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Se non c’è io, non c’è Dio

settembre 20, 2001 Vittadini Giorgio

Metti un pomeriggio in un posto della bassa milanese. Dove una cinquantina di famiglie (e una marea di bambini) si incontrano per discutere di quanto è successo a New York. Appunti – non rivisti dall’autore – di una conversazione con Giorgio Vittadini, presidente della Compagnia delle Opere
a cura di Luigi Amicone

«Di fronte a un ‘morto che cammina, un niente imbottito di esplosivo’, occorre un’idea della vita più forte della sua. E l’idea della vita più forte della sua, non è un’idea della vita, è un’esperienza di vita più forte della sua». Vittadini è in gran forma.

Domanda. Sotto sotto si avverte l’obiezione di chi dice: «pietà per le vittime, no al terrorismo. Però non diciamo che in quelle torri newyorkesi c’era qualcosa che c’entrasse col cristianesimo. L’equazione Occidente=cristianità non è vera». Cosa ne pensi?

Vittadini: Io sono completamente e totalmente appassionato di chi ha fatto le Twin Towers! Un Cristo che si metta contro l’immaginazione e l’operosità umana non mi interessa assolutamente niente. Perché io ho una passione per questo tentativo! Perché se no tu dovresti vivere, poniamo, anche senza lo spazzolino da denti e senza il lucida scarpe. E invece sono cose buone! Chi ti ha fatto il lucida scarpe e lo spazzolino da denti ti ha voluto bene. La passione per il punto di partenza è bene. Altrimenti tutto scade in un manicheismo che ci porta veramente a un cristianesimo clericale. E poi ai Torquemada.

Domanda. Dunque il cristianesimo è sensibile all’opera umana, da qualunque parte essa provenga…

Vittadini: La passione per l’uomo è in cima a tutto. Altrimenti Gesù è semplicemente una locuzione verbale che, come purtroppo può capitare a ciascuno di noi, fa diventare farisei. Punto di partenza è la passione per chiunque fa un tentativo di costruzione che abbia dentro qualche cosa di nobile e di giusto. Quelli che han fatto le Twin Towers, le hanno fatte per la comunità in cui vivono. Non si può distinguere la ricchezza dalla questione del corpo. Altrimenti si scade nel manicheismo, che è un’eresia. Io parto da una passione. Perché la Gerusalemme di cui parlava Gesù era una città che Gesù amava. Gesù era un uomo. Un uomo che piange al pensiero della distruzione della città che ama. Per questo noi abbiamo amato le Twin Towers, amiamo New York, amiamo ogni tentativo umano. Senza questa passione per gli uomini, senza sentirsi addosso la stessa passione di tutti quelli che lavorano, senza questa passione non può esserci vera, sincera, autentica coscienza del limite, del peccato umano. Il nostro carisma è «Cristo e gli alberi», non: «Cristo, Cristo, Cristo». Il nostro carisma non è salvar l’anima, il nostro carisma è la passione per il mondo! Allora, se ho questa passione, capisco che questa passione è tradita anzitutto in me, in me!

Domanda: Sei un progressista anche tu?!

Vittadini: Cerco soltanto di rendermi conto di cosa ho ricevuto. Allora anche per il progresso ho una gratitudine. Perché la via per andare a Gesù è il desiderio umano. Anche per uno che vive la verginità la via è l’amore alla donna. Non l’uscita dal mondo, ma l’amore al mondo. Quanta miseria c’è in un uomo che ama anche nella verginità! Da dove parti, dalla miseria? Quanta miseria c’è nell’uomo che costruisce un’azienda! Da dove parti, dalla miseria? Abbiamo fatto la Compagnia delle Opere sulla passione per quello che fa. L’America è questo. Per questo sentiamo come parte di noi il tentativo di una nazione che, pur tradendo, si concepisce come qualcosa che permette la libertà. Per questo dico: dobbiamo ridare alle cose il loro significato, non uscire dalle cose. Io ho passione per questi uomini, e sento il loro dolore come il mio, e sento la loro costruzione come la mia. Sento il progresso un bene, sento lo sviluppo un bene, sento la gente che sta meglio un bene, sento la scoperta della medicina un bene, sento la scienza un bene. Per questo ne percepisco anche il limite, ma capisco che il male è l’ideologia, il fanatismo religioso che fa di questo limite l’abolizione di ogni operosità umana. Il peccato, che viene dal peccato originale, è l’ideologia. Cominciamo a capire cosa voleva dire per i nostri predecessori difendere Vienna…

Domanda: Gian Micalessin, che è in giro per la Palestina, ha intervistato per Il Giornale il ricercato numero uno dagli israelinai, 23 anni, addestratore di kamikaze e del quale il cronista nota: «nel suo sguardo saettante non c’è più né vita né morte, né gioia né dolore».

Vittadini: Noi non siamo per la guerra, siamo per un’operazione di polizia militare. La strada è lunga e non facile.

Domanda: tornando al discorso precedente: però lo spirito del cristiano non è quello del capitalista…

Vittadini: Ma il nostro peccato è lo stesso! La differenza è solo in ciò che per grazia abbiamo incontrato. Tra te, me e il capitalista yankee non c’è nessuna differenza. Tutti abbiamo l’amore al soldo e le tue mani, come le mie, grondano sangue, ingiustizia, incapacità di vedere il debole, incapacità di vedere quello che è più sfortunato di te, incapacità di essere grato! Non c’è nessuna differenza. Anche noi siamo quelli che abbiamo sbagliato molto, siamo Zaccheo. Non c’è nessuna differenza. Se fai l’esame di coscienza alla fine della giornata, ti rendi conto che dal punto di vista del rapporto col soldo, con le cose, con le persone, il tuo gesto ha la stessa natura di uno che è padrone del mondo. Il contenuto dell’insegnamento di Giussani è innanzitutto questo: la coscienza del peccato. L’occidente ha ridotto il peccato. E anche noi l’abbiamo ridotto a una cosa un po’ più edulcorata, a un “per modo di dire”. L’unica differenza è che in noi non è ideologia. Se ce ne rendessimo conto, avremmo una pietà l’uno verso l’altro, che non abbiamo. Avremmo una capacità di perdono che non abbiamo. Avremmo una non divisione della vita tra l’aspetto privato e l’aspetto pubblico degli affari che non abbiamo, perché ci scanniamo come gli altri. Ma, se ti fermi al male… La questione in più è che questo male che va confessato è realismo. Se san Carlo Borromeo si portava dietro il confessore e si confessava tutti i giorni, dobbiamo pensarci anche noi. La posizione cristiana è la coscienza del peccato. Vi auguro di fare l’esperienza che ho fatto io nella casa in questi ultimi anni: rapporti profondissimi di affezione, e l’esperienza del tradimento, della violenza, della negazione dell’altro, che mi han fatto scoprire esistenzialmente questa cosa che non sapevo, se non fossi stato amato molto e non sbagliassi molto. Per cui, ho percepito che verso tutti, verso i genitori, verso gli amici, non sei diverso. Semplicemente hai qualcuno che ti perdona. Senza questo non si percepisce neanche perché, come con l’impero romano, devi difendere i confini di una “pax” tale per cui questa esperienza quotidiana dell’io possa esistere. Siccome manca la coscienza del peccato allora uno non pensa più, non dà più importanza… «alla vite che non hai piantato, alle greggi che non hai allevato, alla terra che non hai conquistato». Se manca questa coscienza uno si dimentica che tutto è dato, astrae e perde il significato. E perde tutto. Perde tutto il bello e il buono di chi ci ha preceduto.

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