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Simona Atzori, l’artista e ballerina senza braccia piange la morte della madre. La mancanza è una risorsa

gennaio 12, 2013 Benedetta Frigerio

Grazie alla madre si è costruita quelle amicizie che ora non la lasciano sola. Così Simona Atzori scrive al Corriere una lettera sull’handicap e il bisogno di legami.

Oggi ha 39 anni e da quando ne aveva 34 le sue opere sono esposte perennemente nella città di London Ontario. Ma Simona Atzori non è solo una pittrice di successo, è anche una ballerina e una scrittrice nota. A 4 anni cominciò a dipingere, a 6 a ballare e divenne la prima donna a portare in una chiesa la danza. Lo fece a Roma nel 2000 durante l’anno giubilare, con una coreografia che è stata inserita nella Grande enciclopedia multimediale del Vaticano. Gli spettacoli, i quadri e i libri di questa giovane donna sono tanti per la sua età, ma quel che colpisce è altro. Simona eccelle là dove l’uso del corpo, ma sopratutto delle mani, è fondamentale. Pittura, danza e scrittura. E pure lei non ha né braccia né mani. Nacque senza.

UN HANDICAP O UN POTENZIALE. Nella lettera scritta l’altro giorno al Corriere della Sera, sulla madre morta alla vigilia di Natale, è come se l’handicap e la forza di Simona aumentassero insieme. La donna ha spiegato come sia stato possibile sviluppare tante doti. Raccontando che il limite, anziché frenarla, l’ha fatta lavorare per sviluppare tutte le qualità che aveva. Ma non c’è solo questo. C’è l’amore e l’educazione di una madre. «Sono nata così – scrive Simona – senza le braccia, da due genitori straordinari che mi hanno accolto senza tragedie, ma con tanto amore e positività». Quello per cui tutto ciò è stato possibile è l’essere «cresciuti insieme (…) con la voglia di trovare il nostro posto in questo mondo». Un mondo, sottolinea, che purtroppo «a volte fa fatica ad accorgersi di quanto sia bello e prezioso il fatto che tutti noi siamo diversi». E come sia possibile arrivare fino a dire così la donna lo spiega sottolineando che le sue braccia non ci sono, ma che per questo sono diventate «quattro, poi otto, poi mille e poi infinite perché hanno il desiderio di accogliere tutte le braccia che hanno voglia di donarmi il loro amore». È questa umiltà del ricevere, contraria all’autosufficienza che ci lascia soli, a farle scrivere di un bene che le ha permesso di impegnarsi «in ogni momento della mia vita, ma sempre con lei (la madre, ndr) al mio fianco sono diventata una pittrice e una danzatrice insieme e anche grazie a lei, perché non ci siamo mai arrese».

CERTEZZA E DOLORE. Simona spiega che è consolata dal fatto che «quando le persone lasciano la terra alla vigilia di Natale si dice che stiano accompagnando la Vergine nella nascita di suo figlio» e «il pensiero che lei non abbia smesso di essere madre mi ha dato quel senso di serenità che lei mi aveva augurato». Però non basta, continua la donna, «il dolore che si prova quando si perde la propria mamma è qualcosa che non si può spiegare e nemmeno immaginare prima». E raccontando la pena di ogni genitore di un figlio disabile sottolinea: «Chissà quante volte la mia mamma avrà pensato al momento in cui non sarebbe più stata lei a “donarmi” le sue mani e quante preoccupazioni che non mi ha mai fatto percepire».

PER ADARE AVANTI. Cosa ha fatto la mamma di Simona per darle un futuro? «In questi anni mi ha aiutato a costruirmi delle basi su cui fondare la mia vita, sapendo che mi avrebbero aiutato anche nel momento in cui lei non sarebbe più stata accanto a me. Lo ha fatto in mille modi e forse solo ora lo comprendo realmente, perché lei non c’è più, ma tutto quello che abbiamo costruito resta e ora sta a me portarlo avanti». Questa, conclude, «è la prova più grande della mia vita», ma «è come se fossi nata una seconda volta, senza le sue braccia di madre, ma con le braccia di tante altre persone che mi circondano e che non mi permettono di sentirmi sola. Ho tutti gli strumenti per ricominciare questa vita».

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