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Scola, Via Crucis di Milano. «Fine o inizio?»

marzo 21, 2012 Redazione

Pubblichiamo il testo della monizione iniziale del cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, durante la Via Crucis. (Stazioni XII-XIV, 20 marzo). «Solo il Figlio fattosi uomo sa chi è il Padre e che cosa possa significare perderlo per sempre. Ma l’amore di Dio è così ricco che può assumere anche questa forma di oscurità. Ed assumerla per amore del nostro oscuro mondo».

Gesù, un corpo teso nell’ultimo spasimo della morte, le braccia aperte nel gesto dell’implorazione, il volto non reclinato ma proteso verso il Padre. In un movimento verso l’alto, quasi a spiccare il volo dell’ultima consegna. Il cielo, intorno a Lui, si apre alla luce.
Abbandono, estremo dono di Sé.
La Maddalena, un corpo chiuso su di sé, con le mani sugli occhi, come una bambina spaventata, per non vedere lo strazio dell’Amato. Il cielo, sopra di lei, è ancora greve di tenebre. Abbandono, estrema desolazione.
Nella Maddalena tutta la tragedia della fine. In Gesù crocifisso tutta la speranza certa dell’inizio.
Lo abbiamo seguito fino a qui, come Maria Maddalena con il cuore piagato dal dolore per i nostri peccati e dall’amore. 

Vogliamo seguirLo fino alla fine, «portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2Cor 4,10).

Meditiamo insieme le ore del compimento, le ore del santo silenzio nelle quali risuona il Verbo con tutta la sua forza eterna di salvezza.

XII. Gesù muore in croce
«Gesù disse: “è compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (Gv 19,30). “Immobile è tutto, – scrive Rebora – un istante che è eterno … solo si muove l’inesausto amor del Signore”.
«Tenebrae factae sunt super universam terram» ha cantato il coro. Gesù è trafitto dall’orrore di queste tenebre, di questa notte oscura. Al nostro posto Egli patisce fino in fondo la nostra intima lontananza da Dio. Tanto più dolorosamente perché non ha alcuna colpa. A Lui, infatti, tale lontananza non era affatto familiare (come purtroppo invece lo è spesso per noi): essa era anzi quanto di più estraneo potesse capitargli.
Solo il Figlio fattosi uomo sa chi è il Padre e che cosa possa significare perderlo per sempre. Ma l’amore di Dio è così ricco che può assumere anche questa forma di oscurità. Ed assumerla per amore del nostro oscuro mondo.
«Emisit spiritumconsegnò lo spirito» (Gv 19,30). Giovanni parla della morte di Cristo in questi termini perché la legge come estremo e supremo dono di sé. 
Amici, contemplando il Crocifisso «obbediente fino alla morte e alla morte di croce» impariamo il significato del sacrificio. Non una condanna da subire, ma la condizione dell’amore vero, che va fino in fondo. Perché, come ci ha suggerito la Preghiera iniziale, solo passando «dal Cuore di Cristo trafitto sulla croce» noi possiamo «attingere la sublime conoscenza del Suo amore». 
Prendiamo coscienza di quanto questa logica dell’inesausto amore del Signore potrebbe cambiare il nostro sguardo sui nostri affetti feriti, sui nostri cari ammalati, soprattutto, su quelli che si trovano in stato terminale!

XIII. Gesù è deposto dalla croce
È il silenzio totale del Sabato Santo. Il momento della massima distanza. «E nell’abisso precipitò lo Spirito con tutto/ il peso del suo sfinimento/ … rapido si calò/, sparve e si perse nel ripido di più selvagge voragini./ D’un tratto (più alto, più alto) [come dalla guglia più alta del nostro Duomo] sopra il centro/ dei loro urli schiumanti, sulla lunga torre/ del suo soffrire si sporse: senza fiato,/ in piedi, senza balaustrata, proprietario dei dolori» (Rilke).

Gesù è «il Signore dei vivi e dei morti» (Rm 14,9). Per questo il genio poetico di Rilke, contemplando il mistero del Sabato Santo, lo chiama “proprietario dei dolori”: Colui al quale appartiene ogni sofferenza e dolore degli uomini, perché lì ha acquisiti a prezzo del Suo amore. 

Il mistero del silenzio sepolcrale del Sabato Santo dice l’universale solidarietà del Crocifisso: non c’è spazio né tempo che non siano attraversati e redenti dal Signore. Non c’è persona che resti esclusa. Di più. In Cristo Crocifisso l’uomo è posto nella condizione di comprendere che la gratuità è la legge di ogni rapporto. 

