21 Luglio 2009
Blue Lou Marini
Il leggendario sassofonista dei Blues Brothers e O sole mio come non l’avete mai (ma proprio mai) sentita. «Torno a suonare per voi e per i carcerati di Padova. Vi farò shakerare, my friend»
di
Benedetta Frigerio
Nel film The Blues Brothers, “Blue Lou” era «in missione per conto di Dio» e per quella missione lasciò il posto da lavapiatti per tornare ad abbracciare il suo sassofono accompagnato dalle parole “Oh Freedom” di Aretha Franklin. Se con la Blues Brothers Band rivoluzionò negli anni Ottanta il mondo del blues, aggiudicandosi il posto nello storico show The Saturday Night Live, componendo, arrangiando e suonando con artisti del calibro di Eric Clapton, Stevie Wonder, Frank Zappa e con band leggendarie come Aerosmith e Rolling Stones, questa volta il sassofonista, si spinge oltre. «Questa volta – azzarda – l’ho rischiata molto più grossa».
Così, il leggendario Lou, definito da uno dei più grandi critici di Jazz, John S. Wilson sul New York Times come «il punto focale del gruppo, quello che gli dà colore e lo fa con una voce trascinante e melodica», per la quinta volta torna al Meeting di Rimini. E viene per presentare l’evoluzione di un’amicizia nata cinque anni fa tra i padiglioni della fiera e oggi ascoltabile in un album uscito lo scorso dicembre, O soul mio. Arrangiato da Marini e composto da una band milanese, la Blues4people, nata negli anni Novanta da un gruppo di universitari legati da una forte amicizia e dalla passione per un genere musicale che fa mulinare gambe, braccia e cervello come pochi altri.
Siamo bravi ragazzi. Santi? Non ancoraL’incontro fra l’artista e i musicisti italiani avviene nel 2004, durante il concerto di chiusura della band italiana al Meeting . Marini, nel bel mezzo dello show, salì sul palco e improvvisò un ballo, mandando in visibilio il pubblico. «Dopo l’evidente sgomento dei musicisti italiani fu un crescendo – ricorda Marini –. La sintonia fu immediata e capii subito che non era solo musicale. Un miracolo se si pensa che loro sono italiani, mentre io vengo da un contesto musicale di tutt’altro genere». Dalla sua parte, forse, anche le origini italiane e la passione per il Belpaese «che mi fece innamorare al primo appuntamento». Al Meeting Lou ci era venuto grazie all’amicizia con il compositore e pubblicitario newyorchese David Horowitz, ospite noto della kermesse. «Poi, da quella volta, iniziai a venire anche per quei ragazzi. Da allora, non ci siamo più “mollati”. Sono tornato con la Blues Brothers Band per supportare i nuovi amici in tutte le tappe più importanti dei loro tour italiani. L’ultima volta, nel dicembre 2008, siamo stati a Padova e a Milano».
Dal 2006, i Blues4People si sono costituiti in associazione per veicolare musica a scopo formativo e di aggregazione e per finanziare un’opera educativa del milanese, la scuola In-Presa di Carate Brianza. Perciò, se si chiede a Marini come mai ha accettato di spendere tempo ed energie con la band italiana senza guadagnare, quando può farlo senza troppa fatica in tournée importanti, come l’ultima con James Taylor, risponde che «è sicuramente utile fare tanti soldi. Ma imparare da nuove esperienze e incontrare altri artisti “è il massimo”. E poi le due cose si possono conciliare benissimo. Mi è capitato spesso di offrire parte dei miei guadagni in beneficenza». «Inoltre – chiosa divertito – si può essere più generosi solo con più pasta in pancia. Con i Blues4people ci basta coprire le spese. Insomma, siamo bravi ragazzi. Santi? Non ancora».
O mia bella Madunina versione funky«Da queste collaborazioni live siamo arrivati all’ultima sfida», che Lou, innovatore di un genere, definisce «la più ardua». Cosa è accaduto? «Carlo Fumagalli, il vocalist dei Blues4People, nel dicembre 2007 mi piombò in casa a New York con gli altri membri del gruppo. Aveva con sé un cd di musica popolare italiana. Non capivo. Mi spiegò che ne voleva fare un album blues. Mi sembrava assurdo, ma alla fine accettai». Cosa lo strappò dall’iniziale scetticismo «fu solo la passione e l’amicizia di quei ragazzi che vinse tutti i miei dubbi». Così i due gruppi iniziarono a lavorare insieme, componendo e riarrangiando ben quindici canzoni: «Lavorammo sodo, col sedere incollato al salotto di casa mia, per quattro giorni di fila. Quello che ho capito è che dovevo conoscere la storia di quelle canzoni, di Porta Romana e O sole mio: ho cercato di rispettarle, non volevo stravolgerle. Bisognava che restassero loro stesse mentre diventavano blues». L’esito del lavoro è quello sperato, l’avvicinamento armonico di due mondi apparentemente inconciliabili: «Ora posso dire che i brani rispettano la loro melodia originale. Anzi. Arrangiati secondo il sound del rhythm and blues e del funky sono rinate». Un esempio? «O mia bella madunina è rimasta se stessa anche ritmata dalle trombe e cantata con voce roca, tipo quella di Sweet home Chicago». E se sia stata la sola amicizia a fare l’incanto si capisce che c’è qualcosa di più che per Blue Lue si chiama «work, work and work».
L’arrangiamento di cui va più orgoglioso è certamente quello di O sole mio: «In America la melodia di questa canzone è famosissima. Molti musicisti ne hanno fatto una loro versione, il più delle volte emozionale, quasi pacchiana, tanto da diventare un ritornello vecchio e incapace di comunicare qualcosa di nuovo. L’impresa era difficilissima. Decisi di impostarla su toni malinconici e rarefatti, come i suoi originali, rispettando l’intento del suo primo autore. La band ha colto lo spirito e l’ha interpretata in modo così vero che mi ha commosso».
A dicembre la Blues Brothers Band e i Blues4people hanno presentato il loro nuovo cd ad un pubblico molto particolare: i detenuti del carcere “Due palazzi” di Padova, alcuni dei quali torneranno ad ascoltarli a Rimini. Per Lou «questo è un grande regalo. Suonare in prigione è stato come riportare in vita l’ultima scena del film. E noi non vediamo l’ora di “shakerare” i carcerati di nuovo. Ci divertiremo come dei pazzi».