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Se l’antidepressivo spinge gli adolescenti al suicidio. Il caso Paroxetina

settembre 21, 2015 Benedetta Frigerio

Uno studio confuta i risultati ottenuti 15 anni fa sul farmaco. Pesanti accuse ai medici e alla casa farmaceutica.

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Solo 15 anni dopo il mondo scientifico è riuscito a provare le carenze dello studio clinico che indusse a prescrivere a milioni di bambini e adolescenti un farmaco antidepressivo. Il British of Medical Journal ha infatti pubblicato un lavoro in cui emerge che le prove portate dal gigante farmaceutico Glaxo-SmithKline nel 2001 per convincere il pubblico che la Paroxetina (nota anche come Paxil) era “ben tollerata” dai bambini, omettono dati fondamentali, come i numeri sull’aumento del rischio di pensieri suicidi.

UN LUNGO PROCESSO. «Undici pazienti hanno sperimentato comportamenti suicidi o di autolesionismo su meno di 100 in un gruppo che aveva assunto paroxetina», hanno spiegato i ricercatori dell’Adelaide University’s Critical and Ethical Mental Health Research Group. Sottolineando che il farmaco ha un rischio «clinicamente significativo» di aumentare i danni nel paziente, i ricercatori hanno poi spiegato che i risultati “ritoccati” erano stati riportati da un medico dipendente della casa farmaceutica e da uno scienziato già sottoposto ad indagini da parte negli Stati Uniti a causa dei suoi legami con le case farmaceutiche. Ma i dati della Glaxo-SmithKline, pubblicati nel 2001 sul Journal of the American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, avevano già ricevuto numerose critiche in passato. Il procuratore dello stato di New York nel 2004 aveva accusando la casa farmaceutica di travisare i dati sull’antidepressivo, mentre nel 2009 il tribunale di Filadelfia aveva vagliato le accuse di malformazioni fetali causata dal farmaco. Nel 2011 un professore di psichiatria dell’University della Pennsylvania aveva affermato che alcuni suoi colleghi avevano firmato lo studio sull’antidepressivo cedendo il controllo alla Glaxo-SmithKline. Nel 2012 poi la casa farmaceutica è stata condannata al pagamento oltre 2 miliardi di dollari per aver promosso il Paxil tra il 1997 e il 2004, offrendo ai medici compensi pecuniari, cene, pranzi, accessi a bagni termali e a battute di caccia.

AL FONDO DEL PROBLEMA. Un portavoce della Glaxo-SmithKline ha difeso l’operato dell’azienda, spiegando che «siamo stati in grado di aiutare questa squadra a svolgere la loro analisi, fornendo l’accesso ai dati dettagliati del processo originale» e che «questo riflette il nostro impegno per la trasparenza dei dati». Ma Fiona Godlee, fra gli autori della revisione, ha spiegato che «questa lunga saga contiene tutti i semi del nostro scontento: corruzione dell’industria, opinion leader pagati per falsare i risultati delle prove, dati nascosti che permettono ai produttori, agli accademici e ai clinici di sopravvalutare i benefici e sottovalutare i danni del trattamento».
Il problema, però, sottolinea Godlee, è più profondo: «Tutto ciò dimostra la misura in cui la regolamentazione dei medicinali sta fallendo», perché ancora oggi molte aziende «sovrastimano i benefici mentre sottovalutano gli effetti collaterali». A darle ragione, anche se per difendersi, è la stessa casa farmaceutica, sostenendo che i risultati «sembrano essere in linea con la visione di lunga data per cui vi è un aumento del rischio di suicidio in pazienti pediatrici e adolescenti che assumono antidepressivi come la paroxetina».

MEDICALIZZAZIONE. A proposito dei giovani cui sono stati prescritti questi farmaci, più volte il New York Times ha parlato di “generazione degli antidepressivi”, mostrando i dati impressionanti di una popolazione dipendente da ansiolitici. Descrivendo il pericolo di un approccio clinico che cerca di arginare gli effetti senza rimuovere le cause, Ramin Mojtabai, professore della Johns Hopkins Bloomberg School of Publich Health, ha descritto anche la medicalizzazione in atto, per cui «sentimenti di tristezza, stress della vita quotidiana e problemi relazionali causano dispiaceri che possono passare senza durare a lungo. Ma gli americani sono diventati sempre più propensi a usare i farmaci per gestirli».

Foto da Shutterstock


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