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Se ti laurei a 28 anni forse non sei sfigato. Ma sicuramente sei disoccupato

gennaio 27, 2012 Daniele Ciacci

«Si è voluto mandare tutti all’università pensando che questa potesse essere una scorciatoia per mantenere un posto fisso. Ma non è più così». Intervista a Lorenzo Malgeri, amministratore delegato di Top Source, società di consulenza esperta nella ricerca dei talenti.

Camicia rosa e cravatta viola dietro un completo nero. Michel Martone, 38 anni, viceministro del Welfare e professore all’Università di Teramo e alla Luiss, cerca di presentarsi con un taglio giovanile ma intellettuale: capelli in aria e occhiali tondi. Il 24 gennaio, durante un convegno dedicato alla giornata dell’apprendistato a Roma, ad essere giovanile è anche il linguaggio utilizzato: «Se a ventotto anni non sei ancora laureato, sei uno sfigato. Tipo, se a sedici anni scegli di fare un istituto tecnico professionale e decidi di farlo bene, bravo». Eccetera. Un’ondata di insulti e ironia si è riversata sul capo del giovane professore e politico, che ha dovuto fare mea culpa: «Non sono stato sobrio, ma ho detto una verità scomoda».

Intanto, la Fondazione Agnelli esce con una ricerca intitolata “I nuovi laureati”. Ed evidenzia un dato importante: alle nostre università si iscrivono sempre meno studenti. Tempi.it ne discute con Lorenzo Malgeri, amministratore delegato di Top Source, società di consulenza esperta nella ricerca dei talenti.

Condivide l’uscita di Martone?
Un viceministro non può permettersi certe parole. Ma ha assolutamente ragione. Non c’è niente da fare, 28 anni sono troppi. Un mio collegato si è laureato a 29, ma lavorava da cinque anni e ha fatto il militare. Il vero scarto è nella motivazione. Chi si presenta a un colloquio a quell’età senza una motivazione solida o una pregressa esperienza lavorativa non fa bella figura ai colloqui. Non è in cima alla lista di quelli che vorresti avere. 

L’Italia non è capace di valorizzare i giovani talenti?
Sì, ed è un problema reale. Non c’è equilibrio tra le richieste delle aziende e gli studi universitari. Mi spiego: in Italia c’è bisogno di 110 mila tecnici per coprire i posti scoperti. Per non parlare degli altri 330 mila posti di lavori professionali ancora vuoti. Un anno fa, l’Economist  riportava statistiche interessanti: l’Italia esporta laureati come un qualunque paese del Terzo Mondo. Insomma, quelli bravi cercano di andare via, all’estero. In università non c’è spazio e la ricerca è bistrattata.

E le aziende non premiano più un lavoratore solo perché laureato…
Di fatto, oggi la laurea non è più una condizione favorevole per cui immettersi nel mondo del lavoro, ma il primo passo con cui cominciare a giocarsi. Piuttosto, bisogna cominciare a lavorare presto, per fare esperienza. Negli Stati Uniti, se ti presenti a un colloquio in azienda con un PhD, ti chiedono perché hai studiato tanto se alla fine volevi lavorare. Prediligono l’esperienza attiva allo studio.

Quindi, il problema è culturale?
Già: si è insistito sui licei e ha perso valore formativo l’istituto tecnico e il professionale. Il mondo delle università si è ipermoltiplicato e non c’è più un allineamento con le necessità del mercato. Si è voluto mandare tutti all’università pensando che questa potesse essere una scorciatoia per avere – e mantenere  – un lavoro fisso. Ma non è più così. Adesso bisogna studiare in fretta, laurearsi e magari iniziare a lavorare durante gli studi, per avere uno sbocco professionale successivo. E dimostrare che quanto si vale.
@DanieleCiacci

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