tempi.intervista Giovedì 18 Marzo 2010 
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Masab Joseph Yousef

L'infanzia a pane e sharia, il capo di Hamas in casa, l'odio per Israele. Poi la conversione al cristianesimo. L'incredibile storia del ragazzo che ha lasciato tutto per una parola che non aveva mai sentito

di Avi Issacharoff
  California

Un attimo prima di iniziare la cena, Masab, figlio di Sheikh Hassan Yousef, capo di Hamas in Cisgiordania, lancia uno sguardo all'amico lì con noi al ristorante. Si sussurrano qualcosa e dicono una preghiera, ringraziando Dio e Gesù per il cibo che hanno. Ci vogliono alcuni istanti per digerire quest'evento: il figlio di un parlamentare di Hamas che è anche la figura più famosa dell'organizzazione islamica estremista in Cisgiordania, il giovanotto che per anni assistette suo padre nelle sue attività politiche è diventato un cristiano.

Poco dopo si gusta il suo pasto, spiegando che ultimamente, a causa di problemi finanziari, non sta mangiando molto. In quest'ultima settimana ha vissuto con un amico, naturalmente cristiano, che ha conosciuto in chiesa. «Senza di lui - spiega - sarei senza tetto». Il giovane Yousef, capisce bene le implicazioni di questa intervista, probabilmente offenderà la sua famiglia, e probabilmente non potrà mai più rientrare a Ramallah. Ma, apparentemente, la sua è una crociata personale. «So che sto mettendo in grave pericolo la mia vita e che potrei perfino perdere mio padre, ma spero che lui capisca tutto questo e che Dio dia a lui e al resto della mia famiglia la pazienza e disponibilità di aprire gli occhi a Gesù e al cristianesimo. Magari un giorno potrò rientrare in Palestina, a Ramallah insieme a Gesù, nel Regno di Dio. «Ora mi chiamo Joseph (Giuseppe)», spiega fin dall'inizio. Poco prima mi aveva accolto con qualche frase araba: «Ahalan wasahalan (sono molto contento di averti qui)»; e poi passando all'ebraico ha sorriso: «Shalom, ma nishma (come va)?».

Ci conoscemmo quattro anni fa, davanti alla prigione militare al Campo Ofe, solamente mezzo chilometro dalla casa di famiglia nella città di Bitunia, vicino a Ramallah. Suo padre Hassan Yousef (Abu Masab), al tempo non ancora membro del Parlamento, era uno dei fondatori di Hamas in Cisgiordania e uno dei capi dei prigionieri che doveva essere liberato dopo vari anni passati in carcere a causa della sua appartenenza all'organizzazione. Per pianificare un'intervista con lui dovetti parlare col suo figlio maggiore, Masab, che, si pensava allora, avrebbe preso parte negli affari politici del padre per il futuro. Quando lo vidi nel parcheggio della prigione, fui molto sorpreso dalla sua apparenza. Si discostava notevolmente dall'abbigliamento previsto per i parenti di un capo di Hamas. Sbarbato, nemmeno un pizzetto, sfoggiava una capigliatura occidentale, jeans e una giacca di pelle da motociclista. Ma il tumulto dei media all'apparizione di suo padre mi fece dimenticare quel suo aspetto così "fuori luogo".

Da quel giorno, il giovanotto non è cambiato tanto. Ha trent'anni e ha perso vari chili («perché non mangio tanto»), ha i capelli corti, è abbronzato e assomiglia al solito israeliano californiano. La maggior parte dell'intervista è in inglese, per consentire al suo amico Ryan di seguire. «Da bambino sono cresciuto in una famiglia molto religiosa, tirato su col principio dell'odio per gli israeliani. La prima volta che ne incontrai alcuni fu a dieci anni, quando dei soldati entrarono in casa nostra e arrestarono mio padre. Fino a quel momento non ero mai stato separato da lui. In famiglia non sapevamo nulla delle circostanze dell'arresto. La sua appartenenza ad Hamas era una questione segreta e sicuramente non pensavamo che fosse uno dei fondatori. Io non capivo nulla di politica o di religione. Sapevo solo che l'esercito israeliano aveva arrestato mio padre varie volte, e per me lui era tutto: un uomo buono e affettuoso che avrebbe fatto qualsiasi cosa per me. Si prendeva cura di noi, ci faceva regali, dava tutto se stesso, mentre i soldati erano quelli che entravano in casa e lo strappavano via da me. Alle superiori studiai la sharia, la legge islamica. Nel 1996, a diciotto anni, fui arrestato dalle Forze di Difesa israeliane perché ero il capo della Associazione islamica della mia scuola, una sorta di movimento per i giovani dell'organizzazione. È così che è iniziato il mio risveglio».

