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Sia i cattolici croati che i luterani finlandesi vogliono essere europei

gennaio 24, 2012 Rodolfo Casadei

In Croazia l’adesione del paese all’Unione Europea è stata approvata dai due terzi dei votanti in un referendum popolare, in Finlandia il primo turno delle presidenziali vede in ballottaggio due candidati europeisti. La regola base della geopolitica è confermata: i piccoli Stati tendono sempre a prendere parte a grandi alleanze organiche

Come le borse la settimana scorsa, anche l’europeismo ha conosciuto un piccolo rimbalzo nel week-end che è alle nostre spalle: in Croazia l’adesione del paese all’Unione Europea è stata approvata dai due terzi dei votanti in un referendum popolare, in Finlandia il primo turno delle elezioni presidenziali ha consegnato al ballottaggio due candidati europeisti, il conservatore Sauli Niinisto e il Verde Pekka Haavisto.

Né le prospettive poco serene della moneta comune di 17 paesi dell’Unione Europea, né le procedure di infrazione aperte contro l’Ungheria, né le notizie intorno all’Olanda che si comporta come un rapace paradiso fiscale nei confronti del Portogallo contribuendo ad affossare le sue finanze hanno scalfito la fiducia nell’integrazione europea di due paesi che rappresentano due aree culturali e geografiche molto diverse: la cattolica e mitteleuropea Croazia e la nordica e luterana Finlandia; anzi: dalle parti di Helsinki l’estrema destra euroscettica dei Veri Finlandesi ha visto dimezzare i propri voti, dal 19 per cento delle politiche dell’aprile scorso al 9,6 per cento di Timo Soini, il loro candidato presidente.

Il “sì” popolare all’ingresso della Croazia nella Ue non è mai stato in discussione, essendo favorevoli ad esso sia il nuovo governo di centrosinistra a guida socialdemocratica entrato in carica dopo le elezioni di dicembre, sia l’opposizione di centrodestra dell’Unione democratica croata (Hdz), che quando era al governo aveva inoltrato nel 2003 la domanda di adesione, bloccata per anni da un veto della Slovenia per controversie di confine. Venuto meno il veto sloveno nel giugno 2010, la domanda di adesione ha ripreso il suo cammino fino alla firma del trattato di adesione nel dicembre scorso, dove è stabilito che l’affiliazione diverrà effettiva il 1° luglio 2013. Il “sì” nel voto referendario è stato perorato da un fronte che va dal capo di Stato Ivo Josipovic, socialdemocratico, eletto all’inizio del 2010, al criminale di guerra Ante Gotovina, attualmente detenuto all’Aja condannato in primo grado dal tribunale per l’ex Jugoslavia a 24 anni di prigione per i massacri di serbi nelle Krajne. Alcuni partiti ultranazionalisti hanno fatto campagna per il “no”.

Con tutto questo, solo il 44 per cento degli elettori si è recato alle urne: una percentuale nettamente più bassa di quella registrata in occasione delle elezioni politiche, dove aveva votato il 62 per cento degli aventi diritto. «La Croazia non perderà la sua sovranità né le sue risorse naturali, né sarà diretta dalla Ue. L’Europa non risolverà i nostri problemi però ci offrirà una grande opportunità», aveva spiegato il presidente Josipovic per controbattere le ragioni del “no”. La Croazia diventerà così, dopo la Slovenia, il secondo paese nato dal collasso dell’ex Jugoslavia a entrare a far parte dell’Unione Europea.

Uno degli argomenti della campagna presidenziale finlandese, che ha visto correre per la carica presidenziale i candidati di tutti gli otto partiti presenti nel Parlamento, è stato proprio quello dell’allargamento. Il governo finlandese di grande coalizione, presieduto dal conservatore Jyrki Katainen, è forse il più favorevole d’Europa all’allargamento massimo della Ue. Nell’ottobre scorso a proposito dell’ingresso della Croazia il ministero degli Esteri finlandese diffondeva un comunicato dove si leggeva: «Questo è un segnale positivo per tutti i Balcani occidentali. L’esempio della Croazia mostra che l’accessione è una possibilità reale. Particolarmente nei Balcani occidentali, l’allargamento dell’Unione Europea è tuttora anche un processo di pace. La Commissione raccomanda l’apertura di negoziati d’adesione col Montenegro e l’ex repubblica jugoslava di Macedonia. La Commissione raccomanda anche che alla Serbia sia accordato lo status di paese candidato. In Turchia, il processo di adesione alla Ue è chiaramente una forza che spinge verso le riforme. Come membro della Ue, la Turchia rafforzerebbe l’Unione come attore politico ed economico. L’apertura di nuovi capitoli di negoziato dovrebbe essere continuata in accordo con l’ordine del normale processo negoziale».

Niinistö, ex ministro delle Finanze ed esponente del partito della Coalizione nazionale che guida il governo, ha conquistato al primo turno il 36,9 per cento dei voti. Haavisto ha sorpreso molti osservatori col suo secondo posto finendo davanti a candidati centristi e socialdemocratici inizialmente più quotati di lui, in particolare Paavo Vayrynen, ministro degli Esteri centrista che propone che la Finlandia abbandoni l’euro. Ex ministro dell’Ambiente, rappresentante Ue nel Darfur fra il 2005 e il 2007 minister, Haavisto è stato presentato dai giornali come il primo candidato dichiaratamente gay che partecipa a un ballottaggio presidenziale. Col suo 18,7 per cento di partenza non sembra avere molte possibilità di successo. Sta comunque di fatto che entrambi i concorrenti sono europeisti, mentre Vayrynen, che proponeva che la Finlandia abbandonasse l’euro, è arrivato solo terzo e l’antieuropeista Soini non è arrivato nemmeno alla doppia cifra.

Le tendenze prevalenti in Croazia e Finlandia confermano uno dei principi della geopolitica: quello secondo cui i piccoli paesi hanno interesse a prendere parte e ad allargare il più possibile grandi alleanze organiche, perché così facendo moltiplicano la loro influenza e rafforzano la loro sicurezza; mentre i grandi paesi tendono ad escludere dalle ampie alleanze organiche quei paesi che, per la loro forza demografica, militare ed economica, ridimensionerebbero il loro ruolo all’interno dell’organismo integrato.

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