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Ecco chi è Silvana Mauri, l’unica donna che Pasolini avrebbe «potuto amare»

ottobre 30, 2016 Luigi Amicone

Ritratto di Silvana Mauri, una donna schiva ma che sapeva cos’è la maestà della vita

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Silvana Mauri, vedova dello scrittore Ottiero Ottieri, morta il 23 giugno 2006, fu donna dalla vita appartata, dedita alla famiglia e al tempo stesso alla vita letteraria ed editoriale milanese. Con Tempi ebbe un legame fugace eppure definitivo, comprovato da un bigliettino che ci indirizzò un anno prima della sua morte, legato alla memoria di Pier Paolo Pasolini. L’articolo che segue venne scritto in recensione del suo primo e ultimo libro, un’autobiografia pubblicata nella primavera-estate 2006. Il caso volle che ne scrivessimo nei giorni della breve malattia e morte di Silvana. L’articolo però rimase inedito. Così oggi, incrociando il decennale della sua morte con lo scoccare del quarantunesimo anniversario della tragica scomparsa del suo amato Pier Paolo, ci piace pubblicarlo.

Le avevo telefonato la sera di mercoledì 21 giugno, dopo aver divorato, in una giornata di passaggio a Roma, il suo Ritratto di una scrittrice involontaria. L’avevo sentita nel suo rauco confabulare con la badante che dall’altra parte del telefono mi pregava di attendere. Lei, “la signora”, suppongo fosse sorpresa per l’ora e, curiosa com’era, volesse comunque sapere chi osava disturbarla nella sua quiete domestica. Si capisce, aveva 86 anni “la signora”, e io avevo solo sbagliato ad annunciarmi con il generico “sono un giornalista” invece che col nome e cognome di quel tale che dieci anni prima l’aveva intervistata sulla sua amicizia con Pier Paolo Pasolini. Quel Pasolini che il 10 febbraio 1950 le aveva scritto: «Tu sei stata per me qualcosa di speciale e di diverso da tutto il resto: così eccezionale che non vi trovo nessuna spiegazione, neanche una di quelle spiegazioni larvali e così concrete che noi afferriamo nel nostro monologo interiore: nelle nostre astute manovre del pensiero. Da quando mi hai aperto la porta a Bologna, pochi giorni dopo che io avevo conosciuto Fabio, e mi sei apparsa sotto la figura di “madonna del duecento” (credo di avertelo detto), alla Malga Troi, a Milano, dopo la guerra, da Bompiani, a Versuta, a Roma, tu sei stata sempre per me la donna che avrei potuto amare, l’unica che mi ha fatto capire che cosa sia la donna, e l’unica che fino a un certo limite ho amato. Tu capisci cos’è quel limite: ma ora devo dirti che qualche volta, non so né come né quando l’ho varcato, timidamente, pazzescamente, ma l’ho varcato. Se vuoi pensare a una situazione simile, pensa alla “Porta stretta”: ma io non ti ho mai detto della mia tenerezza, perché non mi fidavo di me. Non farmi aggiungere altro, capiscimi. Nel mio ultimo biglietto ti ho scritto che tu eri l’unica, fra tutti i miei amici, con cui mi riusciva di confidarmi: e questo semplicemente perché sei l’unica che io ami veramente, fino al sacrificio».

Forse Silvana mi avrebbe risposto al telefono la sera del giorno di san Luigi. Forse no. Sia come sia, la mattina dopo l’avevo richiamata, ma «la signora è in ospedale». Poi, la notizia della sua morte, sopraggiunta il 23, mi era sfuggita.

Una morte che non finisce mai
Adesso di lei non mi resta altro che il lampo di una conversazione nella sua casa di via San Primo a Milano. E un suo biglietto d’occasione. Dieci anni dopo quell’incontro. Ricevuto in redazione il venticinque ottobre del 2005. Quando mi sembrò di non avere altro da aggiungere in vista delle celebrazioni del trentennale della morte del poeta di Casarsa, che quello che avevo sentito da lei e pubblicato sul primissimo Tempi dieci anni prima.

