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Gli sgomberi “guidati” dai residenti. Viaggio nelle case popolari di Quarto Oggiaro, la periferia che non scoppia

novembre 29, 2014 Chiara Rizzo

Fabio Galesi, 25 anni, consigliere di zona in uno dei quartieri più difficili d’Italia racconta come si lavora contro la criminalità e gli occupanti abusivi

La manifestazione dei residenti di Quarto Oggiaro  dopo le minacce di morte: Galesi è in fondo a sinistra, con il maglione bianco, insieme al sindaco Pisapia

La manifestazione dei residenti di Quarto Oggiaro dopo le minacce di morte: Galesi è in fondo a sinistra, con il maglione bianco, insieme al sindaco Pisapia

Milano, zona nord ovest: si supera il futuristico ponte di via Palizzi, e si entra a Quarto Oggiaro una delle periferie più celebri d’Italia, una babele di case popolari e di arterie. Eppure, mentre nelle periferie di Corvetto, Niguarda e del Giambellino si protestava per gli sgombri degli occupanti abusivi e, un po’ più a sud, la periferia capitolina di Tor Sapienza andava a fuoco per la rabbia contro la massiccia presenza di immigrati e l’abbandono, qui tutto è andato avanti nel solito tran tran quotidiano. Non che non ci siano le case popolari occupate anche a Quarto Oggiaro, non che non si debba fare i conti con la micro e macro criminalità tutti i santi giorni. E gli sgomberi ci sono stati anche qui. Che succede allora a Quarto Oggiaro, perché qui nessuno protesta? In settimana il fatto degno di nota sono state le minacce che ha ricevuto Fabio Galesi, 25 anni, uno che a Quarto Oggiaro c’è cresciuto e che da tempo si è impegnato in politica (Pd) nel consiglio di zona, proprio come responsabile delle case popolari. La minaccia, denunciata alla polizia, gli è arrivata dai parenti di un ragazzo oggi in carcere e che abitava proprio in uno dei palazzoni popolari del quartiere, dove vive anche la nonna di Galesi: mercoledì molti residenti hanno organizzato un presidio pacifico in una piazza del quartiere in sua difesa, è arrivato anche il sindaco Giuliano Pisapia, con alcuni assessori. Una protesta pacifica, a favore di un ragazzo che, tra l’altro, con il suo lavoro, quest’estate ha portato ad un blitz delle forze dell’ordine, proprio per lo sgombro di spazi occupati in via Pascarella.

Le periferie milanesi sono in una situazione esplosiva. Qual è la condizione delle case popolari nel suo quartiere?
Gli sgomberi continuano. A Quarto Oggiaro ci sono 6500 alloggi di proprietà del comune di Milano, e un centinaio di alloggi di Aler. Su 180 sgomberi effettuati a Milano da gennaio a settembre, il 30 per cento sono avvenuti nel nostro quartiere: si tratta di sgomberi programmati e decisi dal tavolo per la sicurezza, escluse le flagranze di reato sul posto. In tutta la zona 8 si sta facendo un lavoro certosino su questo tema. Dato che la maggior parte delle case popolari appartiene al Comune, siamo noi stessi del consiglio di zona che comunichiamo all’assessore alla Casa e a quello alla Sicurezza i nominativi degli occupanti. Se da noi non c’è stata nessuna protesta, nessun picchetto di gruppi antagonisti e nessun presidio dei residenti contro gli sgomberi, accade perché gli sgomberi qui sono stati eseguiti in modo corretto. Non solo abbiamo individuato i delinquenti che occupano, ma nel contempo sono stati attivati tre cantieri in un anno per il recupero degli alloggi sfitti, in modo che siano ristrutturati in fretta per riassegnarli. Diminuire gli alloggi sfitti diminuisce le occupazioni.

Come avete fatto a individuare gli occupanti abusivi? Perché dice che secondo lei la situazione è gestita “in modo corretto”?
A Quarto Oggiaro abbiamo creato un metodo di lavoro. Raccogliamo le segnalazioni dirette del territorio, che ci arrivano dai cittadini, dai custodi degli stabili e dagli operatori sociali che operano in zona. Poi, vado subito a controllare io personalmente. Dopo va la polizia locale. Si inizia ad indagare, a verificare che le segnalazioni che ci sono giunte siano corrette. Se così è, passiamo i nominativi degli occupanti al Comune e alla prefettura. A quel punto, siamo ormai in grado di dire se l’occupante non è in una condizione di reale povertà. In tre anni c’è stato solo un caso in cui la verifica ci ha portato a capire che c’era un bisogno reale.

