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Scuola. Una riforma senz’anima

giugno 10, 2015 Roberto Pellegatta

Manca una visione e regna una gran confusione sul futuro ruolo del preside. burocrazia e sindacati la fanno da padroni

scuola-shutterstock_141409255Dunque col voto al Senato è chiaro che la riforma della scuola è ostaggio delle contraddizioni politiche della maggioranza. Mentre fino a qualche settimana fa sembrava avessimo un Governo deciso a mettere in riga il sindacato sulla scuola, ora ai poteri forti del sindacato si sono aggiunti quelli della lotta politica.

Ma che dire della “Buona scuola” arrivata al Senato? A fronte di una serie di principi innovativi ed interessanti, gli stessi tecnici del Senato hanno evidenziato una non coerenza delle scelte tecniche e normative, con il rischio che, se la norma fosse attuata allo stato attuale, avremmo una situazione di confusione nel dare risposte chiare agli effettivi problemi più gravi. In particolare lo stallo rimane su: il governo delle scuole statali su cui si è scelto addirittura di rinviare; la sostituzione della gestione centralizzata con effettiva autonomia e federalismo; la forte ingerenza sindacale nel processo culturale e didattico; la valutazione dei docenti, dei dirigenti e del personale non docente che di fatto resta assente; l’autonomia finanziaria delle scuole statali con l’abolizione dei vincoli di bilancio e con parametri calcolati sul costo standard del servizio; un reclutamento dei docenti affidato effettivamente alle scuole, non ai presidi; una parità effettiva di competizione tra scuole statali e non statali con adeguato controllo su tutte.

Purtroppo, dopo le modifiche della Camera le soluzioni individuate non mutano sostanzialmente l’organizzazione attuale della scuola e in alcuni casi la peggiorano, come nella procedura di elaborazione del Piano triennale dell’offerta formativa sottoposta al passaggio del Collegio docenti. Ma è corretto che dei dipendenti decidano sui loro posti di lavoro?

Manca una chiara visione di una scuola nuova e resta una gran confusione sul futuro ruolo del preside. Addirittura un emendamento Pd lo vorrebbe in partenza dalla scuola ogni sei anni, un po’ come uno yogurt in scadenza periodica. Una soluzione assurda a scuola dove il fattore tempo e la continuità sono decisivi sull’efficacia degli apprendimenti.

Dopo il polverone sollevato su ipotetici “sceriffi” padroni delle scuole, si prospetta invece per i presidi un settembre nero: il vicepreside delle grosse scuole non avrà più l’esonero dall’insegnamento; è ormai quasi certo che il tentativo di eliminazione del precariato è rinviato al 2016 e quindi negli istituti professionali ed i tecnici avremo ancora i caroselli dei docenti; i presidi non avranno neppure la potestà di nominare direttamente almeno i supplenti, con i soliti ritardi cui siamo abituati; non avendo fatto partire un nuovo concorso, assisteremo alla drammatica carenza di dirigenti in oltre 1200 scuole, così che quasi un terzo delle scuole italiane avranno un dirigente scolastico a mezzo servizio, costretto (quando facesse bene il proprio mestiere) a fare la trottola tra 20 o 30 plessi scolastici.

Il gioco dei veti incrociati e delle riforme confuse continua a tenere in ginocchio la scuola italiana. Il sindacato scuola italiano da decenni ha debordato dalla propria funzione di contrattazione del giusto salario, divenendo, a braccetto con la burocrazia, co-gestore del sistema fino ad ingerire nella didattica e nel governo delle scuole. In nessun paese occidentale abbiamo questa situazione, che ha trasformato la professione docente e direttiva in una attività impiegatizia. È divenuto così, prevalentemente, una forza conservativa ormai non tollerata più neppure dalla cultura di sinistra che lo generato.

È stato incredibile il modo trionfale con il quale questi sindacati hanno salutato la recente sentenza del Tar Lazio che ha dichiarato illegittime le riduzioni orarie fatte negli Istituti Professionali dalla riforma Gelmini: quelle reazioni manifestavano una dura volontà di ritorno all’indietro solo per difendere cattedre e posti di lavoro, non certo per affrontare il serio problema della grave crisi del sistema di formazione al lavoro nel nostro sistema scolastico. È sempre lo stesso sindacato che, sempre a braccetto con certa burocrazia, ha bloccato il libero sviluppo di associazioni professionali nella scuola come strumento di miglioramento culturale e didattico: oggi sono pochissimi tra docenti e dirigenti che scelgono un serio e costante aggiornamento professionale. C’è solo da augurarsi che i più intelligenti nel mondo sindacale abbiano il coraggio di una rivoluzione interna.

Il testo della riforma al Senato va scritto con più chiarezza e coraggio. Chissà se politica e sindacato li avranno?!

Inoltre come DiSAL abbiamo chiesto che, se si vuole veramente l’autonomia delle scuole che può partire solo dal basso, si deve consentire a quelle che hanno la necessaria capacità progettuale interna di avviare una sperimentazione per tre anni di autonomia finanziaria e gestionale piena, per ricavare in poco tempo elementi verificati e chiari di un rinnovamento dell’intero sistema. Mi auguro che si ripensi seriamente alle misere modifiche sul rapporto tra scuola e lavoro introducendo norme chiare che permettano in Italia il sistema duale tedesco, unico rimedio alla disoccupazione giovanile.

* Past president DiSAL

Foto scuola da Shutterstock


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