ergastolano, vivo nell’alta sicurezza. Non ho un fine pena e, se va bene, la mia prospettiva è un cambiamento di regime carcerario, tipo la “declassificazione”. Dall’alta sorveglianza sembra che passerò al regime di media sicurezza, che mi permetterebbe di uscire dal carcere per lavorare di giorno e rientrare la sera. Non so, comunque sono molto fiducioso. Chissà, forse tra vent’anni qualcuno deciderà che l’ergastolo non è l’unica misura possibile per la gente come me, e che dopo così tanti anni di espiazione, si potrà ritornare nel mondo “civile”».


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