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Sciopero dei penalisti di Roma: «Il processo Mafia capitale è un “esperimento in vitro”»

ottobre 26, 2015 Chiara Rizzo

Quattro udienze alla settimana, aule bunker, imputati in videoconferenza. Si trattano reati contro la p. a. come se fossero per mafia. «Saltano i diritti della difesa»

«Con un provvedimento, il tribunale di Roma ha deciso di celebrare quattro udienze alla settimana e di far partecipare gli imputati solo in videoconferenza, per ragioni di sicurezza. Anche gli imputati che si trovano in carcere a Rebibbia, dove si trova pure l’aula bunker scelta per questo dibattimento. Non era bastata l’eccessiva spettacolarizzazione già nella fase dell’indagine, con numerose conferenze stampa e divulgazione di atti, ci voleva anche questa mortificazione di ogni diritto della difesa. Perciò abbiamo indetto un’astensione di tutti i penalisti della capitale i prossimi 9, 10, 11 e 12 novembre».
Parla così a tempi.it Francesco Tagliaferri, presidente della Camera penale romana, spiegando le ragioni della protesta che ha scatenato lo sdegno dell’Anm capitolina – il sindacato della magistratura – e suscitato la solidarietà di tutti i penalisti d’Italia (l’Unione camere penali ha definito “incostituzionale” il dibattimento legato all’inchiesta sul famigerato “mondo di mezzo”).

Cosa sta accadendo, secondo voi penalisti, intorno al processo Mafia capitale?
Quello che è accaduto a Roma è per noi è un micidiale “esperimento in vitro” di un nuovo modello di processo penale che si sta allestendo anche nel resto del Paese. Nel provvedimento si adottano delle misure sulla base di esigenze di “sicurezza” generiche e, di fatto, queste misure si traducono in un annichilimento del diritto di difesa degli imputati. Si vuole applicare anche a questo processo, che vede indagati legati alla pubblica amministrazione e per reati contro la p.a., quello che in ambito penale si chiama “doppio binario” e che è attivo per i reati di mafia.

E in che cosa consiste il “doppio binario”?
In un complesso di norme e procedure che consentono lo svolgimento del processo penale per reati legati alle mafie in modo diverso da tutti gli altri processi. Una delle possibilità diverse, ad esempio, è che per i reati di mafia non sono consentiti i patteggiamenti. Un’altra possibilità, per l’accusa, è quella di chiedere un arresto per i reati “416 bis” (cioè di associazione mafiosa, ndr) anche se le esigenze cautelari sono solo presunte, in ragione della pericolosità dei crimini. Normalmente, per tutti gli altri tipi di reati, tra cui quelli alla pubblica amministrazione come la corruzione, cioè quelli contestati nell’inchiesta Mafia capitale, gli arresti cautelari si dovrebbero ottenere solo davanti a rischi concreti. La tendenza che vediamo in atto nel caso romano è quella di mettere sulla “rotaia” di solito usata nei processi per mafia anche i dibattimenti per reati contro la p.a.

Anche l’Unione camere penali italiane ha denunciato «l’esperimento romano che cerca di rendere universale un modello di processo che militarizza l’azione penale e che impone ai processi una devastante logica securitaria».
Tutto questo ci ha preoccupati, perché sappiamo che c’è l’idea di modificare l’articolo 146 bis, che prevede già delle regole di per sé suscettibili di critiche, estendendole dai reati di mafia ad altri reati. D’altra parte, lo stesso procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, sostiene che anche i reati contro la pubblica di amministrazione siano espressione di una certa mafiosità.

Al provvedimento del tribunale di Roma come avete replicato oltre che con l’astensione dalle udienze?
Abbiamo fatto notare che alcune misure per Mafia capitale non sono necessarie. Già all’epoca dell’indagine c’era stata un’inedita spettacolarizzazione degli atti, ma ora non ha molto senso proporre di collegare solo in videoconferenza gli imputati.