Perciò, in vista della riedizione su Tempi della conversazione dell’8 novembre 1995, avevo fatto chiedere alla signora Silvana Mauri se per caso avesse voluto chiosare, integrare o aggiungere altre cose a quella intervista. L’unica, mi pare, in cui si è tanto confidata sulla sua relazione con Pasolini. Per il restante, nella sua lunga e feconda vita di agiata borghese, non aveva fatto altro che lavorare, starsene in disparte dalla grafomania pasolinista, dedicarsi anima e corpo ai propri figli, al suo amato marito, lo scrittore Ottiero Ottieri, alla casa editrice di suo zio Valentino Bompiani. Ecco, il biglietto diceva, «Gentile direttore, ho ricevuto il Suo articolo, La ringrazio e La prego di pubblicarlo così com’è. Pierpaolo ha avuto certo una morte che non finisce mai. La ringrazio tanto di tutto. Silvana Mauri Ottieri, 26 ottobre 2005, Milano».

Poi dice che Pasolini non aveva visto giusto. «Pier Paolo mi rimproverava di non scrivere. Su questo punto ha sempre insistito, anche quando poi mi sono sposata e avevo avuto dei figli. Gli dicevo: “Pier Paolo, non si può fare tutto nella vita. Ognuno ha la sua strada, la mia è il lavoro, il marito, la famiglia. Non ho tempo per scrivere libri”. Ma lui ha sempre insistito. Mi diceva: “Un giorno ti metto il microfono al collo, tu parli e io ti registro”». Alla fine Silvana ha ceduto. Ma proprio alla fine. Giacché il suo strano, unico, impareggiabile libro è anche – e non per modo di dire – il suo testamento (e vogliamo aggiungere che Ritratto di una scrittrice involontaria, curato da Rodolfo Montuoso, è arrivato in libreria solo una settimana prima della morte di Silvana e che l’editore si chiama “Nottetempo”?).

ritratto-di-una-scrittrice-involontariaIl suo testamento letterario
Ora, aperto il Ritratto ci si trova a godere della maestà della vita. Vale a dire di un tipo umano che sembra ormai specie rara nella nostra postmodernità appiattita sulla falsa alternativa tra donne veline e donne bruttine (ma di zelante furore mascolino); tra fidanzate o conviventi o compagne anatroccole e funzionarie attive nella rivendicazione di diritti riproduttivi e quote rosa. Insomma, la “scrittrice involontaria” è puro talento femminile.

«È un talento innato, una disposizione originaria, un assoluto virtuosismo nel conferire al finito un senso». Così, avrebbe scritto di lei Cesare Pavese. E così avrebbe anche dato un nome al suo archetipo. «La donna concilia l’uomo e se stessa col mondo, è in armonia con l’esistenza in una misura che l’uomo non conosce. Poiché la donna spiega la finitezza, essa è la vita profonda dell’uomo: una vita tranquilla e nascosta, come è sempre la vita delle radici. Il matrimonio è quindi il legame umano, che riannoda lo spirito al mondo e alla vita sociale».

