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Se Dili piange, Giakarta trema

settembre 29, 1999 Johannes E Germana Von Dohnanyi

Travolta da una crisi economica e finanziaria senza precedenti, dopo i massacri di Timor Est l’Indonesia è precipitata in una crisi politica che fa temere brutte sorprese per le elezioni presidenziali di novembre. Le (non rosee) prospettive del più grande paese musulmano del mondo, stretto tra incertezza politica e una precisa strategia dei partiti islamici

Giakarta. L’Oasis, un elegante ristorante del periodo coloniale olandese, è da sempre uno dei ritrovi della “Giakarta bene”nei cui saloni si incontrano industriali, politici e militari indonesiani. Qui, lontano da occhi ed orecchie indiscreti e sotto l’immagine suggestiva del padre dell’umanesimo europeo Erasmo da Rotterdam, i potenti del più grande paese del Sud-Est asiatico discutevano di affari, formavano nuove alleanze politiche e disfacevano quelle superate. Ma da quando anche l’economia indonesiana è stata colpita dal “morbo asiatico”, le discussioni nei discreti separeé dell’Oasis vertono intorno a ben altro. Lo scorso anno infatti la gravissima crisi finanziaria è costata la presidenza al Generale Suharto. L’intero settore bancario è crollato. Industrie cresciute all’ombra del regime corrotto, ma garantito da un rigido protezionismo, hanno dovuto chiudere. In cambio di un pacchetto di salvataggio finanziario la Banca Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale hanno imposto al governo transitorio del presidente Baharuddin J. Habibie una serie di riforme economiche. L’élite intellettuale, gli studenti e i disoccupati hanno chiesto l’inizio di un processo di democratizzazione del quale le elezioni del giugno scorso, dove per la prima volta gli indonesiani hanno potuto scegliere liberamente fra più partiti, sono un chiaro esempio. Tutto ciò ha portato a una positiva fase di transizione, che però minaccia ora di trasformarsi in una vera tragedia.

Rumori di cospirazioni Per la prima volta da quando nel 1965 Suharto e i militari si erano imposti alla leadership del Paese, il partito Golkar, finora considerato onnipotente, ha perso la maggioranza. Ha vinto invece il partito di Megawati Sukarnoputri, la figlia del primo presidente post-coloniale Sukarno, la quale è anche in corsa per le elezioni presidenziali del novembre prossimo. La promessa di indipendenza alla popolazione di Timor Est – peraltro mai concordata né con il Parlamento né con i militari – la violenza crescente fra disereditati in altre parti di questo arcipelago di 14mila isole, l’apparizione minacciosa di un fervore religioso finora sconosciuto nella società islamica più numerosa del mondo ed infine una serie di scandali finanziari hanno seriamente compromesso le aspirazioni di Habibie alla rielezione presidenziale. Il traffico caotico e gli affollatissimi centri commerciali nel cuore della capitale tradiscono un crescente nervosismo. Giakarta in questi giorni è pervasa da rumori di cospirazioni, congiure e piani di un imminente colpo di stato militare. Gli uomini dell’Oasis sanno che il loro potere è minacciato. Per loro questo non è più tempo di affari ma di sopravvivenza.

Rischio “balcanizzazione”
Il timore è che il Paese rischi la balcanizzazione, un processo del quale Timor Est sarebbe solo l’inizio. Anche i fondamentalisti islamici dell’Aceh, la regione più povera nel nord dell’isola di Sumatra, hanno infatti chiesto un referendum per l’indipendenza. Nella parte indonesiana del Borneo gli eredi dei tagliatori di teste, i Dayak e i Malay, combattono contro i contadini migratori venuti da altre isole. Nell’Irian Jaya le tribù animiste chiedono un’ampia autonomia dal governo centrale musulmano e dopo i violenti scontri fra cristiani e islamici, che sono costati la vita a più di 1.300 persone da gennaio ad oggi, la devastata città di Ambon, nelle isole delle spezie, è stata isolata dai militari dal resto del Paese. Primo colpevole di questi eventi sarebbe, agli occhi del crescente numero di nazionalisti indonesiani, il presidente Habibie, il primo civile al timone del Paese senza sostegno dei militari. L’ingegnere laureatosi all’università di Aachen in Germania viene considerato troppo debole per contenere queste forze centrifughe. Il colpo di grazia ad Habibie viene però da alcuni dei suoi più intimi collaboratori che, per finanziare la campagna elettorale presidenziale, avrebbero preteso dalla banca Bali una tangente del 60% per la mediazione, peraltro illegale, per ottenere il pagamento di 113 milioni di dollari, dovuti dalla banca centrale per rimborsi di crediti interbancari. Quale conseguenza il suo stesso partito Golkar gli ha dato un ultimatum: dare entro due settimane una spiegazione convincente per i fatti di Timor Est e risolvere i vari scandali, o essere destituito dalla candidatura alla presidenza.

L’alternativa ai militari? Una donna Ma se Habibie sembra compromesso, i militari non stanno meglio. Imbarazzato per aver passivamente assistito ai massacri di Timor Est, l’apparato militare appare infatti decisamente indebolito ed il tentativo del Comandante supremo delle forze armate, il Generale Wiranto, di arrivare “democraticamente” al potere facendosi nominare dal Golkar come unico candidato alle prossime elezioni presidenziali è miseramente fallito. Persino la vecchia nomenklatura quindi sembra non voler tornare al regime del passato. E l’alternativa non è una strada percorribile. Un colpo di stato provocherebbe infatti una guerra civile e l’isolamento internazionale, e conseguentemente un rallentamento inaccettabile dello sviluppo economico e sociale del Paese. Con Habibie ed i militari apparentemente fuori gioco, la candidata favorita delle prossime elezioni presidenziali sembra essere Megawati Sukarnoputri.

L’incognita dei partiti islamici La vera incognita, per le elezioni e per il Paese, sono però i partiti e le organizazioni popolari islamiche, che stanno tentando di riempire il vacuum che si è creato al potere dal dopo-Suharto. Fra i giovani disoccupati delle grandi città e fra la popolazione rurale, estromessa dallo sviluppo economico degli ultimi vent’anni, si sta radicando infatti una forma di aggressivo fondamentalismo finora sconosciuto in Indonesia, e monta conseguentemente l’intolleranza etnica-religiosa. Se fino ad ora però tutto ciò non è stato un fenomeno preoccupante, oggi preoccupa l’infittirsi dei contatti con gruppi fondamentalisti al di fuori del Paese. Un segnale allarmante al riguardo è la risposta entusiastica di più di 100mila giavanesi alla chiamata dell’organizzazione Nahdatul Ulama (NU) alla Jahd (guerra santa) contro le Nazione Unite a Timor. Sembra che qualcuno, e non necessariamente una forza interna, stia soffiando sul fuoco del “vulcano” Indonesia, un Paese la cui destabilizzazione avrebbe conseguenze gravissime per tutto il Sud-Est Asiatico. E se queste forze che mirano alla destabilizzazione sono le stesse per cui la tragedia di Dili e il conseguente intervento internazionale dovevano servire per provocare un’ondata di xenofobia nazionalista in Indonesia, sembra che stiano riuscendo nel loro obbiettivo. Prova ne sono i titoli allarmistici – del tipo: “L’Australia è pronta a bombardare l’Indonesia” – che campeggiano a caratteri cubitali sulla stampa locale e che interpretano l’intervento di un pugno di caschi blu a Timor Est come prova generale di un esercito di occupazione.

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