21 Luglio 2009
Sia lode alla carne
E' un «ebreo di nome arabo e di confessione cattolica», che parla di sesso, eutanasia, amore, vita. Il filosofo Fabrice Adjadj al Meeting: «è necessario pensare insieme al corpo. Il pensiero risolve i problemi solo se si apre al mistero»
di
Rodolfo Casadei
Arriva un genio che parla e scrive in francese. Ha 38 anni, insegna in un liceo e nel seminario diocesano di Tolone, primo porto militare di Francia là dove finisce la Costa Azzurra, e ama presentarsi come «ebreo di nome arabo e di confessione cattolica». Si chiama Fabrice Hadjadj ed è un filosofo, una specie di Nietzsche cattolico. Che produce aforismi fulminanti. Come quelli che riserva all’eutanasia: «Colui che pretende di risparmiarvi una vita dolorosa, state certi che non vi risparmierà». «Le persone crepano di non avere più niente per cui morire». «Si danno la morte perché nessuno propone loro la Verità a cui dare la vita». O sulla retorica dell’amore, cui tutto è concesso: «Amo mia moglie, ma amo anche le cozze alla marinara. L’amore si specifica in funzione del suo oggetto. Senza di ciò, è un amore senza l’essere». O sulla filosofia: «La filosofia è il detective del quotidiano. Non indaga su un crimine complicato, ma sul normale, e trova ciò molto più palpitante».
È anche uno scrittore, un drammaturgo, un saggista della stoffa di un Charles Péguy o di un Gilbert Chesterton. Titolare di una prosa barocca e multiforme che improvvisamente sfocia nel lampo del rigore razionale alla Tomaso d’Aquino, palese ispiratore di molto del pensiero di Hadjadj. È un cultore del paradosso, della provocazione intelligente, dei giochi di parole (e qu

i si nota un debito con Lacan). Potrebbe non esserlo un tipo i cui ultimi due libri si intitolano Réussir sa mort – Anti-méthode pour vivre (400 pagine) e La profondeur des sexes – Pour un mystique de la chair (300 pagine)? Uno che sulla morte non ha paura di scrivere che «un’immortalità temporale ci intrappolerebbe per sempre nella morte della nostra anima, nella meschinità e nel senso di autosufficienza. Non avremmo mai la possibilità di darci interamente. Non saremmo mai posti davanti al nostro niente». O che dell’amplesso scrive senza falsi pudori: «Quel che ci distingue profondamente dagli animali è che noi possiamo “fare l’animale con due schiene”. Il congiungimento avviene nella direzione dell’avvicinamento reciproco, nella continuità dell’incontro. Fra gli altri mammiferi, il maschio sale da dietro sulla schiena della femmina». Il tutto in un francese turgido e letterario che metterà alla prova le vostre capacità di comprensione ma insieme vi delizierà come una ricca pietanza. Perché, naturalmente, Hadjadj ha scritto una decina di libri ma fino a questo momento tradotti in italiano non ce n’è nemmeno uno (forse entro la fine dell’anno ci sarà quello sulla profondità dei sessi).
La possibilità di ascoltare Hadjadj si materializzerà il 27 agosto alla XXX edizione del Meeting, in occasione dell’incontro “Immagini della ragione”, dove il filosofo francese condividerà la scena con Giancarlo Cesana, docente di medicina e responsabile di Comunione e Liberazione.