Come ci insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, «“la Buona Novella è stata annunciata anche ai morti…” (1Pt 4,6). La discesa agli inferi è il pieno compimento dell’annunzio evangelico della salvezza. È la fase ultima della missione messianica di Gesù,… dell’opera redentrice [rivolta] a tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi, perché tutti coloro i quali sono salvati sono stati resi partecipi della redenzione» (CCC 634).

In tutte le umane relazioni, da quelle più intime e costitutive, – tra lo sposo e la sposa tra genitori e figli – a quelle tra amici, tra compagni di lavoro, fino a quelle domandate dalla ricerca del bene comune e dall’edificazione della civiltà della verità e dell’amore… il sacrificio non annulla il possesso. Anzi è la condizione che lo potenzia. «L’amore umano autentico è donazione di sé, non può esistere se vuole sottrarsi alla croce» (Benedetto XVI, 6 giugno 2005).

XIV. Gesù è posto nel sepolcro
«Essi presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi» (Gv 19,40). E nel versetto precedente Giovanni aveva parlato di una gran quantità – «circa trenta chili» – «di una mistura di mirra ed aloe» (Gv 19,39). Commenta il Santo Padre nel secondo volume su Gesù di Nazaret: «La quantità degli aromi è straordinaria e supera di gran lunga ogni misura comune: è una sepoltura regale. Se nel sorteggio delle vesti abbiamo intravvisto Gesù come sommo sacerdote, ora il genere della sua sepoltura lo manifesta come re: nei momenti in cui tutto sembra finito emerge tuttavia in modo misterioso la sua gloria» (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret 2, 254).

Emerge il nesso, inscindibile nel cristianesimo, tra croce e resurrezione:  «Il dolore annienta le parole/ il Tuo Corpo santo/ in bianchi teli avvolto/ nel sepolcro giace/ la vita è spenta./ … Ma già il seme sta germogliando/ quasi presagio di vita nuova» (Canto del Coro di C. Burgio). 

Chi oggi non riconosce la grandezza del Crocifisso? Ciò che fa problema è riconoscere il Risorto e vivo qui ed ora. Eppure è solo la Sua dolce presenza, vivente in mezzo a noi, che ci ha convocato qui a pregare insieme: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). 

La presenza del Risorto, contemporanea alla libertà di ogni uomo di ogni tempo, può essere colta dalla novità di vita che essa genera nei cristiani. 

Dal fianco aperto del Signore «uscì sangue e acqua» (Gv 19,34): «La Chiesa – dice il Catechismo – è nata principalmente dal dono totale di Cristo per la nostra salvezza, anticipato nell’istituzione dell’Eucaristia e realizzato sulla croce» (CCC 766). Gesù, che ogni giorno e in tutti i luoghi, si offre a noi nell’Eucaristia come cibo per il cammino, modella le nostre esistenze secondo la “forma” della Sua esistenza: una vita «grata», «donata», «salvata per salvare», «memore», «protesa verso Cristo», «alla scuola di Maria» – la «buona agnella» (Melitone di Sardi) – come ebbe a dire il Beato Giovanni Paolo II nella memorabile Lettera ai Sacerdoti del 2005. La vita dei seguaci di Cristo possiede una “forma eucaristica”. 

«Sine dominico non possumus», soprattutto senza la celebrazione eucaristica non possiamo vivere, dissero i martiri di Abitene di fronte al divieto dell’imperatore Diocleziano a celebrare la Messa. Possiamo ripeterlo con sempre maggior consapevolezza anche noi! Riprenderemo in questo tempo santo che ci prepara alla Pasqua la bella tradizione di partecipare alla Santa Messa quotidiana. L’Eucaristia è, infatti, il gesto di preghiera per eccellenza, scuola di preghiera e di vita, paradigma dell’esistenza cristiana. È germoglio di Risurrezione. 

O Gesù, che per amore dell’uomo Ti sei fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce;
liberaci dalla paura del sacrificio e della morte.
Tu che, nella Santa Eucaristia, ci attiri nello spazio della Tua donazione, 
fa’ che tutta la nostra vita testimoni la profonda con-venienza del seguirTi.
Concedici o Signore di riconoscerTi, come i discepoli di Emmaus, risorto e vivo,
gustando la Tua compagnia ed annunciandola instancabilmente,
con l’entusiasmo e l’audacia dei primi, a tutti i nostri fratelli uomini.

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