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Squaw Valley, le Olimpiadi nel villaggio fantasma dove avvenne il “miracolo dimenticato”

gennaio 27, 2014 Emmanuele Michela

Verso Sochi 2014 – L’Olimpiade invernale del ’60 portò gli atleti di tutto il mondo in un villaggio sperduto degli Usa, dove l’hockey americano festeggiò una delle sue più incredibili imprese

squaw-valley-hockeyQuando nel 1956 furono assegnati assegnò a Squaw Valley i Giochi olimpici invernali del 1960, definire quel paese “località sciistica” era davvero una cortesia: non c’era alcun villaggio, solo un albergo da qualche decina di camere e una seggiovia. Di abitanti neanche l’ombra, se non uno, il più famoso e più ricco, Alexander Cushing, proprietario delle quattro cose che sorgevano sul terreno che oggi ospita un resort tra i più noti agli sciatori d’Oltreoceano. E dove appunto nel 1960 si svolsero le ottave Olimpiadi invernali della storia, per la seconda volta negli Stati Uniti dopo l’edizione del 1932 a Lake Placid.

L’INTUIZIONE VINCENTE. E a vedere come si sviluppò la storia, si può ben dire che il vero vincitore di quei Giochi fu lo stesso Cushing, che riuscì a creare praticamente dal nulla un polo sciistico e ad accaparrarsi le Olimpiadi, non senza aiuti dai politici americani. Leggenda vuole che Alexander scoprì Squaw Valley (“la valle delle donne” nella lingua dei nativi americani) a fine anni Trenta attraverso i racconti di Poulson, un pilota della Pan Am che era stato anche custode di un hotel proprio in quel luogo, in California, Sierra Nevada, non lontano dal Lago Tahoe.
«Sarebbe perfetto per costruisci un resort sciistico», gli disse. E quando nel ’40 il nuovo amico acquistò 640 acri di quei terreni, qualche anno dopo Cushing lo seguì mettendosi in affari con lui, costruendo lo Squaw Valley Development Corporation. I due però avevano idee discordanti: l’ex pilota ci vedeva solo un’iniziativa edile, Cushing pensava invece di costruire un vero e proprio business del trasporto di montagna. In poco tempo le idee e lo strapotere del secondo ebbero il sopravvento.

GLI AIUTI POLITICI. Cushing trovò anche il modo di lanciare alla grande la sua nuova azienda: prima convinse il governatore della California ad appoggiare la candidatura di Squaw Valley per i Giochi olimpici, poi si appoggiò a Laurance Rockefeller, esponente di terza generazione della nota famiglia americana, che oltre a offrirgli un aiuto economico fece pressioni sul Cio Usa perché si mettesse dalla parte di Cushing. Il gioco era fatto e quando il Cio dovette scegliere tra il nuovo polo sciistico americano e rinomate località europee come Saint-Moritz e Innsbruck, Squaw Valley la spuntò per appena due voti.

IL “FORGOTTEN MIRACLE”. Anche per questo furono dei Giochi estemporanei e dal clima tutt’altro che consueto. Per difficoltà organizzative tanti atleti diedero forfait (150 partecipanti in meno rispetto alla precedente edizione) e ne risentì soprattutto il bob: c’erano solo nove squadre iscritte, troppo poche secondo gli organizzatori per azzardarsi a costruire una pista che poi avrebbe rischiato di cadere in totale abbandono. Le altitudini troppo elevate (non si partiva da meno di 1.900 metri per qualsiasi disciplina) resero difficili diverse prove, specie quelle dello sci nordico.
Ma gli americani riuscirono comunque a togliersi molte soddisfazioni: prima con una spettacolare inaugurazione dei Giochi pensata da Walt Disney, poi con la vittoria della rappresentativa a stelle e strisce nell’hockey, il cosiddetto “Forgotten Miracle” (Foto in alto). Dimenticato (“forgotten”) perché meno celebre rispetto a quello che 20 anni dopo si guadagnerà anche un film, ma comunque degno di nota perché un gruppo di atleti amatoriali fecero fuori il favorito Canada e, ancor di più, l’Unione Sovietica, squadra che schierava atleti professionisti “nascosti” sotto rappresentative di ordini militari.

VERSO SOCHI. Gli altri articoli:

– Giamaica, la nazionale di bob torna alle Olimpiadi. Tutto come in Cool Runnings (pure meglio)
– Il più bel salto di Birger Ruud fu l’ultimo, quello dopo la prigionia nazista

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2 Commenti

  1. fg scrive:

    in pratica la storia di un fallimento in salsa massonico affaristica. Associare poi la parola miracolo alla vittoria di una squadra di hockey, di cui non sappiamo se fosse pari pari a quella sovietica, mi pare un po’ blasfemo. chissà perché quando si crine di sport e di storia sportiva si eccede sempre e l’entusiasmo sfocia nel banale. auguri.

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