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Scandalo a macchia d’olio

settembre 29, 1999 Pini Massimo

I giudici romani hanno scagionato Romano Prodi in istruttoria, ma la privatizzazione della Cirio-Bertolli-De Rica e soprattutto la svendita della Bertolli alla multinazionale Unilever attraverso la lucana Fisvi resta una delle pagine più oscure della storia dell’Iri. Un libro non ancora pubblicato racconta tutta la vicenda. Ne anticipiamo i passaggi più interessanti

Massimo Pini è stato membro del Consiglio di presidenza dell’Iri fra il 1986 e il 1992. Sulla storia dell’istituto ha scritto un libro di prossima pubblicazione intitolato I boiardi. Anticipiamo brani del capitolo dedicato alle privatizzazioni.

Ma la privatizzazione che doveva suscitare le più intense polemiche fu quella della Cirio-Bertolli-De Rica (Cdb): la finanziaria lucana Fisvi di Saverio Lamiranda, che aveva offerto 310 miliardi e 708 milioni per il 62,12% delle azioni possedute dall’Iri, era controllata per il 60% da cooperative agricole del Mezzogiorno, mentre tra gli altri soci spiccavano il Banco di Napoli e l’imprenditore Giuseppe Gravante, il quale godeva di una liquidità di 100 miliardi ricavata dalla vendita delle sue attività nella produzione del latte, precedentemente cedute alla Sme (il gigante alimentare Iri smembrato e privatizzato negli anni Novanta – ndr). “La voce insistente -faceva sapere il Corriere della Sera, 13 ottobre 1993- è che la finanziaria abbia l’appoggio di potentati politici, più esattamente della sinistra democristiana campana”. Fin dall’inizio la Fisvi non appariva in grado né di pagare le rate all’Iri, né di provvedere poi all’Opa sul resto delle azioni della Cdb, calcolata in altri 200 miliardi.

Come ti manometto lo statuto sociale Il 2 marzo 1993 l’Iri, ancora presieduta da Franco Nobili, decise di vendere con asta pubblica la Cdb; il 15 marzo il Credito Italiano effettuò una valutazione tra i 900 e i 1.350 miliardi. Mentre il 29 luglio il Consiglio di amministrazione dell’Iri si apprestava a deliberare sul terzo punto all’ordine del giorno, “Sme: cessione del settore industriale”, il presidente Prodi sospese la riunione per convocare un’assemblea straordinaria che nel corso di trenta minuti, dalle 12 e 10 alle 12 e 40, modificò dieci articoli dello statuto sociale. Alla ripresa dei lavori, il Consiglio decise di abbandonare la strada dell’asta e di procedere invece per trattativa privata.

Evidentemente il metodo dell’asta competitiva, che Nobili aveva già sperimentato con successo e con unanimi riconoscimenti al tempo della privatizzazione della Cementir, non era considerato altrettanto trasparente quanto la trattativa privata: Franco Nobili, a quel tempo incarcerato, non era in grado di illustrare i vantaggi per le casse dello Stato. Per parte sua, il Consiglio di amministrazione dell’Istituto volle conferire tutti i poteri per l’amministrazione al presidente Romano Prodi il 7 ottobre, con la facoltà “di compiere gli atti riferentisi ad operazioni, attive e passive, a breve e a medio/lungo termine, di importo non superiore a lire miliardi 500”.

Quando i particolari della vendita di Cdb alla Fisvi trapelarono, le polemiche fioccarono: Pietro Larizza, segretario generale della Uil, la definì “operazione da supermercato: compri tre per tenerne due”. “C’è una società che acquista e non ha ancora i soldi per pagare; per formare il capitale necessario, vende una parte di ciò che ha comprato; per la parte che rimane cerca ancora i soci finanziatori per completare l’acquisto. Con questo metodo a dir poco discutibile -concludeva Larizza- non servono imprenditori acquirenti, basta essere un buon mediatore di affari”.

