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«Sono stata in un inferno che si chiama Boko Haram»

marzo 28, 2017 Francesca Parodi

Donne rapite, schiavizzate, costrette a convertirsi e a «far crescere il seme del guerriero». La testimonianza terrificante di una ex prigioniera dei terroristi islamici nigeriani

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L’inferno è un campo di prigionia in Nigeria, dove donne e bambine sono costrette a convertirsi all’islam, mangiare carne umana insieme ai loro aguzzini «perché il sangue dei nostri nemici ci rafforza» e diventare schiave sessuali dei miliziani di Boko Haram. Chi arriva già incinta ha un destino segnato: viene fatta sdraiare a terra supina, spogliata e squartata con il machete, il feto le viene strappato dalla pancia e lei è lasciata morire dissanguata. Patience, una delle tante prigioniere, riesce a nascondere la sua gravidanza, ma non le viene risparmiata la violenza, tra botte, stupri nelle foreste e marce forzate. La sua storia è comune a quella di molte altre donne nigeriane.

LA CONVERSIONE FORZATA. Fedele cristiana e rimasta vedova a diciannove anni perché il marito è stato ucciso dai miliziani, Patience viene nuovamente data in sposa, in un matrimonio poligamo, in cambio di una mucca e una capra. Nei villaggi si vive col terrore degli assalti da parte dei fondamentalisti di Boko Haram, che, a bordo di motociclette e armati di lame e mitragliatrici, compiono regolarmente razzie, decapitano gli uomini e rapiscono le donne. Anche Patience viene catturata e condotta insieme a molte altre in un accampamento sorvegliato dai soldati, dove viene obbligata sotto minaccia di morte a convertirsi all’islam. Il rituale prevede che il fedele pronunci una formula in arabo, ma non importa che la biascichi distorcendo le parole, senza convinzione, «è solo un formalismo».

LA RIEDUCAZIONE. A Patience viene dato un nuovo nome musulmano e i terroristi la costringono a indossare un velo nero. Alle nuove convertite vengono quindi imposte lezioni di Corano, in cui devono recitare a memoria le sure per apprendere contemporaneamente la lingua araba e le basi dell’islam. Una volta che la conversione è completa, ciascuna di loro è scelta come sposa da un miliziano, con il paradossale vantaggio che almeno così non sarà più a disposizione di tutti i soldati del campo. La donna di un miliziano dovrà prendersi cura delle nuove prigioniere e prima o poi le verrà chiesto di prendere parte a un attentato, facendosi saltare in aria.

LA FUGA. Patience è una delle poche prigioniere che riescono a scappare grazie all’aiuto di un soldato, un cristiano convertito all’islam e poi pentitosi. Ma non troverà pace, perché verrà rapita una seconda volta e costretta a rivivere lo stesso incubo prima di incontrare Andrea C. Hoffmann, una giornalista tedesca giunta in Nigeria per raccontare la condizione femminile nel paese. Le due donne si incontrano nel cortile di una chiesa e Patience ha con sé la figlia piccola che aveva portato nel grembo durante l’orrore della prigionia. Si chiama Gift, “dono”. Incalzata da Andrea, Patience racconta la propria storia e da questo incontro nasce il libro Sono stata all’inferno, edito da Centuria e diviso in due filoni narrativi intrecciati: il racconto di Patience e le riflessioni di Andrea.

hoffman-patience-sono-stata-all-inferno-copertinaPAESE DIVISO. Il lettore scopre così che il rapimento delle studentesse di Chibok nell’aprile 2014, che tanto ha sconvolto e indignato il mondo, non è affatto un caso isolato, ma un evento frequente in Nigeria. L’origine di questa violenza sta nella storica divisione del paese tra il Nord musulmano e il Sud cristiano. Al Nord solo il 15 per cento della popolazione è di fede cristiana ed è discendente di gruppi etnici minori perseguitati dagli estremisti islamici. Il paese infatti subì un processo di islamizzazione, cominciato nel IX secolo e culminato nel XI: vennero introdotte preghiere musulmane e la lettura del Corano e gli uomini appartenenti a etnie o fedi diverse venivano venduti come schiavi. Sotto la dominazione inglese, nel 1914 il protettorato del Nord e del Sud vennero unificati in un’unica colonia, la Nigeria, ma gli inglesi la controllavano con metodi diversi: al Sud intervennero più direttamente, mentre al Nord governarono attraverso le istituzioni già esistenti. Gli emiri musulmani acconsentirono a seguire le direttive inglesi in cambio del mantenimento della sharia e la limitazione della presenza di missionari.

TERRORISMO E CALIFFATO. Il risultato è che, sebbene la Nigeria sia il motore economico dell’Africa occidentale, il Nord si presenta molto più arretrato, povero e con un elevato livello di analfabetismo. I cristiani del Nord non sono ricchi e potenti, ma ogni tanto qualcuno riesce a fare carriera più dei musulmani e allora, racconta Patience nel libro, i fondamentalisti li uccidono per invidia, come è capitato al suo primo marito. Gli attacchi terroristici contro «gli infedeli» sono cominciati al Nord e i guerriglieri hanno acquistato forza e potere grazie ai loro legami con il mondo della politica e l’esercito. L’esistenza di un accordo tra Boko Haram, al-Shabaab, al Qaeda e Isis per stabilire una tattica comune non è accertata, ma in Nigeria il leader islamista Shekau ha proclamato il califfato pochi mesi dopo il capo dello Stato islamico Abu Bakr al-Baghdadi. Alla fine del 2014 l’impero di Shekau era grande quanto il Belgio.

LE DONNE COME BOTTINO. I miliziani di Boko Haram giurano di convertire tutta la popolazione all’islam e di sterminare chi si oppone. La pratica di rapire le donne è una nota strategia di guerra e certamente per molti giovani senza lavoro la prospettiva di ottenere una moglie come bottino (senza doverla comprare dai genitori) è molto allettante. In più, c’è un chiaro intento religioso: il compito di un buon musulmano è quello di mettere al mondo più figli possibili da offrire alla causa di Allah. Se il padre è musulmano lo saranno automaticamente anche i figli, dunque il ruolo della donna è quello di «semplice terreno di coltura nel quale può crescere il seme del guerriero». Ma per essere una buona sposa la donna deve essere convertita e la schiavitù, lo stupro e l’umiliazione sono strumenti necessari all’islamizzazione.

Foto tratta da un video di Boko Haram in cui le studentesse rapite a Chibok sono tenute prigioniere dai miliziani

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