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Siria. Ad Astana uno show politico russo-turco-iraniano

gennaio 26, 2017 Rodolfo Casadei

I tre paesi impongono il loro ruolo decisivo nella soluzione della crisi siriana. Curdi e ribelli non jihadisti escono perdenti.

L’impegno collettivo di Russia, Turchia e Iran a far rispettare la tregua d’armi su tutto il territorio siriano entrata in vigore il 30 dicembre scorso (dalla quale sono esclusi l’Isis e il Fronte per la conquista della Siria, ex Fronte Nusra), nessun progresso nel negoziato politico fra ribelli non jihadisti e governo di Damasco, il sostegno dei tre paesi promotori dei colloqui di Astana ai negoziati sponsorizzati dall’Onu a Ginevra che dovrebbero riprendere l’8 febbraio, l’invito agli Usa da parte del rappresentante russo ai colloqui ad assumere un ruolo attivo negli attuali sforzi per la soluzione del conflitto: la due giorni dell’International Meeting on Syrian Settlement (così era ufficialmente intitolato l’appuntamento) che si è svolta fra il 23 e il 24 gennaio nella capitale del Kazakistan è stata quello che si poteva prevedere, ovvero uno show politico per consolidare in termini diplomatici e di comunicazione il ruolo privilegiato che le tre potenze regionali elencate all’inizio hanno assegnato a se stesse nella gestione e possibilmente nella soluzione della crisi siriana entrata nel suo sesto anno.

Progressi negoziali non ci sono stati e nemmeno erano preventivati: Russia, Turchia e Iran hanno firmato una dichiarazione congiunta con la quale si impegnano a rispettare e far rispettare il cessate il fuoco, ma la creazione e approvazione di un meccanismo per il controllo dello stesso è stata rinviata ad altra occasione. Dalle trattative restano esclusi non solo i gruppi jihadisti, ma anche i curdi siriani del Pyd/Ypg che, sotto la sigla Forze democratiche siriane, controllano molte aree del nord-est della Siria. Per la prima volta da sei anni a questa parte i ribelli non jihadisti e i governativi si sono incontrati nella stessa stanza, ma i primi continuano a porre come precondizione alla pace le dimissioni del presidente Assad (nonostante dal punto di vista militare i ribelli non siano mai stati tanto sulla difensiva come oggi e i governativi tanto in posizione di vantaggio), mentre il regime continua le operazioni militari contro di loro nel sud e nel centro del paese, prendendo a pretesto la presenza di miliziani dell’ex Fronte Nusra nei loro ranghi.

Le cose non cambieranno nelle prossime settimane, perché alla mano libera delle forze di Damasco e dei loro alleati iraniani contro le sacche di resistenza ribelle attorno a Damasco, nel centro del paese e persino nella parte dell’Idlib più vicina alle città alawite della costa (Lattakia e Tartus), corrisponde speculare condiscendenza nei confronti delle truppe turche entrate in territorio siriano che non si limitano affatto a combattere l’Isis (per mettere le mani sulla cittadina di Al Bab, della quale hanno già detto che una volta “liberata” non sarà restituita al controllo del regime di Bahsar el Assad), ma anche le forze curde del Pyd/Ypg. I ribelli non jihadisti continueranno a protestare che il governo e i suoi alleati iraniani e russi violano il cessate il fuoco, e la Turchia loro sponsor farà orecchio da mercante in cambio della tacita autorizzazione di Mosca e Damasco a operare militarmente sul suolo siriano nella regione di confine, principalmente in funzione anti-Ypg/Pyd. L’emarginazione dei curdi dal processo negoziale e la condiscendenza verso la presenza delle forze turche in territorio siriano e verso i loro attacchi contro i miliziani curdi sono la contropartita che Mosca e Damasco hanno concesso a Erdogan in cambio della sua rinuncia sul piano tattico a intervenire ad Aleppo durante l’offensiva governativa che ha portato alla sconfitta dei ribelli, sul piano strategico al regime change ai danni di Assad.

Curdi e ribelli non jihadisti sono i grandi perdenti del riavvicinamento strategico fra Russia, Turchia e Iran, e Astana non poteva che confermare questa realtà. I curdi sono diventati la merce di scambio che ha convinto Erdogan a cambiare la sua politica nei confronti del regime di Damasco, avendo essi fatto l’errore di appoggiarsi troppo sugli americani. Nel momento in cui le Ypg sono passate sotto la protezione degli Stati Uniti, che hanno fornito loro denaro e mezzi in funzione anti-Isis e si sono rifiutati di ascoltare le proteste di Ankara che denunciava i loro strettissimi legami col Pkk curdo-turco, Erdogan ha compreso che doveva trovare un accordo con Putin e Assad. Quest’ultimo è stato ben lieto di subappaltare la repressione dell’irredentismo curdo-siriano, divenuto una minaccia all’integrità territoriale della Siria grazie al sostegno dell’amministrazione Obama, ai turchi. Come dimostra la riconquista di Palmyra da parte dell’Isis, anche col sostegno di Russia e Iran Assad non ha abbastanza forze per controllare le parti di territorio che vengono riconquistate ai ribelli delle varie tendenze. In passato ha concluso un accordo segreto di non belligeranza con le Ypg favorendo di fatto la loro egemonia nel nord-est in funzione antiribelli, sia jihadisti che non jihadisti. Adesso che le Ypg si sono rafforzate troppo, trova tatticamente utile lasciare il via libera alla repressione turca in territorio curdo-siriano.

Le cose non vanno affatto meglio ai ribelli non jihadisti, da sempre operativamente collegati all’ex Fronte Nusra qaedista, grazie al permissivismo dei loro sponsor turchi e statunitensi. Oggi sia la Turchia che gli Usa sono seri quando chiedono loro di separare definitivamente le loro sorti da quelle del Fronte per la conquista della Siria, e ciò li pone in una situazione difficilmente sostenibile: se non si separano seriamente dai qaedisti, finiscono bersaglio puntuale di governativi e russi che affermano di non violare i termini dell’armistizio quando attaccano località dove ex Fronte Nusra e ribelli non jihadisti operano congiuntamente; se si separano provocano le rappresaglie del Fronte, che proprio nei giorni dei colloqui di Astana ha attaccato le posizioni di Jaish al-Mujahideen a est di Aleppo, un gruppo sostenuto dagli Usa. Si è trattato di una vendetta, l’unica possibile al momento, per l’ultimo bombardamento ordinato dal presidente americano uscente Obama contro una base dell’ex Fronte Nusra.

Nonostante tutte queste difficoltà dei gruppi ribelli e quelle crescenti dell’Isis che sta perdendo terreno anche in Siria, russi e governativi siriani sono perfettamente consapevoli di non poter mettere fine alla guerra civile con la sola forza militare, anche dopo aver raggiunto un accordo con Erdogan. Per questo motivo hanno riaperto la porta agli Usa e nelle prossime settimane cercheranno di convincere il neo-presidente Trump a entrare nella partita con un ruolo non secondario.

Foto Ansa

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