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Scola, Via Crucis. Nel Cristo sofferente scopriamo chi è l’uomo

febbraio 20, 2013 Redazione

Nella catechesi quaresimale l’arcivescovo di Milano invita i fedeli a immedesimarsi con il Gesù svuotato e sorretto dall’amore della Madre.

È cominciato ieri il cammino di catechesi quaresimale tenuto dal cardinale Angelo Scola e intitolato “Stabat Mater dolorosa”. Per ogni martedì fino a Pasqua, l’arcivescovo di Milano dà appuntamento in Duomo ai fedeli per riflettere sulle stazioni della Via Crucis. Di seguito pubblichiamo ampi stralci della meditazione dedicata, ieri sera, alle prime tre stazioni. Il testo completo si trova sul sito della Diocesi di Milano, da cui  anche possibile seguire ogni martedì alle 21, in diretta, lo svolgimento della via Crucis.

La Madre è lì (Stabat Mater). Come fin dal primo istante dell’annuncio dell’angelo così al culmine della Sua Passione, Maria è lì ad accoglierLo e a portarLo nell’umanissimo gesto della Pietà. «La madre – diceva la Presentazione artistica iniziale – si riappropria del Figlio, lo vorrebbe riporre nel medesimo grembo che lo ha generato, perché caldo e vitale, e non freddo e mortale come la pietra che, irridente, lo aspetta». Fissiamo ora lo sguardo su questa sconvolgente e attualissima Pietà – pietà è la parola con la quale la Chiesa ci ha insegnato a chiamare questo estremo gesto di Maria –. Michelangelo vi lavorò, in una esasperata tensione – continuando a tornare su parti ormai concluse, per distruggerne alcune e sbozzarne delle nuove – fino a pochi giorni prima di morire, nel 1564. Voleva immedesimarsi con questo gesto sublime d’amore, voleva farsi da esso contagiare.
«Ecco l’uomo!»: dolore e amore sembra dire la Madre in questo abbraccio-offerta di Cristo a noi, resi figli dal sacrificio del Figlio. In una sorta di ultima Presentazione che compie la prima Presentazione al Tempio e ne svela tutto il mistero di amore e di dolore. «Ecco l’uomo!». In questo corpo che appare senza peso, come svuotato di ogni divino potere cogliamo l’impotenza di tutti gli uomini percossi e umiliati dalla violenza del male, fisico e morale. Un corpo sfinito dalla sofferenza, eppure da essa anche trasfigurato. Già vittorioso. «Ecce homo». Contemplare quest’Uomo nel nostro cammino quaresimale diventa allora la strada che il Padre offre a ciascuno di noi per re-imparare, di persona e in comunione con i fratelli, chi è l’uomo.
Chi sono io? Chi è il cristiano? Chi è la comunità cristiana? Troppo spesso pensiamo di saperlo già. E così distogliamo lo sguardo distratti dall’Innocente Crocifisso, che ci «ha amato sino alla fine» (Invocazioni, I Stazione), da Colui che si è lasciato trattare da «peccato» per liberarci dal marchio del peccato, la morte, e restituirci allo splendore purissimo della Vita divina. Lo crediamo veramente? Eppure questa è la nostra fede. Ma seguiamo il primo tratto della via della Croce, passo dopo passo. Immedesimiamoci, lo ripeto, con essa qui ed ora.

PRIMA STAZIONE. GESù CONDANNATO A MORTE. Pilato, colui che doveva decidere non decide. Perché? Perché sull’affermazione della verità fa prevalere il calcolo: un’assoluzione dell’Innocente condannato dal Sinedrio avrebbe potuto scatenare disordini, assolutamente da evitare nei giorni di Pasqua, in cui una gran folla si riversava a Gerusalemme. Così ad una pace del tutto precaria (ma sarebbe più giusto dire al “quieto vivere”) il procuratore romano sacrifica la giustizia. Ma nessuna pace può essere stabilita contro la verità. (…) Quanto Pilato in noi, ahimé! Quanto chiamarci fuori con atteggiamenti pilateschi anche nelle nostre comunità cristiane, nella nostra convivenza civile.

SECONDA STAZIONE. GESù CARICATO DELLA CROCE. (…) Colui che «va incontro alla croce e l’afferra deciso» (Guardini) è l’Innocente per eccellenza. Un altro non avrebbe potuto portarla con efficacia di sostituzione vicaria. Infatti quale uomo, per quanto si voglia straordinario, potrebbe avere in se stesso spazio sufficiente per far posto alle colpe del mondo intero? Una simile scelta – ha osservato acutamente von Balthasar – può essere compiuta soltanto da Colui che sta di fronte all’eterno Padre in una distanza divina, cioè il Figlio, il quale anche come uomo è Dio. Sulla via della Croce Gesù si rivela come l’uomo compiuto. Si fa carico di tutti fino al più abietto tra gli uomini. L’uomo dei dolori, esperto nel patire, il Salvatore, si fa responsabile del mondo intero. Lasciamoci coinvolgere. Prendiamoci cura gli uni degli altri. L’abisso d’amore di Gesù è inarrivabile e noi siamo così piccoli e fragili. Eppure la strada è più semplice di quanto possiamo pensare: educarsi a questa responsabilità nei confronti del mondo intero attraverso gesti concreti e regolari di gratuità (carità) a partire da chi ci è più prossimo.

TERZA STAZIONE. GESù CADE LA PRIMA VOLTA. «Il Signore è totalmente libero, senza alcuna paura. Nella croce vede il compito affidatogli dal Padre, la nostra salvezza. Questo egli vuole con tutta la forza del suo cuore» (Guardini). Il Crocifisso accetta tutte le sfacciate ed insulse provocazioni: «”Se sei Dio, scendi giù”». Egli «vuole essere oltraggiato. Vuole vacillare. Vuole cadere sotto la Croce. Vuole. È fedele fino alla fine, fino nei minimi particolari a questa affermazione: “Non si faccia quello che io voglio, ma quello che vuoi Tu” (cfr Mc 14, 36)» (Beato Giovanni Paolo II). Perché Cristo può agire così? Da dove Gli viene questa determinazione che a noi appare assurda, inconcepibile? Dalla potenza della Sua relazione con il Padre. Lo abbiamo sentito dal profeta Geremia: «Il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere» (Ger 20,11). È il potente legame d’amore con il Padre, nello Spirito Santo, che sostiene la volontà del Signore, il Suo fino alla fine.

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