E negli altri casi di occupanti il bisogno invece non c’era?
Il caso di Largo Boccioni 10, dov’è stata fatta una pulizia generale dello stabile, è significativo. Lì ci avevano segnalato il caso di una donna, che aveva il marito in prigione, e nel frattempo aveva un nuovo compagno con cui aveva avuto altri figli. Lei ai servizi sociali si dichiarava come “ragazza madre” che viveva da sola con i quattro figli. Non solo abbiamo appurato che non era così, ma abbiamo visto che il più grande dei figli era violento, era arrivato a minacciare il comitato inquilini e a dare a fuoco alla portineria. Inoltre, sempre su segnalazione dei vicini, abbiamo verificato che la signora, in realtà, aveva una villetta di proprietà a Pavia e usava l’alloggio occupato abusivamente a Quarto Oggiaro solo come pied-à-terre, perché lei lavorava come bidella lì vicino e non le andava di fare avanti e indietro. Dopo lo sgombero mi ha accusato di aver “lasciato una ragazza con quattro figli senza un tetto”. Non è esattamente così, la signora se n’è tornata nella sua villetta pavese, dove ora vive tranquilla. Un caso simile mi è capitato con una casa occupata da una donna cingalese, con dei bambini, che per occupare l’appartamento aveva sfondato non solo la porta, ma addirittura abbattuto un muro. Diceva di essere sola. L’abbiamo aiutata tramite i City angels, e dopo lo sgombero è stata condotta in una struttura di accoglienza. Alla sera mi hanno richiamato i City angels: la signora se n’era già andata via, il marito era andato a riprendersela, per riportarla nella loro casa di proprietà a Novate milanese. L’ultimo episodio che cito riguarda lo stabile di via Moretti 10, ed è accaduto qualche settimana fa. Un appartamento occupato da tre donne rumene, di cui una incinta, e tre bambini. Siamo andati in 18 persone, tra vigili, assessore, servizi sociali ma non siamo riusciti a convincerle con le buone ad andarsene. Le abbiamo fatte sgomberare, ma le ho incontrate almeno in altri quattro casi di occupazione abusivi: l’ipotesi che facciamo è che ci sia un collegamento tra le mafie italiane e quella rumena. Le donne rom vengono mandate avanti nelle operazioni di “sfondamento”, per poi lasciar subentrare altre famiglie abusive, anche italiane. Tutto questo fa capire che ogni caso va analizzato bene, perché tutti si presentano come vittime, ma molti cercano anche di abusare. A rimetterci sono persone che hanno bisogno, ma che onestamente restano in attesa dello scorrimento delle liste, dopo aver presentato la domanda. Il punto della discussione sulla periferia a mio avviso non dev’essere però l’occupante, ma il delinquente. Spesso nel polverone si parla solo di occupazione di case. Ci dimentichiamo che, oltre alle occupazioni singole, che c’è un sistema più complesso di delinquenza.

Cosa intende dire?
Prendiamo il caso che ha portato alle minacce contro di me. I parenti di un ragazzini di 16 anni, con precedenti penali da quando ne aveva 10, qualche giorno fa mi hanno prima insultato, lanciandomi oggetti dal balcone, poi minacciato. Io li conosco bene, perché abitano nello stesso palazzo popolare dove vive mia nonna. Non sono abusivi, eppure in quella casa popolare c’è gente come mia nonna che abita sotto scacco di violenze da 20 anni. Gente normale, per bene, che vive male questa situazione e spesso rinuncia anche a parlare, perché una denuncia può portare più difficoltà in apparenza. Il messaggio che vogliamo lanciare dal consiglio di zona invece è che i delinquenti e i malavitosi li dobbiamo e li possiamo mandare fuori. Non è giusto convivere con persone che minacciano, che delinquono, che magari hanno un contratto d’affitto regolare, ma che gestiscono il racket. Ci sono mafiosi e ‘ndranghetisti anche nelle case popolari, ed è lì che bisogna colpire. Le vittime sappiano che non dovranno farsi carico in prima persona nemmeno delle segnalazioni. Ce ne prendiamo responsabilità e carico io e altre persone del consiglio. Un po’ scherzosamente dico che ci sono io per prendere le minacce, per tutti i residenti di Quarto Oggiario. Ma è giusto che chi soffre la situazione di violenza sia tutelato dalle istituzioni, e che si prosegua un lavoro capillare di segnalazioni dei reati direttamente da chi vive in questo territorio.

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3 Commenti

  1. beppe says:

    questo ”quasi inferno ” sarebbe il LATO BUONO di milano. figuriamoci il resto allora…..viva il PD e viva pisapia.

    • pse says:

      mi scusi ma che cosa c’entra pisapia? formentini/albertini (1e2)/moratti che hanno governato Milano? e gli allora assessori alle case e all’urbanistica?
      Per la verità questa intervista fa vedere come l’attuale giunta sta affrontando una situazione incancrenita da decenni in modo razionale e compente scindendo la povertà dalla delinquenza.
      E sembrerebbe con risultati migliori dei sistemi chiacchere e distintivo di Maroni / De Corato ….

  2. Raider says:

    La difesa di una giunta in carica tirando in ballo le colpe di quelle passate è un modo per cacciarsi in polemiche fuorvianti per trarsi d’impaccio con un’azione diversiva. Pisapia ha aggravato i problemi ereditati dalle precedenti gestioni con atteggiamenti e scelte irresponsabili. Fare dell’accoglienza illimitata un criterio amministrativo, scordandosi dei milanesi e degli italiani da sempre, è solo adeguarsi a un politicamente corretto che sta più a cuore a sindaci come lui, che devono difendere l’immagine dei rivoluzionari e progresssiti, un brand che va al di là dell’appartenenza partitica, roba da “superiorità antropologica”.
    Allo stesso modo, non fare nulla per combattere l’illegalità, chiedendo anche per gli zingari il rispetto e l’applicazione della legge, per es., a difesa dei bambini, sfruttati dagli zingari anche quando gli si mettessero a disposizione appartamenti confortevoli a Milano 2 o in Corso Sempione, è del tutto coerente con chi ha della Costituzione, delle leggi, dei legislatori e dei Ministri del nostro Paese un concetto tale, che, come sindaco letteralmente à la page, si mette a trascrivere atti giuridici compiuti in altri Paesi in conformità alle leggi colà in vigore.
    Giunte come quella milanese in carica hanno di fronte i problemi che si vanno a cercare, risolvano o no quelli che hanno trovato all’insediamento. E non sembra che stiano avendo questi grandi successi né a proprosito degli uni né quanto agli altri.

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