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Spadaro: Flannery O’Connor, la scrittrice che mise Dio in un tacchino

settembre 7, 2011 Marco Respinti

Il massimo esperto italiano di Flannery O’Connor spiega l’estetica del brutto e del grottesco della grande narratrice americana. Uno schiaffo che spazza via il “buon senso degli intellettuali” per mostrare la promessa che c’è dentro ogni cosa

flannery-o-connorOggi è l’anniversario della nascita della grande scrittrice statunitense Mary Flannery O’Connor (Savannah, 25 marzo 1925 – Milledgeville, 3 agosto 1964). Ripubblichiamo una nostra intervista a padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà cattolica e massimo esperto degli scritti della O’Connor.

Non basta essere, di una come Flannery O’Connor, degli scrupolosi interpreti accademici. Forse Flannery bisogna anzitutto amarla, soprattutto incontrarla, incidersela nelle carni come i suoi personaggi fanno con la realtà di Cristo. Per questo Antonio Spadaro, padre gesuita de La Civiltà Cattolica, arriva là dove altri non riescono nel leggere l’opera e l’animo stesso della O’Connor. Docente presso la Pontificia Università Gregoriana e presidente dell’associazione culturale BombaCarta, vivida esperienza di esercizio e riflessione sull’espressione artistica e creativa, padre Spadaro si è occupato approfonditamente del rapporto fra teologia e poesia, quindi di letteratura e pure di come l’innovazione tecnologica provoca la spiritualità. È sua la prefazione al nuovissimo libro di Elerna Buia Rutt, Flannery O’Connor, il mistero e la scrittura (Àncora).

Padre Spadaro, la vicenda umana di Flannery O’Connor è tutta una storia d’incontri in una vita apparentemente anonima. Lei come l’ha “incontrata”?
Ricordo perfettamente quando per la prima volta lessi, sostanzialmente per caso, alcune sue pagine. Accompagnavo un amico con la gamba ingessata in ospedale e per ingannare l’attesa avevo portato con me la raccolta dei suoi saggi che in italiano hanno per titolo Nel territorio del diavolo. Quando leggo sottolineo sempre quel che mi colpisce, e quel libro divenne un lunga unica sottolineatura. Era il 1994. Ricordo che provai perfino un assurdo e ingiustificabile senso di fastidio quando il mio amico uscì dall’ambulatorio: avrei voluto continuare la lettura ma era ora di andare via. Da quel momento non ho mai più abbandonato Flannery fino a visitare Andalusia, la sua fattoria a Milledgeville, in Georgia, a vivere una bella amicizia con alcune sue amiche, soprattutto Mary Barbara Tate, che mi ha molto aiutato a entrare nel mondo della sua cara amica e coetanea.

Cosa, nella letteratura paradossale e grottesca di Flannery O’Connor, la sorprende di più?
Il fatto che i suoi personaggi sembrano a ogni istante sul punto di compiere qualunque azione: nelle pagine della scrittrice non ci si può fidare della logica e della coerenza. L’imprevedibilità non è una tecnica, ma si potrebbe dire la condizione metafisica di ogni narrazione che “funzioni”, che sia efficace, cioè di ogni opera d’arte. Chi invece, come la maggior parte degli uomini di oggi, è figlio del determinismo storico o psicologico, si aspetta comportamenti consequenziali: dal libertino un’azione da libertino, dal devoto un’azione devota, dal filantropo un’azione generosa e così dal cattivo un’azione malvagia. Nelle opere della O’Connor questa logica non tiene, e non ci si può affidare al discernimento di una opzione morale fondamentale. I personaggi sono sempre e in ogni momento tutti allineati al principio di tutte le loro possibilità. Così la salvezza può venire da un assassino e, invece, un cieco egoismo può essere l’espressione di un filantropo umanista. Alla scrittura narrativa la scrittrice chiede sostanzialmente che intensifichi il mistero della libertà.

Ha senso proporre la O’Connor ai ragazzi delle nostre scuole oggi?
Per la O’Connor la narrazione ha a che fare con il mistero dell’uomo e fa appello a una educazione dello sguardo. Il problema è che il nostro occhio, spesso talmente abituato a vedere le cose sempre allo stesso modo, è atrofizzato, incapace di scoprirne la ricchezza profonda e misteriosa. Leggere le pagine di Flannery compie il prodigio, e lì dove prima vedevi nero, adesso sei in grado di vedere i colori e le forme di un mondo che neanche immaginavi. Detto in altri termini, forse più consoni, Flannery è convinta che lei in quanto scrittrice è chiamata ad avere una visione “anagogica” della realtà capace di accorgersi che in un’immagine o in una situazione c’è una densità di mistero che richiede una “prospettiva ampliata della scena umana”. Ma anche più attenta: «Più a lungo guardate un oggetto e più mondo ci vedrete dentro», ha scritto. Nello sguardo di chi scrive deve esserci «un granello di stupidità», che lo conduca a rimanere come “imbambolato”. È proprio così che prende corpo un profondo senso dell’ascolto, del rispetto e dell’obbedienza nei confronti della realtà e del mistero della nostra posizione sulla terra. In questo senso leggere la O’Connor ha una rilevanza educativa: insegna a vedere meglio la realtà.

