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«Se i carcerati vengono rieducati, lo Stato risparmierà milioni di euro»

luglio 5, 2012 Chiara Sirianni

Grazie all’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà, verrà approvato un provvedimento per favorire lo sviluppo del lavoro nelle carceri. Intervista ad Alessia Mosca (Pd), relatrice del ddl in Commissione lavoro.

Approvare un disegno di legge entro settembre sul lavoro nelle carceri. Fare un passo significativo per sostituire l’attuale legge Smuraglia (datata 2000) e migliorarne le procedure. È l’obiettivo dell’Intergruppo parlamentare per la Sussidiarietà. Alcuni membri nel 2008, dopo una visita al carcere di Padova, hanno deciso di procedere alla presentazione di una proposta di legge per favorire lo sviluppo del lavoro nelle carceri, con un duplice intervento: agevolazioni e facilitazioni (fiscali e burocratiche) per i detenuti lavoratori, e agevolazioni specifiche per le aziende che realizzano (o commissionano) lavoro nelle carceri. «Un iter lungo e complesso» spiega l’onorevole Alessia Mosca (Pd, nella foto) a tempi.it, che ha portato avanti la proposta in commissione lavoro, come relatrice del provvedimento. Come da prassi, sono state depositate due proposte “gemelle”: una alla Camera (primo firmatario Renato Farina, Pdl ) e una al Senato (primo firmatario Tiziano Treu, Pd). Poi il processo di approvazione è stato rallentato dalla ricerca di una copertura finanziaria. E adesso? «Manca solo il passaggio finale, e il ministero della Giustizia ha detto di essere favorevole. A luglio il lavoro in aula sarà molto intenso, ma stiamo comunque tentando di aprire spazi prima di settembre».

Da cosa nasce il vostro interesse per il mondo carcerario? 
Tutti i promotori dell’Intergruppo sono persuasi della bontà del lavoro nelle carceri come strumento per dare corpo a ciò che recita un cartello appeso all’ingresso del carcere di Padova: vigilando redimere. Dare una occupazione ai detenuti non è solamente occupare del tempo, ma soprattutto offrire un percorso rieducativo e di realizzazione personale.

Quali sono state le principali difficoltà con cui avete dovuto fare i conti? 
Quantificare i costi, capire quanti fossero i detenuti iscritti a programmi di recupero, tracciare una mappatura delle varie realtà carcerarie. La legge Smuraglia è poco applicata, purtroppo spesso è lettera morta. Ma siamo convinti che questo provvedimento migliorerà le cose, superando gli ostacoli che rendono scarso l’impiego dei detenuti.

Esattamente cosa cambierà? 
Aumentano le agevolazioni fiscali per chi assume detenuti: verranno allargate alle cooperative e anche alle imprese. Contestualmente si amplia la categoria degli assunti. Sono inclusi anche i detenuti beneficiari di misure alternative alla detenzione, o di lavoro esterno al carcere, fino a sei mesi dal rilascio. Si tratta di un provvedimento relativamente piccolo, che però è in grado di tracciare la strada corretta da percorrere. In alcuni esempi virtuosi, in cui da tempo ormai si sperimentano possibilità di lavoro interno ed esterno all’istituto di detenzione, si arriva a un tasso di recidiva tra il 12 e il 15 per cento. Il nostro obiettivo era quello di mettere a sistema questa possibilità, in nome dell’articolo 27 della Costituzione, il quale prescrive la funzione rieducativa della pena.

Perché è utile, oltre che civile, che lo Stato investa così le sue risorse?
Questa misura porterebbe significativi risparmi per lo Stato. E anche per i cittadini stessi: è stato calcolato che l’abbattimento del tasso di recidiva di un solo punto equivale a un risparmio di 60 milioni di euro. Per ogni ex detenuto che riesce a reintegrarsi vi è un risparmio giornaliero per la collettività di circa 157 euro. Il finanziamento iniziale di questo provvedimento (3 milioni di euro stanziati dal ministero del Lavoro, che vanno ad aggiungersi a quelli già previsti dalla legge Smuraglia) si traduce in un rilevante investimento per la sicurezza sociale. Non è un caso che questo progetto abbia un sostegno trasversale, Lega Nord compresa.

Basterà?
Qualsiasi legge, anche la migliore, da sola non è sufficiente a modificare un habitus. E soprattutto con iniziative come questa c’è grande bisogno del coinvolgimento dei settori competenti. Noi ci siamo limitati a porre l’attenzione su queste tematiche, semplificando alcuni passaggi. Sperando che a cambiare sia la sensibilità collettiva.

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