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Altro che Grecia. Se scoppia la bolla in Cina rischia di farsi male tutto il mondo

luglio 8, 2015 Gianluca Salmaso

Le borse cinesi hanno “bruciato” 2600 miliardi di euro in tre settimane. Si temono conseguenze sull’economia del Dragone, che fa da traino a molte altre

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Sui mercati di tutto il mondo si addensano due grandi nubi: la prima è quella greca, che porta tempesta sul Mediterraneo, la seconda, foriera di guai ben maggiori, è rappresentata dalle turbolenze dei mercati cinesi, quella che il Washington Post ha già definito «la più grande bolla degli ultimi tempi». Il popolo che fu educato dal libretto rosso di Mao rischia, insomma, una rieducazione ai libretti in rosso. Quelli di risparmio, però.

2600 MILIARDI IN FUMO. Se lo Stato ellenico è stato capace di bruciare 500 miliardi di euro di debito pubblico, le borse cinesi di Shanghai e Shenzhen hanno mandato in fumo 2600 miliardi di euro in tre settimane, il 30 per cento della loro capitalizzazione. Numeri decisamente rilevanti se paragonati al Pil italiano che è prossimo ai 1500 miliardi di euro e a quello della Grecia che non arriva a un decimo delle perdite cinesi, che pure seguono, dato ancor più sconvolgente, a una crescita sull’anno scorso del 151 per cento.

SPECULAZIONE SELVAGGIA. La “bolla speculativa” che si andava gonfiando da anni sui mercati cinesi era ben rappresentata dal rapporto tra gli utili delle società e il loro valore sul mercato: se la media di quelle quotate alla borsa di New York è di 20 volte a uno, a fine giugno quella di Shanghai veleggiava attorno a 70. L’elevata volatilità dei titoli cinesi, che ha permesso loro prima il folle volo e poi l’attuale caduta, è dovuta in parte alle massicce iniezioni di liquidità che ne avevano “dopato” le performance dopo la crisi finanziaria del 2008, e in parte al fatto che “i gioielli di famiglia” non sono quotati in patria ma molto spesso a New York e in altre piazze mondiali. Se mancano i pezzi pregiati, tutta la collezione ne risente, e per le borse non è poi tanto diverso: si finisce per dar più valore a chi non lo merita, soprattutto se si hanno a disposizione risorse tali da poter alzare i prezzi senza remore.

PAGANO I PICCOLI. Quotazioni irreali e un’euforia per i titoli tecnologici molto simile a quella per la “new economy” di fine anni Novanta hanno funzionato come specchietti per le allodole attirando milioni di piccoli risparmiatori con la lusinga di facili guadagni creando un vero e proprio caso: in Cina, l’ultimo grande regime comunista del mondo, ci sono più scommettitori in borsa che iscritti al partito.
I grandi investitori hanno da tempo fatto espatriare parte dei super-guadagni degli ultimi anni, dirottandoli verso altri mercati e investimenti immobiliari nelle zone più prestigiose della east coast americana, ora a pagare il conto rimarranno solo i piccoli e, attraverso un probabile intervento pubblico se le attuali contromisure non dovessero avere effetto, i contribuenti.

CONSEGUENZE PLANETARIE. Ciò che da sempre viene rimproverato alla Cina è di non aver spinto a sufficienza la domanda interna, prediligendole le esportazioni. Il ceto medio che si va a porre tra il proletariato e tycoon più o meno legati a questo o quell’alto papavero del partito comunista, si è lentamente conquistato un ruolo nell’economia del paese nonostante questa fosse impegnata a guardare altrove. Sono i piccoli e medi borghesi che oggi consumano, comprano automobili e altri beni spesso d’importazione, e lo fanno essenzialmente grazie alla possibilità di poter unire al loro salario una disponibilità di credito e di strumenti finanziari che l’attuale congiuntura rischia di compromettere. Il rischio, insomma, è quello che uno scoppio della bolla possa frenare la corsa di uno degli ultimi mercati in espansione del mondo, fiaccandone consumi e investimenti, rallentando così tutta l’economia mondiale che su di essi fa buon conto.

Foto Ansa/Ap


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