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Special Forces, cose di guerra

maggio 16, 2012 Simone Fortunato

Special Forces – Liberate l’ostaggio è un discreto film bellico, in sala dall’11 maggio, che cerca di raccontare un’impresa rischiosissima come quella del tentativo di liberazione di un ostaggio in Pakistan ricorrendo a pochi effetti e relativamente scarsa retorica militarista. L’obiettivo è centrato per buona parte. Il regista esordiente Stéphan Rybojad fa tesoro del suo […]

Special Forces – Liberate l’ostaggio è un discreto film bellico, in sala dall’11 maggio, che cerca di raccontare un’impresa rischiosissima come quella del tentativo di liberazione di un ostaggio in Pakistan ricorrendo a pochi effetti e relativamente scarsa retorica militarista. L’obiettivo è centrato per buona parte. Il regista esordiente Stéphan Rybojad fa tesoro del suo passato di documentarista militare (è autore infatti de L’école des bérets verts, un buon documentario sulle forze speciali francesi passato direttamente sulla tv d’Oltralpe): le scene di guerriglia armata e le sequenze del blitz in Pakistan sono ben dirette, hanno un sapore realistico e riescono a immergere lo spettatore nella sporca guerra. La complicità delle forze armate francesi, che hanno benedetto l’operazione e collaborato attivamente alla produzione, è un valore aggiunto: sono molto spettacolari le sequenze (vere) del lancio dei paracadutisti così come è assai efficace l’atterraggio di un enorme aereo nel deserto in una nuvola di sabbia.

Non sono le uniche cose buone: Rybojad assembla un buon cast di facce giuste, da Benoît Magimel, non nuovo a film bellici francesi (era il protagonista del bel Giorni di guerra, sulla guerra d’Algeria) a Djimon Hounsou e al Menochet già visto in Bastardi senza gloria fino alla bellissima Diane Kruger che veste i panni di una reporter finita nelle mani dei rapitori. Il cortocircuito tra realtà e finzione è forte e molti, vedendo il film, si ricorderanno del rapimento avvenuto nel 2005 della giornalista italiana Giuliana Sgrena e del blitz purtroppo conclusosi tragicamente con la morte del funzionario del SISMI Nicola Calipari. Rybojad ha a cuore la verità dei fatti piuttosto che condire una storia romanzesca con una montagna di parole vuote: lascia sullo sfondo i politici francesi e si concentra sull’eroismo di un pugno di uomini che sono pronti a sacrificare la vita per salvare una donna e per obbedienza allo Stato. Non mancano le incongruenze (possibile che per problemi di comunicazioni, i soldati vengano abbandonati dal loro quartier generale?), le forzature (la lunga fuga tra le montagne col ferito portato a braccia), certi virtuosismi inutili della macchina da presa e la retorica che nell’ultima parte prende piede a scapito del racconto.

Ma la consistenza del film c’è tutta e anche l’onestà intellettuale di non far di tutto l’Islam un fascio: c’è chi infatti si ribella tacitamente allo strapotere del capo dei terroristi interpretato da Raz Degan e soccorre lo straniero. Così come colpisce in positivo il tentativo del regista (anche co-sceneggiatore) di non fare dei soldati un gruppo fanatici fascistoidi col mito di Rambo. Tutt’altro. C’è chi ha lasciato a casa la moglie incinta e chi sul campo un amico, chi è pronto a dare la vita alla giornalista “perché possa avere la possibilità di rifarsi una vita e avere dei figli a casa” e chi, paradosso dei paradossi, spara ai Talebani gridando però di non odiarli. Momento surreale e un po’ enfatico del film ma a credibile: si può infatti amare la vita facendo il soldato ed essendo costretto a sparare.

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