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La vita quotidiana di Agata, dipendente di un call center a Catania

settembre 28, 2014 Chiara Rizzo

Vivere a trent’anni con una laurea in tasca in una grande città del Sud: «Ho lavorato per tre anni con l’angoscia del rinnovo del contratto. Poi l’assunzione. Ma è arrivata la crisi, e altri problemi»

«L’articolo 18 non è che ci tocchi più di tanto al momento. Le urgenze, a mio umile avviso e anche secondo molti colleghi, sono altre. Evitare la delocalizzazione che sta investendo le nostre aziende: se non si fa qualcosa non ci saranno più contratti, altroché. E poi ridurre il costo del lavoro. Le aziende non riescono a pagare gli stipendi e, allo stesso tempo, noi lavoratori di quello stesso stipendio prendiamo poco per tasse e le trattenute». Così continua a ripetere a tempi.it Agata, 30 anni, dipendente a Catania della grande azienda di call center Almaviva contact, con sedi in tutt’Italia.

VITA DA PART TIME. Agata è sveglia, pragmatica. Mentre in Italia si accendono i toni della discussione sul Jobs act proposto da Matteo Renzi, e inevitabilmente si dibatte sull’articolo 18, lei ci racconta la sua esperienza personale mettendo a fuoco le caratteristiche del settore che più di altri è il simbolo della precarietà. «Nel 2007 vivevo a Torino, dove mi ero trasferita per studiare all’Accademia teatrale. Sono dovuta rientrare nella mia città d’origine, Catania. Chiaramente mi sono trovata a dover cercare un qualsiasi tipo di lavoro, perché nell’ambito artistico era praticamente impossibile. Così mi sono rivolta ad un’agenzia interinale. Dopo pochi giorni ho trovato lavoro con un contratto part time interinale a tempo determinato in un call center». Già dal nome un esempio della giungla dei contratti attuali. Cosa significhi in concreto, lo descrive lei: «Vivere con l’ansia costante del rinnovo. Mi hanno prorogato il contratto per tre anni, e la durata del rinnovo variava da un mese a sette. Dovevamo essere flessibili alle richieste sugli orari che ci venivano avanzate dall’azienda. I turni base del contratto part-time infatti erano di 4 ore tre le 14 e le 24. Ma spesso abbiamo fatto gli straordinari, dato che ci chiedevano di lavorare circa fino a 8 ore. Con la spada di Damocle del contratto, devi stare alle loro regole, non puoi lamentarti. D’altra parte, va detto che così era conveniente anche per noi. La paga base da contratto part-time è di 650 euro nette (730 lorde): con un affitto, o solo con il bollo dell’auto, andavano subito via. Invece con gli straordinari – e io in media facevo 70 ore in più – arrivavo allo stipendio equivalente di un full time. C’erano tante trattenute, perché il lordo era di 1.500 euro, e al netto prendevo 1.100 euro, però era uno stipendio dignitoso».

L’ASSUNZIONE. Poi ad un certo punto la fortuna è sembrata andare anche nella direzione di Agata. «Nel 2010 l’azienda ha avuto la possibilità di assumere molti di noi con un contratto sperimentale che si chiama Banca ore. In pratica a 700 di noi è stata proposta un’assunzione a tempo indeterminato, per i primi sei mesi con uno stipendio di 600 euro nette, poi era previsto lo scatto e si arrivava a 670 euro netti. Questo contratto inoltre prevedeva che noi dessimo la disponibilità di 460 ore di straordinario all’anno, per 8 ore di turno al giorno, pagate però con un contributo forfettario di 200 euro. Quindi, rispetto a quando ero precaria, sono passata da 1.100 a 800 euro, con lo stesso numero di ore di lavoro. C’è di più: una clausola del contratto prevedeva che se non si riusciva a completare il monte ore, noi dipendenti avremmo dovuto pagare all’azienda i 200 euro forfettari. Fortunatamente la gran parte di noi non ha avuto questo problema, perché c’era molto lavoro. Tuttavia questa nuova proposta ci ha sicuramente dato dei benefici. Abbiamo avuto anche noi, finalmente, tutte le tutele di un contratto nazionale. Il precario interinale non è che non abbia diritto alla malattia: ma se sto male, o mi metto in maternità, non mi rinnovano il contratto. Quindi vivi sempre di fronte a questo bivio: o abbandoni o lavori ad ogni costo. Io sono andata a lavorare tante volte anche con la febbre». Dopo un anno di sperimentazione, nel 2011 i 700 nuovi assunti sono entrati a regime, con una paga regolare anche per gli straordinari.

DELOCALIZZAZIONI. Finalmente tutto per il verso giusto? No. Prosegue Agata: «In quello stesso 2011 sono state le condizioni esterne a cambiare. La nostra azienda lavora per grandi committenti, come Vodafone o Wind. Un paio di anni fa queste aziende hanno iniziato a delocalizzare all’estero, soprattutto in Albania, dove i nostri colleghi costano la metà che in Italia. Così la nostra azienda ha dovuto sottoscrivere un contratto di solidarietà: nel nostro caso al 25 per cento. Significa che in un mese lavoro per cinque giorni in meno, e il mio stipendio viene ridotto di 80 euro. Oggi a Catania lavoriamo in 1.300 dipendenti a tempo indeterminato, e in altri 1.300 con contratto a progetto. Ma sinceramente non è che io mi definisca una lavoratrice “stabilizzata”. Abbiamo il timore della delocalizzazione: cosa succederà se l’azienda dovesse chiudere in Italia?».

«L’ARTICOLO 18? NON È IL PUNTO». Per questo, spiega Agata, «non è che l’articolo 18 ci tocchi più di tanto. Parlando con gli altri colleghi ci rendiamo conto che semmai le cose da riformare sarebbero altre due. Primo, mettere dei paletti alla delocalizzazione, e questo è qualcosa su cui può intervenire solo lo Stato. Per questo la nostra azienda ha avviato un tavolo con il ministero dello Sviluppo economico per cercare di analizzare il problema. Se non abbiamo alcuna tutela e non ci sono paletti dalla delocalizzazione questa riforma non serve. Mi sembra che non si capisca infatti ciò che noi call center stiamo vivendo in prima linea. Se il costo del lavoro crescesse ancora, in Italia noi avremmo meno lavoro e finiremmo più facilmente per strada. Il secondo punto: pensiamo che sarebbe necessario diminuire il cuneo fiscale. Le aziende dicono di non riuscire a pagare gli stipendi italiani, allo stesso tempo noi già guadagniamo poco, perché la maggior parte della nostra busta paga va in tasse. In questi giorni, inoltre, ci chiediamo come si possa creare lavoro con una riforma dei contratti e che tipo di contratti potrebbe poi prevalere».
Ma c’è un ultimo capitolo, di cui in azienda Agata parla molto con i colleghi precari. «Chiedono, e giustamente, la stabilità di un contratto a tempo indeterminato. Siamo convinti che ci siano troppi tipi di contratti, e che invece serva una linea guida unica. L’unica cosa che desiderano i colleghi precari è svegliarsi ogni giorno, senza dover sperare di raggiungere “l’obiettivo” per sbarcare il lunario. Serve uno stipendio base, un salario minimo garantito per tutti. Vorrebbero poter avere una maternità, o una malattia, senza l’angoscia di perdere il lavoro, e la sicurezza per poter costruire il proprio futuro con i propri compagni, comprare casa, avere figli, e non dover sempre soffocare nella paura dei soldi che mancano».

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