Trovi, nel miracolo narrativo di Silvana Mauri, notazioni su Milano più intelligenti di tutti gli articoli e le analisi che di tanto e in tanto ci raccomandano i giornali sul presunto “declino” del capoluogo lombardo. «La città regge, comunque, come uno spaghetto al dente». «C’è una rete di rapporti che ti regge, che senti vicino, partecipe, anche se non te lo dicono mai». Trovi, nelle sue lettere dei vent’anni, la solita giovinezza inquieta, mai sbriciolata come mollica che si gonfia e imputridisce dentro la pozzanghera del narcisismo. «Ebbene, quante cose o sempre le stesse: bellezza, benessere, bellezza. E sotto scorre e si complica un torrente torbido in movimento». Trovi, in un frammento di diario durante la guerra, della Milano dei tedeschi in fuga davanti all’avanzata degli alleati, l’eco di quello che oggi potrebbe essere Baghdad e quello che può sempre essere un signor giornale europeo. «Stamattina, aria grigia e freddino, la città è stralunata come un uomo che ha vegliato. Camion, convogli color oliva sbucano da ogni parte. La gente corre all’ufficio, ai tram, alle botteghe, ma non è indifferente come al solito. Gruppi si fermano a guardare, calmi. “Scappano e portano via la roba nostra”. Altri convogli incrociano per le strade. Non si capisce, ma la guerra può continuare in eterno. È morto Roosevelt. La natura procede coi suoi passi d’elefante, colpisce anche il vittorioso che gioca al golf. Certi letterati dicono ridendo: perché invece di lui non è morto l’altro? Era un grande uomo? Responsabile? L’Italia libera lo ha compianto come grandissimo uomo, amico dell’Italia. L’Italia fascista lo chiama criminale di guerra e lo pubblica sul Corriere, fotografato mentre sghignazza».

Davvero un’altra lingua e tutta un’altra storia rispetto a quella che si legge oggi in Italia. Il testamento letterario della Mauri è suddiviso in tre parti: la giovinezza dei “Ricordi, lettere, sogni”; il “Diario editoriale” di un anno (1944-1945) in Bompiani, con notazioni su riunioni, progetti editoriali e incontri con scrittori, traduttori e consulenti della giovane casa editrice milanese; e una terza dedicata a “Ritratti e conversazioni”, in cui scorrono i profili di Corrado Alvaro, Elio Vittorini, Cesare Zavattini, Camilla Cederna, Valentino Bompiani, Pasolini, Alberto Moravia e Carolyn Kaiser, Cathy Berberian, Luciana Momigliano. Infine, le quattro pagine di commiato. Che fin dall’incipit rivelano e, al tempo stesso, velano, il mistero di tutto il racconto. «Come i destini, anche le vecchiaie sono diverse».

Le circostanze di un destino incredibilmente ricco di libertà, incontri, umanità, bel tempo, non è ancora tutta la vita. Poiché tutta la vita porta il mistero nella coda dell’occhio. Oppure è un niente abbagliante. Per parte sua Silvana non dice una parola sulla sua fede cristiana che pure dovette avere nelle ossa e a cui, forse, per pudore di un certo doloroso avvenimento familiare, allude qua e là obliquamente. Golosa di vita, Silvana arriva alla vigilia dell’addio, dicendo un po’ come Ada Negri dice «mia giovinezza non t’ho perduta». Solo con una nota in più di malinconia, anche qui, come in tutta la sua esistenza di gran donna borghese, un po’ appartata, nascosta, trattenuta. «Devo dire che gli analisti mi irritano quando cercano di definirti, perché non tengono conto delle infinite morti che ci lasciamo alle spalle, non considerano abbastanza che ognuno alla fine cerca il suo modo per sopportare il ricordo e il dolore».

Curiosità vorace
Sopportare? Sì, fino a un certo punto, però. Perché è nella natura del cuore così come Dio l’ha fatto e di cui Silvana Mauri è la prova di come possa essere difeso e custodito con intelligenza e umanità, il non rassegnarsi alla consolazione roussoiana del ricordo malinconico. «Ma se leggo un libro di uno scrittore che ho conosciuto, che vive nelle sue pagine, mi viene da piangere al pensiero che non posso comunicare di persona con lui, mi rattrista di non essere più chiamata dalla strada e di non potere più aprire la finestra per vedere chi è. E mi sento sola».

Ecco, come coi morti, è proprio vero che tutti noi sperimentiamo una solitudine a cui nessuno, nemmeno le persone più care, possono dare risposta. «In me, oltre al ricordo, c’è ancora la curiosità per la vita degli altri. Io ce l’ho di certo questa curiosità, ed è quasi vorace. Ma so anche bene che l’incontro con l’altro resta quasi sempre provvisorio, casuale, impensabile».

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