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Il senso di Francesco per i poveri non è un’opzione pia ma vita estrema

dicembre 6, 2015 Luigi Amicone

Povertà è l’esplosione di gioia dell’impiegata incontrata in aeroporto dall’inviato del Corriere: «È arrivato il Signore, ora per noi cambierà tutto»

Articolo tratto dal nuovo numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «I poveri li avrete sempre con voi, ma non sempre avrete me». Gesù Cristo non ha fatto nessuna “scelta preferenziale per i poveri”, ed è solo nell’episodio in cui Giuda si lamenta perché Maria ha spalmato un unguento molto costoso sui suoi piedi («si poteva venderlo e dare il ricavato ai poveri») che il figlio di Dio li cita, e senza alcuna particolare enfasi positiva. Anzi. Sono i “poveri di spirito”, secondo il famoso discorso della montagna, i “beati” del Regno. Non perché appartengono alla condizione sociale dei diseredati, ma perché sono umanità che vive oltre i propri pregiudizi, buona terra in cui il seme di una novità può attecchire.

Anche in papa Bergoglio la predicazione sui poveri non è ideologica. Ma è esperienza di “popolo”. Facendosi carico, lui per primo, di rimettere il popolo al centro della scena ecclesiale. È talmente deciso a battere questa strada che non si preoccupa dei critici che lo accusano di populismo paternalistico. Fa politica Francesco, è vero. Ma la fa – con furbizia e avvedutezza di gatto che gioca col topolino del consenso mediatico – per suo spontaneo temperamento.

E così, l’apertura della “porta” dell’anno santo di misericordia a Bangui, nel cuore delle tenebre (guerre civili e carneficine) e della luce (giovinezza e “poveri di spirito”) è proprio la dimostrazione che il Successore di Pietro insegue l’uomo nel suo bisogno anzitutto materiale. Primum vivere, deinde philosophari. Capisce bene che il messaggio cristiano non può arrivare là dove manca il presupposto fondamentale a ogni anima pensante, il pane, l’educazione, la risposta ai bisogni primordiali della vita umana.

Sotto questo aspetto ha colto bene l’inviato del Corriere della Sera al seguito del Santo Padre. Quando ci si imbatte nella povertà reale e assoluta, in un girone di inferno dantesco, tra bolge di assatanati tenuti alla mordacchia da un dispiegamento eccezionale di forze militari e masse di profughi bisognosi di tutto; quando una sconfinata povertà si squaderna in un paesaggio di bellezza e vitalità estreme (giustamente contrapposto alla vecchia e sterile Europa), capisci che speranza è esattamente ciò che ha visto Gian Guido Vecchi sbarcando in Centrafrica. È l’esplosione di gioia dell’impiegata che incontri in aeroporto: «È arrivato il Signore, ora per noi cambierà tutto».

Misurate la precisione di quella donna. Non ha detto qualcosa di una copertina di Time o di una figura dello star-system buonista. Non ha ragionato di parole sentite da un sindacalista e non ha dedotto una morale pia da una fila di tristi scarpe vuote lasciate sull’asfalto. Ha visto Francesco e ha esclamato: “Il Signore!”. Non ha certo letto l’omonimo libro di Guardini l’impiegata dello scalcinato aeroporto di Bangui. Ma ha riconosciuto che «tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Cioè, la misericordia dell’amicizia assicurata da Cristo a ciascuno e tutti. «Beati i poveri di spirito».


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1 Commenti

  1. Andrea Nepoti Goitan scrive:

    Egr. Dott. Amicone,
    So di essere pedante ma l’olio profumato lo spalmò Maria, sorella di Marta e Lazzaro.
    Buona Immacolata
    Andrea Nepoti Goitan

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