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Sparizioni forzate e irregolarità elettorali: “democrazia” alla cinese

febbraio 2, 2012 Leone Grotti

Il premier Wen Jiabao chiede «più democrazia con caratteristiche interne». Se il significato dell’espressione può sembrare oscuro, di certo non si avvicina al senso più comune della parola: dallo scorso agosto la Cina cerca di legalizzare le sparizioni forzate e le irregolarità elettorali non si contano

«Pechino deve sviluppare una democrazia con caratteristiche interne, un socialismo alla cinese». Così il primo ministro Wen Jiabao durante il discorso in occasione del 62esimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese. «Pechino deve sviluppare una democrazia con caratteristiche interne, un socialismo alla cinese». Così il primo ministro Wen Jiabao durante il discorso in occasione del 62esimo anniversario della fondazione della Repubblica popolare cinese. La speranza che “Cina” e “democrazia” possano andare d’accordo si basa sul significato dell’espressione “caratteristiche interne” che, alla luce degli ultimi fatti avvenuti nel paese comunista, sembra allontanare il concetto democratico di Pechino da quello del resto del mondo.

Dal 30 agosto scorso, le autorità cinesi discutono di approvare degli emendamenti al Codice di procedura penale che legalizzano le “black jail”, le sparizioni forzate. Come raccontato ad AsiaNews dal dissidente Wei Jingsheng, prima che venga imbastito un processo o un’accusa formale, «le autorità possono chiudere una persona in un luogo segreto senza informare la famiglia o il mondo esterno, fino al punto che non si sa se una persona sia sparita per sempre. Se sei fortunato, dieci anni dopo la tua sparizione la gente saprà cosa ti è accaduto. Ma cosa succederà se il tuo caso non arriverà mai davanti a un giudice? Sarai svanito nel nulla, per sempre. Che tipo di legge è una legge che rende legale far evaporare una persona?». Difficile associarla a una qualsiasi forma di democrazia.

Sono cominciate il 7 maggio scorso, e termineranno a dicembre 2012, le elezioni che si tengono ogni cinque anni in Cina per eleggere i rappresentanti al Congresso locale del popolo in più di 2 mila contee e 30 mila città. Secondo la legge, alle elezioni locali possono candidarsi persone dai 18 anni in su, anche non legate al partito, purché abbiano il sostegno di 10 votanti come dice l’articolo 29 della legge elettorale. Moltissime le persone che hanno dichiarato di volersi candidare in modo indipendente, tanto che il partito comunista cinese ha fatto sapere che tutti i candidati dovevano comunque «ottenere l’approvazione dei dirigenti comunisti». Da allora sono avvenuti diversi casi di aperta violazione della legge elettorale. Ne riportiamo alcuni, documentati personalmente e diffusi dal Chinese Human Right Defenders.

Il 7 settembre a Baiqi, nella provincia di Jilin, Xu Yimin, candidato indipendente, non ha trovato il suo nome nella lista dei candidati ufficiali per l’elezione del Congresso del popolo locale, nonostante avesse depositato i nomi di ben 40 persone che lo appoggiavano. Il 21 settembre il nome di Li Byun, che si era iscritta come candidata indipendente nella città di Foshan dopo aver presentato le firme necessarie, non è stato inserito tra quello delle persone che potevano essere elette. Dopo essere andata a protestare al comitato elettorale e davanti alla Corte del popolo del suo distretto, ha scoperto che i nomi degli eleggibili non erano stati scelti in base al numero dei sostenitori di cui ogni candidato godeva ma secondo la selezione operata da una non meglio precisata “commissione locale”.

Il 16 settembre il candidato indipendente Zheng Wei a Pechino doveva tenere un comizio a casa sua per nove persone e due giornalisti. La polizia ha fatto irruzione in casa e ha prelevato tutti, tranne i giornalisti, per interrogarli e poi rilasciarli. Un ufficiale ha poi ammesso che lo scopo era semplicemente impedire che il comizio avesse luogo. Il candidato Zheng Wei è stato trattenuto per più di dieci ore.

Il 29 settembre Li Shua e Liu Ping, candidati indipendenti di Xinyu, sono stati fermati dalla polizia, che ha impedito loro di uscire per andare dall’avvocato Wang Cheng e presentare insieme a lui nelle corti competenti una protesta ufficiale per le irregolarità avvenute in occasione della loro candidatura, che è stata impedita. Quattro poliziotti hanno aspettato Li fuori di casa e gli hanno impedito di recarsi dall’avvocato. Liu è stato controllato a vista da guardie armate mentre si trovava al lavoro.

Difficile dire che cosa significhi una «democrazia dalle caratteristiche cinesi», come auspicato dal premier Wen Jiabao nel suo discorso, sicuramente però le “caratteristiche cinesi” non rendono la democrazia del paese asiatico simile a quelle del resto del mondo.

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