Cosa successe?

«Fino a quel momento sapevo di Hamas solamente tramite mio padre, che conduceva una vita da persona buona e modesta. All'inizio ammiravo l'organizzazione, ma più che altro perché ammiravo mio padre così tanto. Ma nei sedici mesi che trascorsi in prigione fui messo davanti alla vera faccia di Hamas. È semplicemente un'organizzazione negativa, essenzialmente negativa. Ero lì, a sedere nella prigione Megiddo e capii cos'era la vera Hamas. I loro capi ricevevano condizioni migliori, il cibo migliore, più visite dalle famiglie e anche asciugamani per la doccia. Queste persone non hanno alcun senso di moralità, non hanno integrità. Ma non sono stupidi come Fatah, che deruba davanti a tutti e quindi viene subito sospettata di corruzione. La gente di Hamas riceve denaro in modi disonesti, lo investe segretamente mantenendo uno stile di vita apparentemente semplice. Ma prima o poi userà questi soldi e fregheranno tutti. Nessuno quanto me conosce loro e il loro modo di operare. Per esempio, mi ricordo che la famiglia di Saleh Talameh, membro del braccio militare di Hamas assassinato da Israele, fu costretta a supplicare per assistenza finanziaria perché fu lasciata a mani vuote dopo la sua morte. I capi di Hamas li abbandonarono come anche le famiglie di altri shaheeds (martiri), mentre i membri superiori dell'organizzazione sprecavano decine di migliaia di dollari al mese solo per la sicurezza personale».

Per esempio?

«Anche alcuni dei capi attuali di Hamas furono coinvolti in passato nel "braccio di sicurezza" nelle prigioni. Erano sospettosi nei confronti dei prigionieri che passavano troppo tempo nel bagno, anche se solo per problemi di stomaco. Sospettavano che il prigioniero stesse passando delle informazioni oppure che stesse avendo rapporti sessuali con altri uomini. Un omosessuale. I gay erano immediatamente sospettati di collaborare con il nemico. Fu lì che capii che non tutti i membri di Hamas erano come mio padre. Lui è un uomo buono e amichevole, ma io scoprii la malvagità dei suoi colleghi. Dopo il mio rilascio, persi la fede che avevo in quelli che apparentemente rappresentavano l'islam».

Ti torturarono?

«No. Io godevo di una sorta di immunità dato l'alto rango di mio padre».

Masab Joseph ha cinque fratelli e due sorelle. Li sente regolarmente e li tiene aggiornati della sua situazione. Allo stesso tempo, fino a poco tempo fa, non aveva detto alla sua famiglia della sua conversione al cristianesimo, e al momento dell'intervista suo padre lo sheikh ancora non lo sa. Nonostante la segretezza della conversione, a volte Masab Joseph sembra proprio un missionario veterano che cerca di cambiare comunità intere. «Vedrai, questa intervista aprirà gli occhi di tanti, darà una scossa alle radici dell'islam, e non sto esagerando. Conosci altri figli di capi di Hamas, educati con i principi dell'islam estremista, che gli vanno contro? Anche se non sono mai stato un terrorista, ero parte di loro, circondato sempre da loro».

Come sei venuto in contatto con il cristianesimo?

