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Siria. Una guerra decisa a tavolino. «Dopo oltre 100 mila vittime e 2 milioni di profughi»

agosto 28, 2013 Redazione

Perché un intervento ora che la crisi siriana volgeva al termine? La “macchina del convincimento” e i dubbi degli ispettori Onu. Rassegna stampa dai giornali di oggi.

Uno sguardo agli editoriali e alle opinioni riportate oggi sui nostri maggiori quotidiani. Tra analisi e previsioni, emergono molti dubbi. Per questo rinnoviamo l’invito a firmare il nostro appello contro l’intervento militare.

OBAMA SUL PIANO INCLINATO. Usa, è il “Srebrenica moment”? È lo domanda che Massimo Gaggi sottolinea nel suo articolo di oggi per il Corriere della Sera, facendo il parallelo tra la strage che portò in Bosnia alla morte di ottomila civili trucidati dai serbi (e che agevolò l’intervento armato di Clinton nei Balcani) e quella che in Siria nei giorni scorsi ha ucciso 1300 morti col gas nervino.
La situazione però appare diversa, anche per l’opinione pubblica americana: «Nel conflitto siriano non ci sono opzioni positive e negative, ma solo soluzioni cattive e altre ancora peggiori. (…) Non potendo distruggere i depositi di armi chimiche con bombardamenti che rischierebbero di provocare altre stragi, probabilmente ci si prepara a colpire obbiettivi militari col rischio che l’intervento militare della superpotenza venga alla fine archiviato come un attacco ininfluente ai fini dell’esito della guerra civile».
L’America guarda al suo presidente e attende una sua presa di posizione chiara, travolto dalle varie correnti interne alla sua linea progressista, tra chi vuole una posizione chiara degli Usa contro tutti genocidi (su tutti Samantha Powell e Susan Rice) e chi invece chiede che il Paese cessi di essere il gendarme del mondo. In più, sottolinea Gaggi, a differenza delle azioni armate in Iraq e Libia degli scorsi anni, stavolta manca l’appoggio della comunità internazionale: «Ma Obama, benché ancora riluttante, si sta convincendo di essere finito su un piano inclinato lungo il quale, man mano che passa il tempo, i costi del non intervento diventano più alti di quelli dell’attacco».

SUPERATA LA LINEA ROSSA. Il passo con cui si corre verso il conflitto armato pare sempre più deciso. Per Fabio Carminati, Avvenire, ormai la “linea rossa” è stata superata: anche le prove sembrano non servire più. Non sembra più importante stabilire se, sulle stragi di Damasco, a mentire siano i ribelli o Assad. Ormai il momento politico avanza verso la guerra, «decisa a tavolino da qualcuno proprio nel momento in cui la feroce crisi siriana era ormai giunta a un sostanziale punto di chiusura. Dopo oltre centomila vittime (stimate) e almeno due milioni (sottostimati) di profughi nei Paesi vicini».
Gli eventi sono precipitati negli ultimi giorni, seppur sia facile vedervi dietro la spinta di qualcuno, che così ha innescato «la “macchina del convincimento” che, purtroppo, già in altre occasioni abbiamo conosciuto. Da un lato un dittatore, dall’altra un fronte ribelle spaccato al proprio interno, con avanguardie jihadiste e autentici combattenti per la libertà. E all’esterno di tutto questo equilibri geopolitici e interessi per i quali ben poco contano le sofferenze di un popolo che dal marzo di due anni fa vive in uno stato di guerra permanente».

I DUBBI DELL’ONU. E i dubbi sull’utilizzo delle armi chimiche sono tanti e diffusi. Anche l’Huffington Post, per firma di Daniele Mastrogiacomo, riferisce di fonti Onu perplesse in merito: «Il dittatore di Damasco non è certo un uomo condizionato dai suoi scrupoli. Lo ha dimostrato in più di un’occasione. Ma fa riflettere che abbia deciso proprio in questi giorni, con la vittoria quasi a portata di mano, di ricorrere ai missili armati con il sarin per assestare il colpo finale alla nebulosa di jihadisti, divisi su tutto e su tutti».
Al Palazzo di Vetro si teme un nuovo Iraq, ma fa paura anche il pensiero che l’arsenale chimico di cui dispone Assad possa finire nelle mani dei ribelli «Se i venti di guerra prevarranno, a rimetterci sarà solo la popolazione civile. Gli Usa e il fronte dei falchi che si è subito accodato, giurano di aver messo a punto almeno 50 obiettivi da colpire. Obiettivi forniti dall’opposizione. Ma si sa che una selva di missili lanciati dalle navi che incrociano nel Mediterraneo orientale o le bombe sganciate dal cielo finiscono per distruggere tutto ciò che trovano nel raggio di centinaia di metri (…) Lo scempio in corso a Damasco e nel resto del paese è l’epilogo di uno scontro più vasto tra il fronte sunnita guidato dall’Arabia Saudita e quello sciita manovrato dall’Iran».
Quindi, secondo Mastrogiacomo «entrare in guerra con la Siria significa allargare il conflitto all’intero Medio Oriente. Significa provocare una reazione di Teheran, mobilitare Hezbollah e quindi la parte consistente del Libano più di quanto abbia fatto finora. Significa coinvolgere il Qatar e il suo peso economico in gran parte del mondo. Vuol dire mettere in massima allerta Israele che potrebbe cogliere l’occasione per regolare una volta per tutte con l’Iran la questione nucleare».

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