A questa vostra presa di posizione ha replicato contrariata l’Anm. Cosa vi ha risposto?
L’Anm sostiene che processi del genere se ne fanno in Italia ovunque. Non è vero: nemmeno i processi di mafia in terre di mafia si celebrano così. L’Anm inoltre ricorda che il processo al clan Fasciani per la mafia di Ostia, giunto di recente alla sentenza di primo grado (condanna dei principali imputati, ndr) si è svolto con le modalità previste per Mafia capitale e anche questo non è vero, dato che per il clan Fasciani il numero di udienze previsto non era così elevato. Un calendario così fitto, da quattro udienze alla settimana, mortifica il diritto della difesa, non lasciando agli avvocati nemmeno il tempo di studiare gli atti, né di approfondire le testimonianze e gli esami dei testi. All’Anm diciamo che non è detto che un errore fatto a suo tempo legittimi altri errori. Tuttavia la smentita clamorosa l’Anm l’ha ottenuta dallo stesso tribunale di Roma.

A cosa si riferisce?
Successivamente alla segnalazione e alle proteste della Camera penale romana, il presidente del tribunale della capitale ha interpellato il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria sulle modalità che si possano usare in questo caso, riconoscendo per iscritto che «le gravi ragioni di sicurezza che giustificherebbero la videoconferenza, in effetti non sussistono». Tuttavia è anche vero che non è stata ancora firmata una revoca del provvedimento e perciò, finché non ci sarà, la Camera penale di Roma prosegue nella sua decisione di astenersi dalle udienze.

Nel caso di questo “maxiprocesso” alla criminalità romana voi avete lamentato anche un altro problema, che ha a che fare con l’opinione pubblica.
Sì. Abbiamo più volte riscontrato una tendenza a identificare l’avvocato non solo con le persone che assiste, ma pure con i reati per cui le difende. Un esempio è accaduto proprio di recente. Ho presentato un esposto contro 78 giornalisti e 18 direttori per 296 articoli di stampa su Mafia capitale. L’ho fatto come risposta alla spettacolare diffusione degli atti a mezzo stampa, che avviene in totale violazione di legge, dato che la norma che impedisce la pubblicazione del testo degli atti processuali prima del dibattimento esiste. Noi penalisti non ci sogniamo di incidere sulla libertà di stampa, ma chiediamo solo l’applicazione dell’articolo 114 del codice di procedura penale per due ragioni semplici, quasi banali. Una per il diritto alla difesa dell’imputato, l’altra per la neutralità del giudice, che potrebbe essere condizionato dalla pubblicazione di atti che magari non finiranno nemmeno nei fascicoli dibattimentali, e che il giudice non dovrà mai valutare. Ebbene, dopo questo atto compiuto come Camera penale di Roma, sui giornali la notizia è stata riportata più o meno così: “Gli avvocati di Mafia capitale hanno presentato un esposto”. Non è assolutamente così. Siamo un associazione libera di professionisti che nel dna ha il desiderio di tutelare il diritto alla difesa.

Foto Ansa


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3 Commenti

  1. GIOIA says:

    Il cambiamento anche in ambito giudiziario è la base per far ripartire l’Italia, partendo appunto dalla Giustizia.
    Non scioperate ma siate: protagonisti e attivisti di una vera Giustizia con “basi vere di confronti”. In videoconferenza è una tutela in primis per gli operatori della Giustizia.
    Nascondersi non serve a nulla, il popolo Italiano e il mondo devono essere portati a conoscenza del cambiamento che ci rende liberi di essere noi i primi protagonisti, sulle “basi di una nuova Giustizia” per una nuova Italia.
    Grazie per non aderire allo sciopero e grazie per la Vs. convizione di “farcela” per la realizzazione di un mondo migliore!!.

    • Marco Della Valle says:

      gioia ha evidentemente già deciso che gli imputati sono tutti colpevoli, ci andrà di mezzo qualche innocente che avrà per questo la vita rivinata? pazienza ” è per il bene della società”
      mi dispiace ma preferisco 100 colpevoli fuori che un solo innocente “dentro”. altrimenti è stalinismo bello e buono, il cambiamento della società comincia dalla giustizia di igniuno di noi non con le massaie che applaudono in piaza per le teste mozzate

  2. Nino says:

    Qualcuno comincia ad aver paura

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