«Tutto iniziò circa otto anni fa. Ero a Gerusalemme e ricevetti un invito per andare a sentire parlare del cristianesimo. Sono andato per pura curiosità e mi sono ritrovato molto entusiasta di quello che avevo sentito. Ho iniziato a leggere la Bibbia quotidianamente e ho continuato le lezioni di religione. Tutto questo, naturalmente, in segreto. Ero solito viaggiare fino alle colline di Ramallah, posti come il quartiere al Tira, per mettermi a sedere silenziosamente a leggere la Bibbia davanti al paesaggio incredibile. Un versetto come "Ama il tuo nemico" ebbe un impatto enorme su di me. A quel punto ero ancora musulmano e pensavo che sarei rimasto tale. Ma ogni giorno vedevo le cose terribili fatte nel nome della religione da quelli che si consideravano "grandi credenti". Ho approfondito i miei studi sull'islam ma senza trovare nessuna risposta. Ho riesaminato il Corano e i princìpi della fede trovandoli errati e fuorvianti. I musulmani hanno adottato riti e tradizioni da tutte le religioni che si trovarono intorno».

Obietto che questo è ciò che fecero tutte le religioni, ma lui non risponde direttamente. «Io penso - continua - che il cristianesimo ha vari aspetti. Non è solo una religione ma una fede. Ora vedo Dio tramite Gesù e posso parlare di lui per giorni e giorni di fila, mentre i musulmani non potrebbero dire niente di Dio. Per me l'islam è una grande menzogna. Quelli che presumibilmente rappresentano la religione ammirano Maometto più che Dio, uccidono persone innocenti nel nome dell'islam, picchiano le proprie mogli e non hanno un'idea di chi sia Dio. Senza dubbio andranno all'inferno. Io ho solo un messaggio per loro: c'è solo un percorso per il paradiso: quello di Gesù che si è sacrificato sulla croce per tutti noi».

Quattro anni fa ha deciso di convertirsi e dice che nessuno della famiglia lo sapeva. «Solo i cristiani che conobbi e con i quali stavo seppero della mia decisione. Per anni aiutai mio padre, il capo di Hamas, e lui non sapeva che mi ero convertito, solamente che avevo amici cristiani».

Mi ricordo come ti vestivi al tempo. Come era accolto il tuo aspetto in Hamas?

«Devi capire che non sono mai stato uno di loro. Anche se aiutavo mio padre e lo accompagnavo, io ero sempre contrario all'uso del terrorismo. Ai membri di Hamas non piacevo. Non andavo a pregare nelle moschee, stavo con estranei. A loro non piaceva la mia giacca di pelle, tanto meno i miei jeans. La consideravano una deviazione dalla retta via. Ma io aiutavo mio padre nei suoi affari perché era mio padre, non perché era un capo di Hamas. Non sono un attivista di Hamas convertito al cristianesimo. Non è quella la storia. Volevo aiutare mio padre a capire che fare del male a gente innocente è proibito e tramite lui volevo magari cambiare il modo di pensare anche degli altri».

Qual è l'atteggiamento di Hamas verso i cristiani? E quello di tuo padre?

«Quando stavo con mio padre, io, in sostanza, spingevo un capo moderato di Hamas a prendere decisioni logiche, come quella di fermare gli attacchi per stabilire due Stati uno di fianco all'altro. Io mi sentivo responsabile. Era meglio che ci fossi io lì piuttosto che una banda di scemi ad avvelenargli la mente. Io provai a capire quelle persone, i loro pensieri, in modo da cambiarli da dentro tramite una persona forte come mio padre, che nel passato ammise con me di non appoggiare gli attacchi suicidi. Lui pensa che fare del male a persone innocenti dia una brutta reputazione all'organizzazione. Lo sheikh mi disse una volta che quando vede un insetto fuori casa sta molto attento a non fargli del male, "quindi cosa posso dire riguardo il fare male ai civili?"».

«Ma dentro Hamas c'erano altri capi, più che altro dalla striscia di Gaza e da Damasco, che pensavano di dover proseguire con gli attacchi suicidi come un modo efficace per raggiungere il loro scopo. Il problema era che loro avevano più potere di mio padre. Furono gli attacchi israeliani contro i capi di Hamas che aiutarono a fermare gli attacchi».

