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Scuola. Ripetizioni, libri e precari: una mezza verità non corrisponde al vero

agosto 20, 2015 Roberto Pellegatta

Alcune di queste “denunce” ritornano regolarmente ogni anno in questo periodo, modificando solo i numeri. Ma le cose stanno proprio così?

In questi giorni i media sono occupati da una serie di notizie sul mondo della scuola che lasciano perplessi, prima ancora che per la  loro dubbia corrispondenza reale, per l’omogeneità con la quale sono riprese da tutti, siti internet e quotidiani, allo stesso modo.

Si tratta del punto di vista di associazioni, sindacati o gruppi di docenti che brandiscono e sventolano dati, per denunciare quelli che vogliono far sembrare soprusi subiti da famiglie e docenti. Alcune di queste “denunce”, poi, ritornano regolarmente ogni anno in questo periodo, modificando solo i numeri.

Il risultato della loro parzialità, da una parte, incrementa accuse dalla parte sbagliata e, dall’altra, poco riesce a rendere della reale situazione della scuola statale italiana, evitando così di occuparsi seriamente dei suoi mali e delle vere radici. Gli uni e le altre durando da decenni.

Si comincia dalla “denuncia” delle “insostenibili” spese per le ripetizioni estive per i debiti scolastici che gli studenti delle superiori debbo “saldare” prima dell’inizio del nuovo anno. La cosiddetta “insopportabilità dei costi” segnalata da associazioni di consumatori (con tanto di tabelle orarie per materie), trascura di ricordare che quelle ripetizioni sono proprio scelte dalle famiglie, nella convinzione che uno studente non può riprendere da solo (o con i compagni) gli argomenti assegnati. C’è sempre stata una sorta di “magia” attorno alla ripetizione, in fondo derivante dalla fatica a comprendere (o dal mancato aiuto a comprendere) le vere cause delle lacune nello studio.

Segue poi la denuncia sulle “enormi spese” (che ogni anno invariabilmente aumentano…) per libri e materiale scolastico: anche in questo caso si vuole dimenticare che sono proprio le famiglie e relativi figli ad affollare le cartolerie per l’acquisto di “aggeggi” firmati all’ultimo grido.

Se poi nei materiali “indispensabili” ci mettiamo anche il cellulare (da cui le scuole sono invase più che da libri e quaderni) le cifre si raddoppierebbero!

Senza certo voler difendere qualche isolato abuso editoriale o inutili scelte di adozione fatte da alcune scuole (dove però nei consigli di classe i genitori, se partecipassero, potrebbero tentare qualche voce in capitolo), resta il fatto che l’Italia ha uno dei più bassi livelli di utilizzo di libri, giornali e lettura in genere.

Acquistare libri per la scuola (almeno per la maggior parte di essi) è proprio “fonte di spesa” o non piuttosto dovrebbe essere considerato un “investimento” in cultura? Quanto poco sono stimate istruzione e cultura nella nostra nazione! Nelle città cinesi (solo per citare un caso) le giovani famiglie cercano casa innanzitutto presso una scuola rinomata e questo fattore arriva persino a influenzare il costo di un appartamento.

Proporre poi (come le associazioni o qualche sindacato ha fatto) che i libri vengano acquistati dalle scuole per essere ceduti in uso alle famiglie (il vecchio e trito comodato gratuito), significa tornare a quello statalismo e assistenzialismo che non solo abbassa il valore dell’istruzione nella stima delle famiglie, ma fa crollare il senso di responsabilità nell’uso dei materiali di studio.

Infine veniamo alla “gigantesca migrazione dei precari” paventata da tutti in queste settimane. Nei comunicati ufficiali e nei racconti dei docenti (comprese le lettere inviate a papa Francesco perché intervenga…) si assiste al paradosso di sindacati che denunciano il grave danno della “mobilità” cui verranno “forzati” gli aspiranti all’insegnamento. Paradosso che copre la verità.

Occorre innanzitutto ricordare che questa mobilità esiste nello Stato italiano da quell’Ottocento che ha scelto la via dello statalismo e del centralismo in ogni servizio statale (scuola, esercito, magistratura, ecc). Chi oggi si lamenta di dover raggiungere un posto di lavoro lontano da casa (e vorrebbe che venga istituito sotto casa) magari ha avuto nonni e genitori che l’hanno fatto prima di loro. Certo, la sofferenza cui si era costretti nel passato non giustifica quella odierna, ma che dignità quella di allora!

Ma il vero problema è un altro: chi ha voluto strenuamente e difende ora a spada tratta tutto il sistema delle graduatorie nella scuola statale (un tempo addirittura nazionali) dal cui meccanismo dipende l’attuale modalità di assunzione? Chi, nei fatti, si è sempre opposto a quella “rivoluzione” che deriverebbe da una vera autonomia delle singole scuole anche nell’assunzione diretta di presidi, docenti e impiegati, come avviene in molte nazioni sviluppate?

Il sindacato italiano è, se non il principale, certo uno dei tre principali responsabili di questo sistema attraverso il quale deve avvenire forzatamente l’incontro tra “domanda e offerta” nei posti di insegnamento. Non dimentichiamo poi che gli stessi sindacati, piccoli e grandi, hanno fatto di tutto nei mesi passati per contrastare l’attuale immissione in ruolo dei docenti, che ha molti difetti (proprio perché frutto del meccanismo concertato da sempre nei tavoli contrattuali), ma sicuramente ha il pregio di avviare l’abolizione del precariato, che grave danno ha portato non solo a chi lavora, ma anche a chi impara (chi pensa a questi?).

Viene il sospetto che, in fondo, a qualcuno interessi che il precariato rimanga, visto che con centinaia di migliaia di ricorsi su tutto l’universo amministrativo, si sono incrementati fior di uffici! Che cattivo pensiero! Ma pensar male… qualcuno diceva…

Roberto Pellegatta, preside DiSAL

Foto Ansa


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1 Commenti

  1. SUSANNA ROLLI scrive:

    C’entrerà poco o niente con l’articolo che non ho letto, ma avevo voglia di dirne una: da quando in gender è passato nelle scuole, io faccio fatica oltre che a crederlo possibile questo autogol, anche a pronunciare serenamente, tranquillamente la parola SCUOLA: la scuola non è più, è andata a farsi friggere…..Buuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuh!

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