Professore, al Meeting di Rimini lei interverrà sul tema “Immagini della ragione”. Cosa cercherà di dire soprattutto?Confesso che è presto per parlarne. Spero che l’estate mi porti consiglio, perché il tema è vasto e se ne potrà affrontare solo una parte molto piccola. Ma bisogna notare da subito il suo carattere paradossale. Non si tratta di “idee della ragione”, né di “concetti”, né di “tesi”. Si tratta di “immagini”. Ciò perché noi non conosciamo la nostra ragione in maniera diretta, ma attraverso delle immagini, perché siamo degli esseri la cui conoscenza comincia a partire dai sensi. Ed è anche raro che abbiamo una percezione razionale della ragione, specialmente ai giorni nostri, allorché la riduciamo a una potenza di calcolo, di sperimentazione, di performance; allorché la separiamo al medesimo tempo sia dalla carne che dalla fede. Quel che mi sembra importante ricordare è che, ben lontano dalle immagini che di essa ha prodotto la società industriale, la ragione è contemplativa e incarnata. Che è necessario pensare insieme al corpo. E che il pensiero risolve i problemi solamente se si apre al mistero. In poche parole, la razionalità si compie meno nella tecnica che nella lode. Solo se comprenderemo questo potremo evitare la devastazione del mondo. Di solito si pensa che la posta in gioco consiste nell’inventare nuovi strumenti di controllo, ma la vera urgenza consiste nel liberare la nostra capacità di accogliere, nel riconoscere che il mondo non è fatto anzitutto per essere consumato, ma per essere cantato.
A proposito di consumismo, lei usa spesso questa chiave di lettura nel suo ultimo libro, La profondeur des sexes. Qual è il messaggio più importante di questo testo?Difficile riassumere in poche parole qualcosa che attiene alla «profondità»: finirei per renderla superficiale e per ridurla alla dittatura dello slogan. Posso dirle tuttavia qual è il punto di partenza: la pretesa “liberazione sessuale” non è in verità che una mutilazione, un rigetto della sessualità. Essa consiste letteralmente non già nel liberare il sesso, ma nel liberarsi del sesso. E quello che dico non contiene nessun giudizio di valore, si tratta semplicemente di una descrizione dei fatti. Effetivamente la “liberazione sessuale” propone questo oggetto contraddittorio, immaginario e disincarnato: una sessualità senza storia (nessun dramma della fedeltà), senza sessuazione (la differenza sessuale non è più essenziale), senza fecondità (la procreazione, anziché essere vista come la realizzazione della sessualità, appare come un ostacolo a questa realizzazione), e infine senza carne: quando l’unica cosa importante è provare piacere, bastano un buon film pornografico o una pillola dell’orgasmo. Dunque siamo di fronte a un sesso senza sessi e senza seme. All’opposto la Chiesa, al contrario di quanto sostengono alcuni ecclesiastici troppo moralizzatori, è favorevole al sesso fino in fondo. Essa è esperta di sessualità. Perché quando denuncia la fascinazione del preservativo e della contraccezione, essa si oppone a tutto ciò che distrugge la sessualità per farne una pulsione consumistica, e afferma al contrario un sesso senza riserve, senza preservazione, ricettivo e non preservativo, arrivando fino a quella dilatazione che vi orienti sempre meglio verso l’altro, che si tratti dell’altro sesso, dell’altro in quanto figlio, o ancora, attraverso la bellezza e la promessa, il Totalmente Altro di Dio.
Questo tema del darsi all’altro è molto presente anche in un altro suo libro, Réussir sa mort, che in Francia è stato insignito del Grand Prix Catholique de Littérature nel 2006. Qual è la tesi essenziale del libro?Il libro presenta una tesi molto semplice: se le persone si danno la morte, con un gesto improvviso o poco alla volta, è perché non hanno più niente per cui dare la loro vita. Ora, tutti dobbiamo morire, perciò la questione che si pone è di sapere quale felicità è compatibile con la morte. Tale felicità non può che essere quella che fa della vita un’offerta. In effetti, non abbiamo altre alternative: o il suicidio, o il martirio; cioè o ci lanciamo in una vita mediocre, senza senso, fredda e piena di risentimento, o testimoniamo per la Vita con tutte le forze. Le persone hanno più desiderio di darsi di quanto non si immagini. Il problema è che non glielo si chiede a sufficienza, non si ha abbastanza fiducia nella loro capacità di dono e di gioia.