Quanto era coinvolto tuo padre nelle decisioni di Hamas?

«Lui non aveva alcun nesso con il braccio militare, ma lo consultavano sempre nelle decisioni strategiche. I capi di Hamas non prendevano decisioni solo in base alle opinioni dei capi dalla Siria o da Gaza. Comunque, devi ricordarti che i capi di Hamas a Damasco controllavano i fondi. Quindi l'influenza maggiore sulla politica dell'organizzazione veniva da loro. Loro erano anche gli unici senza restrizioni nel contattarsi l'un l'altro, al contrario dei capi in Cisgiordania o Gaza. Quindi i capi da Damasco servivano anche come intermediari per tutti i gruppi di Hamas. A proposito, ora dichiarano che la rivoluzione a Gaza non fu progettata, io posso dirti per conoscenza personale che un anno prima, nell'estate 2006, parlavano fra loro dicendo che se fossero continuate le tensioni con Fatah, si sarebbero adoperati per prendere il controllo della Striscia».

Masab Joseph ascolta la musica del cantante Eyal Golan nel suo tempo libero. «Sono dieci anni che ascolto la sua musica», dice. «Mi piace la sua voce ma non capisco sempre i testi». In ogni modo, il suo cantante preferito è Leonard Cohen, «è un ebreo canadese», spiega. Masab Joseph ha una laurea in geografia e storia alla al Quds Open University a Ramallah, ma fa fatica a trovare lavoro negli Stati Uniti. Ha tanto tempo libero e segue lezioni di religione e servizi di preghiera in chiesa almeno una volta la  settimana. Ogni tanto gioca a football con gli amici della parrocchia e poi c'è il surf, che è praticamente un dovere. Dopo tutto, questa è la California.

Mentre lavorava nell'ufficio di suo padre, conobbe capi di Hamas ma anche membri dei Servizi di sicurezza palestinesi e israeliani e anche giornalisti israeliani, che spesso parlavano con lo sheikh. Non nasconde che lui era a favore del contatto con i media israeliani e che ha quasi sentimenti amichevoli verso Israele. «Porta i miei saluti ad Israele, mi manca».

Ti manca Israele?

«Io rispetto Israele e lo ammiro come paese. Sono contrario all'uccisione dei civili e riconosco il fatto che Israele ha il diritto di difendersi. I palestinesi, se non avessero un nemico col quale battersi, lotterebbero tra di loro. Fra venti anni ti ricorderai quello che ti sto dicendo ora, il conflitto sarà tra vari gruppi dentro Hamas. Già stanno iniziando a litigare per questioni di soldi».

Masab Joseph non nasconde il suo odio per tutto ciò che rappresenta le circostanze umane nella quali è cresciuto: la nazione, la religione, l'organizzazione. «Voi ebrei state attenti: non avrete mai e poi mai pace con Hamas. È l'islam l'ideologia che li guida, e non gli permetterà mai di raggiungere un accordo di pace con gli ebrei. Loro credono che la tradizione dica che il profeta Maometto lottò contro gli ebrei e che quindi loro devono continuare a combatterli fino alla morte. Loro devono vendicarsi contro chiunque non accettò il profeta Maometto, come appunto gli ebrei, visti nel Corano come scimmie e figli di maiali. Loro parlano di diritti storici che gli furono negati. Secondo Hamas, la pace con Israele contraddice la sharia e il Corano, e gli ebrei non hanno alcun diritto di rimanere in Palestina».

È questa la giustificazione per gli attacchi suicidi?

«Più di questo. Un'intera società santifica la morte e i terroristi suicidi. Nella cultura palestinese, un terrorista suicida diventa un eroe, un martire. I leader religiosi parlano ai loro studenti dell'"eroismo dei shaheeds" e quindi i giovani vogliono imitare i terroristi suicidi, per guadagnare gloria. Per esempio, una volta incontrai un ragazzo che si chiamava Dia Tawil. Era un tipo silenzioso, uno studente bravissimo. Non un estremista islamico e non radicale nelle sue idee contro Israele. Non sentivo mai dichiarazioni estremiste uscire dalla sua bocca. Non veniva nemmeno da una famiglia religiosa: suo padre era comunista e sua sorella una giornalista che non portava mai il velo. Ma Bidal Barghout (uno dei capi del braccio militare di Hamas) non  impiegò più di qualche mese a convincerlo a diventare un terrorista suicida». Tawil, 19 anni, si fece saltare in aria nel marzo 2001 di fianco a un autobus all'incrocio di French Hill a Gerusalemme ferendo 31 persone.

