tempi.speciale meeting Venerdì 03 Settembre 2010 
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Avessimo un Peguy in cattedra

I limiti di una conoscenza che non ha più mappe e bussole per orientarsi. Parla Lorenzo Ornaghi

di Emanuele Boffi
 Era il 1992 e in Francia fu pubblicato Le Mécontemporain, un libro sul versatile scrittore cattolico Charles Péguy. L’autore, il filosofo ebreo Alain Finkielkraut, spiegò in un’intervista al mensile 30 Giorni che l’aspetto che più l’aveva affascinato di Péguy era la categoria di avvenimento: perché, spiegò Finkielkraut, a differenza della ripetitività del pensiero moderno in cui «nessuna alterità sussiste, tutto è già previsto e calcolato», nello scrittore cattolico «l’avvenimento è qualcosa che irrompe dall’esterno. Un qualcosa di imprevisto. È questo il metodo supremo della conoscenza. Bisogna ridare all’avvenimento la sua dimensione ontologica di nuovo inizio. È un’irruzione di nuovo che rompe gli ingranaggi, che mette in moto un processo». Oggi questa frase è stata scelta dagli organizzatori del Meeting come esergo della trentesima edizione della manifestazione, “La conoscenza è sempre un avvenimento”.
Per Lorenzo Ornaghi, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e docente di Scienza politica, le parole di Finkielkraut sono tuttora efficaci «per addentrarsi nel tema della conoscenza. E direi che sono anche molto coraggiose, visti i tempi che viviamo. Tempi in cui la domanda su che cosa sia la conoscenza non è al centro di una seria riflessione, a volte, purtroppo, persino nelle stesse aule universitarie. Perché esistono docenti a tutti i livelli che, avviluppati nel conformismo culturale o sociale, riducono la conoscenza a un puro “conoscere di più”, a un semplice incremento – effettivo o invece, non di rado, superficiale e apparente – del sapere. Ma così conosciamo veramente o semplicemente entriamo in possesso di un maggior numero di nozioni?». Per fortuna, non è tutto così nero. «No, anzi. Scopo dell’università è suscitare domande, è far emergere i “perché”. Per fortuna esistono ancora oggi docenti confidenti nel fatto che si possa iniziare un vero percorso di conoscenza con la domanda stupita del bambino che chiede il “perché” di tutto».
È quel compito di «recupero della vastità della ragione» che Benedetto XVI, nel suo celebre discorso di Ratisbona, ha consegnato proprio all’università. «Un grande compito. La ragione è il segno e il suggello più grande dell’uguaglianza umana; ed è anche ciò che ci fa apprezzare le variazioni nella storia, accanto alle sue regolarità, e le diversità». È ciò che ci porta ad allargare i confini della nostra curiosità, «e a non intendere la conoscenza solo ed esclusivamente sotto il profilo della sua utilità, un’utilità che è, poi, spesso solo presunta». È colpa di un «certo economicismo, che sta alle radici del pensiero sia marxista sia liberale, se oggi noi riteniamo che abbia valore solo ciò che è materiale, misurabile, utile. Così, però, abbiamo ridotto la conoscenza a mezzo per ottenere altri mezzi. Così rischiamo di escludere dal campo di ciò che ci interessa l’antropologia e la morale, come se fossero ambiti del sapere che reputiamo ormai “antichi”, in cui ormai non dobbiamo più applicarci per progredire e far crescere la conoscenza».

Non abbiamo più bisogno di bere?

Non solo l’antropologia e la morale, anche la fede sembra essere stata esclusa dal campo del conoscibile e del razionale. Anche Papa Benedetto XVI in un’intervista a una tv tedesca ha riconosciuto che «oggi credere è diventato più difficile, poiché il mondo in cui ci troviamo è fatto completamente da noi stessi e in esso Dio, per così dire, non compare più direttamente. Non si beve alla fonte, ma da ciò che, già imbottigliato, ci viene offerto». «Credere – concorda Ornaghi – è più difficile perché oggi gli schemi culturali predominanti e le più diffuse rappresentazioni sociali tendono a intorpidire le domande e i desideri. Per usare l’immagine del Pontefice si potrebbe dire che la nostra è una società che ormai non cerca più nemmeno la fonte, come se non solo non sapesse più, privata di bussole, trovare le sorgenti, ma ormai presumesse di non aver più bisogno di bere. Invece sarebbe necessario un risorgimento culturale, nella direzione auspicata da Finkielkraut, che sappia prendere avvio da ciò che, appunto, accadendo in maniera inattesa o imprevista chiede di essere realmente conosciuto».   

 

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