Lei ha scritto che la lettura della O’Connor non può essere affatto vista come un optional, bensì va considerata “obbligatoria”. Ci spiega il senso di questa virtuosa “costrizione”?
Perché la O’Connor ci offre implicitamente o esplicitamente una grande “visione” del mondo che va al di là del visibile e al di là della storia. Il mondo delle trame e degli eventi rimane sempre e in ogni caso in sospeso in prospettiva escatologica. Il giudizio sul mondo e sulle storie per la O’Connor ha sempre a che fare, in un modo o nell’altro, con il Giudizio universale nel senso che quella è la visione ultima a partire dalla quale vede tutta la realtà. Due scrittori, diversissimi tra loro, che hanno assunto questa prospettiva nelle loro opere creative sono certamente Dante con la sua Commedia e Edgar Lee Masters con la sua Antologia di Spoon River. Per Flannery il mondo è sempre e sempre sarà under construction, ma anche full of promise. Per questo ella non teme di guardare in faccia ciò che appare malato, il brutto, il grottesco…

Però la O’Connor è una “inattuale” che canta un mondo di disadattati. Poco in sintonia con il mondo facile che oggi vorremmo, chi più chi meno, costruirci tutti.
Profondamente cattolica in un Sud radicalmente protestante, la scrittrice dà a Dio e alla dimensione spirituale una consistenza materiale o, per meglio dire, “sacramentale”. Dio è un dato dell’esperienza, non un’intuizione della mente o dello spirito: nello splendido racconto Il tacchino, è addirittura reso in figura da un tacchino a cui un undicenne sta dando la caccia, mentre nel racconto La veduta del bosco Cristo è reso in figura appunto dal bosco, in cui i pini, visti di fianco hanno l’aria di camminare sull’acqua. Per Flannery O’Connor non è il materiale a spiritualizzarsi, ma lo spirituale a materializzarsi, secondo il principio dell’Incarnazione. E ciò fa a pugni con ogni forma di psicologizzazione o pura e semplice simbolizzazione. Un episodio buffo: una volta la scrittrice si trovò a cena da Mary McCarthy, che le disse di considerare l’Eucaristia solamente come un “simbolo”. La risposta della O’Connor fu netta: «Be’, se è un simbolo, che vada al diavolo». In questo senso, rispetto a una tendenza all’estetica new age, sì, la O’Connor è inattuale.

Perché cimentarsi con l’“estetica del brutto” facendo del grottesco una “filosofia”, perché partire dall’abisso e dal baratro, quando l’esistente attorno a noi offre spunti migliori, persino più popolari?
Nelle pagine della O’Connor la violenza gratuita, il bizzarro e il grottesco, misto di comicità e di orrore, non sono un adeguamento o una pura e semplice condivisione dei canoni estetici della tradizione della narrativa del Sud degli Stati Uniti: sono un vero e proprio strumento conoscitivo, una lente di lettura della realtà. Sono funzionali alla forzatura dello sguardo di un lettore «duro d’orecchi» e «di vista debole», come diceva lei. È come se la scrittrice desse uno schiaffo al lettore, scompigliando la sua intenzionalità visiva nel momento in cui sposta il volto, angolandolo di sbieco. Un vero e proprio shock apocalittico. Ciò che salta subito per aria è quel “buon senso” vagamente laico, razionale e illuministico tipico degli “intellettuali”, che lei diprezzava.

La O’Connor parrebbe del resto scrivere solo per un certo pubblico, protestante, per esempio, con una certa idea del divino cristiano. Ma è decisamente riduttivo, non trova?
In una lettera, Flannery spiega la predilezione che aveva per i backwoods prophet, cioè i predicatori fanatici e i profeti selvatici: se sei cattolico e credi con tanta intensità – scrive –, entri in convento e nessuno sente più parlare di te; mentre se sei protestante e credi con altrettanta intensità, non puoi entrare in nessun convento e te ne vai in giro per il mondo a ficcarti in ogni sorta di guai. È anche per questo che le riesce meglio scrivere dei credenti protestanti che di quelli cattolici: perché esprimono la propria fede in varie forme drammatiche di un’evidenza per me abbastanza facile da cogliere. Questo genera una narrativa che la O’Connor stessa definisce strange e forse anche perverse.

E per un cattolico, addirittura un padre gesuita qual è lei, cosa c’è d’irrinunciabile in questo spirito così strange, al limite del perverse, che altrove non si trova?
Impossibile riassumere lo spirito di Flannery. Si potrebbe forse dire che per la O’Connor la scrittura è il terreno nel quale accade il tragico propriamente cristiano, che non è il tragico che si conclude con il vicolo cieco, con l’impossibilità di tutte le possibilità, quello cioè a cui la letteratura del Novecento ci ha abituati. È invece il dramma della libertà e delle sue infinite possibilità, che si confronta con il mistero della Grazia, sempre inatteso e imprevedibile. Il campo della letteratura spalancato dalle pagine della O’Connor non è mai quello del “probabile”, ma quello ben più esteso e ricco del “possibile”. Se, a giudizio di Flannery, uno scrittore vale qualcosa, ciò che egli o ella crea sarà dunque sempre una sorpresa maggiore per lui di quanto non potrà mai esserlo per il suo lettore.

Ci sono, a suo giudizio, “simili” o magari persino “eredi” di Flannery O’Connor?
Le sue pagine l’hanno fatta apprezzare come un’icona, un modello. Del resto, che cosa c’è di comune tra Bruce Springsteen e Nick Cave, registi quali John Huston e Quentin Tarantino, scrittori quali Raymond Carver, Elizabeth Bishop e l’australiano Tim Winton, o tra i nostri Luca Doninelli e Carola Susani? Nulla, forse, tranne Flannery O’Connor, letta, amata, rappresentata o imitata da tutti loro.

 

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