«Sapevi che quelli di Hamas furono i primi ad usare i terroristi suicidi contro i civili?», continua. «Sono ciechi ed ignoranti. È vero, ci sono buoni e cattivi ovunque, ma i sostenitori di Hamas non capiscono che i loro capi sono un gruppo malvagio e crudele che lava i cervelli dei bambini e gli fa credere che se prendono parte a un attacco suicida andranno in paradiso. Ma nessun terrorista suicida si troverà lì e non ci saranno vergini ad aspettarlo. Devono capire che l'islam è stato creato da persone e non da Dio».

C'erano persone buone in Hamas?

«Nei miei occhi, erano tutti crudeli, brutti dentro. Ma penso che Mahmoud Zahar (uno dei capi di Hamas a Gaza) sia uno dei peggiori».

Nonostante le critiche verso il posto che ha lasciato, la California non può far sparire il sentimento di mancanza. «Mi manca Ramallah», dice. «La gente con la mente aperta. Mi piaceva passeggiare tra i palazzi, i ristoranti, la gente, sentire la vita notturna. Ho tanti amici lì che vorrei vedere, ma non so se potrò farlo mai più. Più che altro mi mancano mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle, ma so che sarà molto difficile che io torni lì nel futuro prossimo».

Nonostante le sue difficoltà finanziarie, la scissione dalla sua famiglia e la solitudine, durante l'intervista appare sempre deciso, sicuro di se stesso. «Spero, un giorno, di riuscire a diventare uno scrittore, così da poter raccontare la mia storia personale e anche del conflitto nel Medio Oriente. Ma, al momento, voglio trovare un lavoro e un posto dove vivere. Non ho soldi, non ho un appartamento. Stavo per diventare un senza tetto, ma la gente della parrocchia mi sta aiutando, dipendo da loro».

Perché sei andato via? Dopo tutto, ci sono altri cristiani che vivono a Ramallah.

«Io ho lasciato tante proprietà a Ramallah per ottenere la vera libertà. Volevo trovarmi in una circostanza tranquilla perché fosse più facile aprire gli occhi dei musulmani per svelare loro la verità della loro religione e del cristianesimo, per tirarli via dal buio, dalla prigione che è l'islam. In questo modo, avranno l'opportunità di correggere i loro errori, di diventare persone migliori e portare una possibilità di pace in Medio Oriente. Io non do chance di sopravvivenza all'islam per più di venticinque anni. Nel passato spaventavano la gente e in questo modo impedivano lo spargere di sentimenti antireligiosi, ma al giorno d'oggi, non potranno più nascondere la verità».

Al momento non ha una compagna, ma invoca l'aiuto di Dio anche per questo. «Spero che un giorno Dio mi darà l'opportunità di conoscere quella giusta. Dovrà essere una cristiana credente, se poi è un'ebrea convertita, ancora meglio». Ci sono argomenti di cui Masab Joseph ha ancora paura di parlare. A metà dell'intervista vuole uscire dal ristorante per controllare che io non abbia addosso alcun tipo di dispositivo di registrazione. «Tanti mi odieranno per questa intervista, ma io ti dico che amo tutti loro, anche quelli che mi odiano. Io invito tutti, anche i terroristi, ad aprire il cuore e a credere. Sto cercando di fondare un'organizzazione internazionale per giovani per insegnare loro le basi del cristianesimo, l'amore e anche la pace nei Territori. Vorrei insegnare ai giovani ad amare e a perdonare, perché questo è l'unico modo in cui le due nazioni potranno superare gli errori del passato e vivere in pace».

© Haaretz Syndication

traduzione di Giacomo Maniscalco

 

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