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Siria. Scienziati al Washington Post: prove poco chiare sulle armi chimiche di Assad

giugno 22, 2013 Redazione

«Il pretesto utilizzato dall’amministrazione Obama per armare i ribelli siriani si fonda su affermazioni non verificabili»

«Nonostante test di laboratorio e controlli eseguiti da mesi dai migliori scienziati americani, il pretesto utilizzato dall’amministrazione Obama per armare i ribelli siriani si fonda su affermazioni non verificabili», scrive il Washington Post. Secondo il quotidiano americano, numerosi «diplomatici ed esperti» avrebbero avanzato dei dubbi sull’uso del gas nervino “sarin” da parte del governo siriano di Bashar Al-Assad. «Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno fornito alle Nazioni Unite molti elementi di prova, tra cui campioni di sangue, di tessuti e del suolo», prosegue il quotidiano, ma alcuni «esperti indipendenti dicono che non esiste un modo affidabile per valutarne l’autenticità». E ai dubbi sulle prove, si aggiungono i problemi di «segretezza su quanto è stato raccolto e analizzato».

PROVE FORNITE DA RIBELLI E INTELLIGENCE. «I dati tecnici presentati dalle tre potenze occidentali sono di scarso valore per gli ispettori delle Nazioni Unite» spiega il Washington Post. «Nell’ambito di un mandato delle Nazioni Unite, soltanto le prove raccolte personalmente dai suoi ispettori possono essere utilizzate». Così non è accaduto in Siria, dove, a causa della ovvia, mancata autorizzazione da parte di Assad, «le prove sono state contrabbandate fuori dal paese dai ribelli o da agenti dell’intelligence». «Ci sono troppe persone che hanno interesse a farci credere che il regime abbia usato armi chimiche», ha confessato al quotidiano un ex alto funzionario americano, già coinvolto in operazioni di intelligence sulle armi di distruzioni di massa.

RISCHIO DI FABBRICAZIONE PROVE. «Il numero di morti per gas tossico è stato stimato in 100, 150 persone. Un numero relativamente piccolo per un conflitto che ha ucciso più di 90.000 persone», ricorda il Washington Post. Eppure è proprio a causa di questi morti che la Casa Bianca ha potuto sostenere che il regime di Assad abbia oltrepassato la “linea rossa”. Obama, infatti, si era impegnato ad agire solo se fosse stato provato l’uso di armi chimiche. Dunque è evidente, osserva il giornale, che le parole dell’amministrazione abbiano fornito all’opposizione siriana «un potente incentivo per fabbricare prove». «Se tu fai parte dei ribelli e sai che la Casa Bianca ha tracciato una linea rossa sull’uso degli agenti nervini, è naturale che tu abbia un interesse nel dare l’impressione che siano state utilizzate alcune armi chimiche», ha ammesso lo scienziato Onu Rolf Ekeus al quotidiano americano.

POCHE FOTOGRAFIE E TESTIMONIANZE. «La mancanza di trasparenza ha minato la credibilità delle rivendicazioni di armi chimiche», prosegue il Washington Post. Secondo Jean Pascal Zanders, ex assegnista di ricerca dell’Istituto di non-proliferazione dell’Unione Europea, le poche fotografie e testimonianze finora pubblicate sull’uso di armi chimiche in Siria sono molto meno dettagliate di quelle sulle stragi curde in Iraq, avvenute nel 1999 nella città di Halabja, dove le tracce dell’uso di armi chimiche erano visibili. Inoltre, prosegue Zanders «non ci sono notizie» che forniscano particolari descrizioni che facciano pensare a effetti di armi chimiche. «Non abbiamo le informazioni necessarie», spiega Zanders. E sulle prove raccolte da ribelli e governi occidentali «non c’è nemmeno un foglio che documenta i campioni». Inoltre, conclude, il modo di procedere è estremamente politico, e «non c’è modo di contestare i risultati».

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