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Squinzi (Confindustria): «Non c’è bisogno del contratto unico»

maggio 29, 2014 Chiara Rizzo

Il leader all’assemblea degli imprenditori chiede al governo: «Fate le riforme, ne abbiamo bisogno per creare lavoro, reddito e coesione».

Un discorso aulico quello del presidente di Confindustria Giorgio Squinzi davanti all’assemblea degli imprenditori(«Non ci rassegniamo a un Paese stanco, sfiduciato, vittima di mali antichi, astruso e ostile alla cultura d’impresa», «È il momento di costruire un’Italia nuova»). Promette piena disponibilità al governo, Squinzi. Anche il leader di Confindustria concorda con quanto dichiarato da Rete imprese Italia a tempi.it: «Non c’è bisogno di un nuovo contratto neppure a tutele crescenti» ammonisce, dando un colpo di grazia all’idea di condurre un dialogo con quello stesso governo, che al contratto unico vorrebbe invece dare un ruolo centrale nella riforma del lavoro.

«FATE LE RIFORME NOI CI STIAMO». Per Squinzi «Il mandato popolare a Renzi e al Pd testimonia la voglia di cambiamento che c’è nel Paese. Questa voglia attende fatti che diano sostanza alle riforme e alla crescita», ovvero «incoraggianti segni di cambiamento» e che «la stagione delle riforme istituzionali adesso parta davvero». Poi il leader degli industriali ha ribadito «La nostra disponibilità è immutata e completa», e «fate le riforme, ne abbiamo bisogno per ricreare lavoro, reddito, coesione sociale. Non deludeteci. Senza riforme è impossibile agganciare la crescita».

«BASTANO I CONTRATTI INDETERMINATI PIU’ CONVENIENTI». La ricetta di Confindustria, nel concreto? «Favorire la contrattazione aziendale virtuosa, che lega i salari ai risultati aziendali. Privilegiare la natura dei salari, piuttosto che la loro fonte e consentire di decontribuire e detassare quello di produttività anche se nasce dall’autonoma decisione dell’imprenditore. Semplificare e migliorare la disciplina del contratto a tempo indeterminato, rendendolo più conveniente e attrattivo per le imprese». Però senza allargarsi al contratto unico a tutele crescenti (un contratto a tempo indeterminato anche per chi entra nel mercato del lavoro, che prevede un periodo di prova di ben tre anni in cui si può essere licenziati dalle aziende e non si ha la tutela dell’articolo 18, ndr). La ragione secondo Squinzi è che «non ce n’è bisogno».

«SINDACATI, IL TEMPO DELLE ETERNE LITURGIE È FINITO». Squinzi chiude con un appello ai sindacati: «Guardiamo al mondo. Non chiudiamoci conservativamente nel nostro familiare ma ristretto orizzonte domestico. Il tempo delle eterne liturgie è trascorso. Dal sindacato mi aspetto uno sforzo di innovazione».

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