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Soave: «Era da pazzi credere che con le dimissioni le borse si sarebbero calmate»

novembre 10, 2011 Carlo Candiani

Per Sergio Soave, analista di Foglio e Avvenire, il compito primario dell’Italia in questo momento è dare una risposta alle esigenze europee. E Berlusconi ha ancora un ruolo determinante: «Chi credeva che bastasse l’annuncio delle sue dimissioni per calmare i mercati, ha preso un abbaglio e il disastro di queste ore ne è la prova. Non usciremo dalla crisi decapitando il capro espiatorio»

Dopo il voto sul rendiconto dello Stato, che ha evidenziato la perdita della maggioranza alla Camera da parte del Pdl, si è aperta una crisi di governo, con un premier deciso a dimettersi dopo il voto, probabilmente bipartisan, del maxi emendamento alla legge di stabilità, che dovrebbe contenere norme in grado di soddisfare le pressanti richieste dell’Ue in materia di crescita economica e contenimento del debito pubblico. Dopo il maxi emendamento i partiti dovranno scegliere tra un governo tecnico, uno di salute pubblica” non ribaltonista e le elezioni anticipate. «C’è un problema che riguarda il sistema istituzionale italiano che è piuttosto farraginoso: in Spagna, quando Zapatero ha deciso di dimettersi, gli è bastato firmare un decreto con la data delle nuove elezioni – spiega a Radio Tempi Sergio Soave, analista politico di Foglio e Avvenire –. In Italia c’è una prassi un po’ complessa: una crisi da noi dura anche due mesi e se si conclude con una scelta elettorale si aggiungono altri mesi ancora. In questa situazione grave, ci sarebbe bisogno che i partiti si forzassero a un accordo».

Per la presentazione della legge di stabilità si parla di tempi strettissimi. Dopo?
Berlusconi rassegnerà le dimissioni e sarà poi il capo dello Stato, ascoltati i presidenti di Camera e Senato, a sciogliere il Parlamento e indire le elezioni.

Per il voto, però, servono dai due ai quattro mesi, senza contare che si andrebbe alle elezioni con una legge elettorale che tutti hanno aborrito a parole
Quello del sistema elettorale mi sembra, francamente, un problema secondario: stiamo affogando in una situazione economica difficile, dobbiamo prendere decisioni molto rigorose e dolorose. Come possiamo farlo con un governo privo di mandato elettorale, che, secondo quanto ammesso anche da Bersani, dovrebbe avere la maggioranza dell’ottanta per cento dell’aula parlamentare? Mi sembra francamente molto difficile.

Il Pd, tra l’altro, si trova in una situazione interna problematica
Come Pdl e Lega. Sono i grandi partiti che soffrono di più quando si tratta di prendere decisioni impopolari; è capitato in Grecia, in Spagna e secondo me capiterà anche in Francia. Ora, questo problema va risolto con un governo dotato di un mandato popolare? Io penso proprio di si e nonostante la pressione dei mercati, lo scavalcamento del principio democratico della sovranità popolare mi sembra fastidioso.

Eliminata la maggioranza allargata, rimane l’ipotesi delle elezioni e di un governo tecnico
Quest’ultima mi sembra un’ipotesi molto pericolosa. Il problema è se esista o meno la possibilità di un accordo sulle cose da fare: se si tratta solo di lavorare per la composizione di un esecutivo, questo va lasciato agli elettori; se invece si ha la disponibilità di accordo su una serie di cose da fare, allora la soluzione meno traumatica è un mandato esplorativo del presidente del Senato deciso dal Colle, insomma un “governo istituzionale”, non ribaltonista, per accompagnarci, poi, alle elezioni. Certo, passerebbero mesi…

Rischiamo però di girare attorno al problema: qual è il ruolo di Berlusconi, in tutto ciò?
Il suo ruolo ora è quello di presidente del più importante partito di maggioranza e penso che abbia ragione nell’affermare che, prima di tutto, bisogna dare una risposta alle esigenze europee, perché quelli che dicevano che bastava l’annuncio delle sue dimissioni per calmare i mercati, sono dei pazzi scatenati e il disastro a cui stiamo assistendo in queste ore ne è la riprova. Quindi non esistono soluzioni miracolistiche, non è decapitando il capro espiatorio che usciremo dalla crisi.

Qualche giorno fa su Avvenire, lei ha definito legittimo il dissenso all’interno dei partiti, ma nel Pdl trattano gli otto che non hanno votato il rendiconto dello Stato come traditori
Una cosa è dissentire avanzando proposte alternative, come ho scritto in quell’editoriale, un’altra cosa è limitarsi a votare contro: c’è un mandato elettorale che dovrebbe avere un suo peso. Non ho visto in questa scelta una ragione politica e programmatica esplicita. Detto questo, gli epiteti servono solo ad avvelenare il clima.

 

C’è il rischio di spaccatura nel Pdl? Qualcuno ipotizza l’entrata in campo di “Forza Silvio”, una lista formata da fedelissimi
Il rischio di spaccatura c’è nel Pdl, come nel Pd e come ci sarà nel Terzo polo una volta che decideranno da che parte stare. In una tale situazione, le tendenze centrifughe sono sempre molto forti. Poi capiterà che il giorno delle elezioni, specie tra gli elettori, varrà il principio del “voto utile” e questo, immagino, avrà effetti aggregativi.

 

Ascolta l’intervista integrale

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