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Scuola, è suonata l’ora dell’autonomia

settembre 6, 2012 Daniele Ciacci

Reclutamento diretto e valutazione dei docenti. Autentica parità. Integrazione con il lavoro. Quanta emergenza educativa si risolverebbe con meno Stato. Intervista a Fabrizio Foschi (Diesse)

Fabrizio Foschi non riesce ad accettare la condizione kafkiana in cui versa la scuola. «Gli insegnanti non vanno solo formati, ma accompagnati». Mentre si prepara a inaugurare una grande convention a Bologna pensata proprio come luogo di incontro per i docenti italiani, il presidente nazionale dell’associazione Diesse – soggetto riconosciuto dal ministero dell’Istruzione per la formazione del personale scolastico, che valorizza il pluralismo educativo e promuove il continuo aggiornamento didattico – getta uno sguardo oltre il muro della burocrazia e delinea, per l’anno venturo, gli snodi problematici che il sistema educativo si troverà ad affrontare.

Quali sono i punti caldi che l’Istruzione affronterà in questo anno scolastico?

Innanzitutto il Tfa attuale deve essere terminato. Nonostante la tragica prova di preselezione e il conseguente rimpinguamento delle graduatorie di accesso, bisogna portare l’iter alla sua conclusione, con un’altra prova scritta, stavolta a cura delle diverse università, e una prova orale, per poi accedere all’anno di tirocinio negli istituti. Quindi ci aspettiamo che il ministero ci dica quando ha intenzione di avviare un secondo Tfa transitorio. Ricordo che il Tfa è una soluzione temporanea che durerà fino a quando entreranno in vigore le nuove lauree abilitanti.

Bisogna capire cosa ne sarà dei docenti che, avendo maturato tre anni di insegnamento, possono usufruire di un percorso preferenziale per l’abilitazione.

Già. Il ministro Profumo ha assicurato, in diverse occasioni, che sta studiando una rettifica al regolamento: chi si è impegnato per tre anni nella docenza può accedere direttamente al tirocinio senza doversi sottomettere alla prova preselettiva. Purtroppo questa bozza di modifica giace presso il Consiglio universitario nazionale, in attesa che qualcuno se ne interessi nuovamente.

Intanto si prospetta un nuovo concorso per il reclutamento di 12 mila docenti.

Il ministro ha deciso che il bando sarà pubblicato entro il 24 settembre. In realtà, la richiesta avanzata al Consiglio dei ministri del 24 agosto prevede l’entrata in ruolo di più di 21 mila docenti. Di questi, la metà verrà coperta dai precari presenti nelle graduatorie, mentre gli altri saranno distribuiti, previo concorso, ad aspiranti insegnanti già abilitati all’insegnamento. Noi di Diesse sosteniamo la possibilità di accedere all’esame – con riserva – anche a chi sta svolgendo in questi mesi il Tfa. Altrimenti si rischia di incappare in un errore antico: lasciare fuori dal ruolo un’intera generazione di giovani aspiranti. Poiché il bando non è ancora uscito, chiediamo al ministro di intervenire lasciando una fetta di cattedre a coloro che, superate le prove di accesso al tirocinio formativo, si abiliteranno entro l’anno scolastico.

È possibile valutare oggettivamente il merito degli insegnanti di ruolo?

Anche questa è una novità calda dell’ultimo Consiglio dei ministri. Uno dei quattro decreti emanati il 24 agosto prevede l’instaurazione di un nuovo sistema nazionale di valutazione delle scuole, che unirà Invalsi (l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema di istruzione e formazione), Indire (l’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa) e un corpo di ispettori che collaboreranno nella fase di valutazione esterna delle scuole. È previsto che gli insegnanti vengano vagliati secondo diversi metodi: attraverso un proprio portfolio professionale, che valorizzi la carriera formativa, gli spostamenti, se si è lavorato in ambienti di difficoltà; attraverso i titoli che l’insegnante ha ottenuto oltre la laurea e l’abilitazione; infine attraverso i risultati conseguiti dagli alunni con cui ha operato. Un criterio esiste. Il problema è che fino ad ora, e in qualche modo anche adesso, la formazione degli insegnanti è in mano allo Stato, che non mette le singole scuole nella condizione di potersi giudicare, ma interviene dall’alto, arrogandosi brutalmente il diritto di stimare il valore di un istituto attraverso esperti propri, da esso stesso formati, che non danno riscontri oggettivi.

Questo problema non si potrebbe scavalcare attraverso il reclutamento diretto degli insegnanti da parte dei singoli istituti?

Certamente. Noi di Diesse abbiamo combattuto fin da subito per la divisione tra abilitazione e reclutamento, che negli anni ha generato un’enorme massa di precari. Che l’abilitazione sia necessaria mi pare evidente, ma non che a questa consegua, per diritto, una cattedra fissa. Il reclutamento deve essere fondato sulle effettive necessità delle scuole.

Che anno scolastico si prospetta, invece, per le paritarie?

Estremamente difficile. Tante scuole rischiano di chiudere, soprattutto per l’impossibilità di aumentare le rette già stabilite. Mi preme dire una cosa: è una vergogna il modo con cui lo Stato tratta la scuola paritetica, quasi fosse l’ultima ruota del sistema formativo pubblico (è bene ricordare che la scuola paritaria è parte di quella pubblica) quando, invece, potrebbe essere una risorsa sia in termini di qualità dell’insegnamento che di risparmio economico.

E per gli istituti professionali?

Anche con loro si gioca una sfida molto importante. Da quando l’ex ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni li ha quinquennalizzati senza concedere la possibilità di ottenere una qualifica, la scuola professionale in Italia si è indebolita. Anche a causa di una mentalità comune che marchia questi istituti come la serie B della nostra scuola. In Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna è invece possibile integrare la propria istruzione con due anni di formazione professionale in apposite strutture atte a consegnare la qualifica. Questo è il miglior canale per unire scuola e lavoro.

Un’altra piaga dell’istruzione italiana è l’alta percentuale di abbandono. Un giovane su quattro, tra i 16 e i 24 anni, non consegue il diploma. Come superare questa difficoltà?

Con un recupero forte dell’educazione, ma anche con un sistema scolastico più flessibile, che preveda, ad esempio, l’introduzione in tutte le regioni della qualifica lavorativa per i professionali. In generale, però, l’unica via per recuperare gli studenti “dispersi” passa dalla costruzione di un corpo docenti che sia all’altezza delle nuove sfide che le prossime generazioni di alunni propongono.

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