Fisvi: il nano che si mangia il gigante A metà novembre la Fisvi non aveva ancora pagato il pattuito: era ancora in itinere l’aumento di capitale, mentre soci come il Banco di Napoli prendevano le distanze. Nel frattempo il parlamentare comunista di Napoli Antonio Bassolino, che pochi mesi dopo sarebbe divenuto sindaco della città, scriveva una lettera al presidente del Consiglio Ciampi, allegando una “dettagliata nota sulle modalità di vendita della Cdb alla Fisvi e sil profilo “imprenditoriale” degli acquirenti. “E’ infatti evidente -concludeva Bassolino- il pericolo che privatizzazioni fatte a questo modo espongano pezzi strategici del nostro apparato produttivo alle mire speculative e affaristiche”. In una conferenza stampa tenuta A Napoli il 16 ottobre Bassolino così definiva l’operazione: “E’ come se dei nani decidessero di impadronirsi di un gigante”. Alla lettera a Ciampi era allegato il testo di una denuncia alla Procura della Repubblica di Napoli presentata dall’avvocato Giovanni Bisogni il 23 ottobre.

Si apre così un procedimento penale nei confronti di Prodi e dei componenti del Consiglio di amministrazione dell’Iri, spostato poi a Roma per competenza: qui il sostituto procuratore Giuseppa Geremia affidò al perito Renato Castaldo una consulenza tecnica. Il perito rilevò come Prodi fin dal 1990 fosse advisory director (direttore consulente) della multinazionale Unilever di Amsterdam, incarico dal quale egli si era dimesso al momento del suo ritorno al vertice dell’Istituto. Risultava comunque “innegabile e certamente singolare il ruolo svolto dalla Unilever nell’intero affare inerente la cessione Cbd, tale da potersi definire di “regia generale”, così come risulta dalla lettura dei documenti… E’ innegabile e documentato che la Unilever S.A. e la Unilit spa (consociata italiana della Unilever – ndr) hanno inviato offerte, condotto trattative dirette e indirette con l’Iri e gestito l’acquisto del settore “olio” in epoca precedente alla stipula del contratto di gestione definitivo tra Fisvi ed Iri, predisponendo anche clausole contrattuali da inserire nel contratto…”.

E l’Iri incassa 400 miliardi in meno La Fisvi, che “non possedeva le necessarie risorse finanziarie per sostenere le operazioni di acquisizione”, aveva predisposto, prima ancora di diventare proprietaria della Cdb, la vendita del settore olio della Cdb (la Bertolli) alla Unilit, “con il consenso del Cda dell’Iri, per la somma di lire 253 miliardi così procurandosi il denaro per pagare il prezzo…”. Addirittura la Fisvi, che non fu in grado di presentare la fideiussione di 50 miliardi richiesta dal bando d’asta del 5 marzo, ma ne presentò una per soli 5 miliardi, avrebbe dovuto essere esclusa dal novero degli aspiranti concorrenti. Se la Granarolo aveva offerto all’Iri per il solo settore del latte 200 miliardi, se il settore olio era stato ceduto dalla Fisvi alla Unilit/Unilever per 253 miliardi, se a questa cifra si aggiungeva il settore del vino, venduto per 40 miliardi, e quello delle conserve e pomodoro, del valore di 200, secondo il perito si raggiungeva la cifra di 693 miliardi, a fronte della quale l’Iri ne aveva incassati solo 310. Bisognava aggiungere a ciò la violazione dell’articolo 6 del contratto, che impegnava l’acquirente ad “assicurare la continuità produttiva” delle aziende del gruppo Cbd: secondo il perito, l’Iri aveva consentito “che l’acquirente “fantasma” Fisvi smembrasse l’azienda Cirio-Bertolli-De Rica prima ancora di acquistarla e pagarla, e la vendesse a pezzi consentendo a vari soggetti di trarne ingenti profitti”, con chiaro riferimento a Sergio Cragnotti nelle cui mani caddero infine le aziende del latte e delle conserve.

Tuttavia il pubblico ministero non volle contestare agli imputati la congruità del prezzo: “Se la valutazione l’avessi fatta fare a sessanta periti avrei avuto sessanta risultati diversi”, dichiarò ad una giornalista. Il fronte aperto dall’accusa, quello del conflitto di interessi tra l’unico advisory director italiano della Unilever e il presidente della società venditrice, nonché i quesiti sul perché di un acquirente squattrinato e di fatto passacarte di acquisti altrui, non trovarono spazio presso il giudice per le indagini preliminari Edoardo Landi, il quale il 22 dicembre 1997 non concesse il rinvio a giudizio dell’allora Presidente del Consiglio”.

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