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Scuola. Perché il concorsone anti-precariato finirà per creare migliaia di insegnanti precari

settembre 7, 2016 Benedetta Frigerio

Il flop della riforma di Renzi tra gravi ritardi e tassi di bocciatura molto più che “fisiologici”. Intervista a Sergio Govi di Tuttoscuola, la rivista che ha inventato il “contatore” delle graduatorie

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A leggere i dati messi in fila dal contatore appositamente ideato dalla rivista Tuttoscuola, appare evidente il fallimento dei concorsi per i docenti previsti dalla “Buona Scuola”, la riforma del governo Renzi che avrebbe dovuto abbattere il tasso di precariato tra gli insegnanti italiani. Invece, a nove giorni dal termine fissato dalla normativa, «sono state pubblicate solo 332 graduatorie sulle 1.500 previste. Un flop a cui si aggiunge un numero di bocciati di gran lunga superiore al dato fisiologico». A descrivere a tempi.it questo prospetto preoccupante è Sergio Govi, ex dirigente scolastico e redattore di Tuttoscuola.

Su quali dati basate la vostra analisi?
Scarichiamo tutti i dati per ogni classe di concorso suddividendoli per ufficio scolastico regionale (sono in tutto 18) e per classe di concorso, e li aggiorniamo costantemente, visto che di giorno in giorno ne vengono pubblicati di nuovi. Questo ci consente di calcolare lo scarto fra i posti da coprire e quelli effettivamente assegnati. Dai risultati emerge una proiezione allarmante: quasi un terzo dei posti vacanti non potrà essere occupato dagli insegnati di ruolo.

Come mai?
Delle 1.500 graduatorie attese, ad oggi, ne sono state pubblicate solo 332, il che posticiperà in molti casi di un anno l’integrazione dei docenti di ruolo necessari nel sistema scolastico. Un ritardo imputabile alla preparazione dei concorsi, partiti solo tre mesi dopo il periodo stabilito dalla riforma della “Buona Scuola” votata con urgenza l’estate scorsa. Si è poi cercato di ovviare a questo problema posticipando dal 15 aprile al 15 settembre la data di pubblicazione delle graduatorie. Eppure la grande maggioranza delle prove non è ancora stata corretta (in Emilia Romagna, ad esempio, le commissioni si sono riunite solo la settimana scorsa per decidere i criteri di valutazione), mentre in alcuni casi siamo addirittura alla fase orale delle prove. A ciò si aggiunge un numero esagerato di bocciature. È ovvio che tutto ciò produrrà a una grande precarietà.

Proprio il problema che la riforma si prefiggeva di risolvere. Verosimilmente, è possibile rimediare?
Si cercherà di colmare il vuoto pescando fra gli iscritti alle graduatorie in esaurimento, laddove non siano già esaurite però. Altrimenti si cercheranno supplenti a tempo determinato. Ma il problema crescerà negli anni successivi. I calcoli, infatti, mostrano che anche quando le graduatorie saranno completate il numero altissimo di bocciati creerà ulteriori disagi: basti pensare che i posti per le 332 graduatorie pubblicate sono oltre 6 mila e che di questi ne sono stati coperti solo 4 mila (si contano oltre 2 mila bocciature). Significa che dei 63 mila posti previsti, contando tutte le 1.500 graduatorie, 20 mila saranno vacanti. E il numero è destinato a crescere anche fino a 23 mila, dato che molte graduatorie di merito, come quelle per le scuole dell’infanzia e per le elementari, sono frutto di concorsi critici e pensati male.

Non si tratta quindi di bocciature “fisiologiche”, come le aveva definite il ministro Stefania Giannini?
Quando quasi il 50 per cento dei candidati al concorso viene bocciato non si può parlare di dato “fisiologico”. Le prove dei concorsi contenevano molti quesiti impegnativi e lunghi da svolgere in un tempo troppo ristretto. La difficoltà eccessiva e il tempo concesso per lo svolgimento dei temi ha causato l’ecatombe.

In quali regioni si riscontrano le difficoltà maggiori?
In generale è pronto solo il 19 cento delle graduatorie, ma nello specifico il dato peggiore riguarda il Centro Italia, dove siamo solo al 6 per cento. Al Sud e nelle Isole va meglio, ma non certo bene (26,5 e 27,7 per cento).

Quando cominceremo a sentire gli effetti del “flop”?
Le graduatorie riguardano un triennio: il primo anno si avranno abbastanza docenti, il secondo meno e il terzo sarà davvero problematico. Si nomineranno supplenti e quindi precari. E il tutto senza risparmi, dato che lo stipendio di un professore a inizio carriera è molto diverso da quello di un supplente. Un peccato, soprattutto se si pensa che la macchina burocratica ha impegnato 5 mila commissari e centinaia di vigilanti.

Foto Ansa

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