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Scandalo Arcobaleno,non solo container

settembre 15, 1999 Casadei Rodolfo

Le polemiche attorno a Missione Arcobaleno si concentrano sui container di Bari, ma c’è altro: per pagare le bollette della Protezione civile il governo sta cercando di mettere le mani sui soldi della solidarietà popolare verso i profughi kosovari. Marco Vitale, responsabile della Gestione fondi privati, resiste, ma è costretto a concessioni: a pagare il conto del caos di Bari, risultato della macchina statale degli aiuti, saranno comunque i soldi delle donazioni private.

“Non è scandalo”, replica con un fremito di indignazione sulla prima pagina di “Repubblica” Massimo D’Alema; “non è scandalo”, ribadisce scandalizzato Marco Vitale, energico commissario di Missione Arcobaleno; “non è scandalo”, fanno coro molte Ong (Organizzazioni non governative) italiane che operano nei Balcani e utilizzano i fondi di Arcobaleno; “non è scandalo”, conferma Staffan De Mistura rappresentante dell’Onu in Europa. Eppure sarà difficile far digerire agli italiani questa storia dei 900 e rotti container fermi sul molo di Bari e dei 300 allegramente regalati alle autorità (con decenza parlando) albanesi. Perché è certamente vero che la repentina cessazione delle ostilità con rientro in patria dei profughi kosovari ha fatto saltare tutti i programmi, sarà pure vero che la maggior parte dei cassoni riempiti è arrivata regolarmente a destinazione, e forse è addirittura vero che quelli di Bari non mandano cattivo odore, ma l’olfatto ipersensibile deve aver giocato un cattivo scherzo a Francesca Folda di “Panorama”. E tuttavia -parafrasando quel che D’Alema disse dinnanzi a Clinton dopo l’assoluzione dei piloti Usa colpevoli della strage del Cermis- non è normale che 920 container pieni di ogni ben di Dio, inclusa una grossa quantità di merce deperibile, restino fermi per tre mesi e più sulla banchina di un porto; non è normale che per identificare il contenuto dei container si debba mettere a contratto una società privata per 600 mila lire al giorno e che poi riconfezionare tutto daccapo, dopo aver separato il materiale guasto o inutilizzabile da quello “buono”, con costi niente affatto lievi; e infine non è normale che si ammassi nel porto di partenza una quantità ciclopica di container (che pagano 165 milioni al mese per il solo noleggio) ben sapendo che Durazzo, il porto di destinazione -l’unico, nei giorni della guerra del Kosovo- dispone soltanto di una misera gru per movimentare quel che arriva.

Arcobaleno, un nome solo per due cose diverse E poichè tutto questo non è normale, è importante capire da dove nasce tanta unanimità e fermezza nella smentita da parte degli addetti ai lavori. Scava, scava, si scopriranno alcuni fatti poco noti al grande pubblico, per esempio che Missione Arcobaleno non è un’unica entità, bensì si tratta di due realtà distinte che portano lo stesso nome. La prima è la Missione Arcobaleno della Protezione civile e dell’esercito, finanziata con stanziamenti pubblici; la seconda è la Missione Arcobaleno del commissario Marco Vitale che, sotto la dicitura “Gestione fondi privati”, amministra la pioggia di miliardi sgorgati dal gran cuore degli italiani e li spende attraverso il volontariato internazionale, l’associazionismo sociale e i grandi organismi internazionali. Per comodità nostra le chiameremo Arcobaleno 1 e Arcobaleno 2.

Che non si tratti di una distinzione meramente formale lo provano due fatti. Il primo è che molti dei negazionisti dello scandalo -appartenenti ad Arcobaleno 2- presi uno per uno sono disposti a esprimere critiche severe nei confronti di Arcobaleno 1. Il secondo è un fatto che nessun giornale ha ancora raccontato, e che Tempi rivela in anteprima: Arcobaleno 1, cioè lo Stato nella sua veste più ufficiale, sta tentando di mettere le mani sui soldi di Arcobaleno 2, che sono poi quelli donati dai cittadini sull’onda del famoso appello di Bobbio, Montanelli e Scalfari.

In queste pagine pubblichiamo una preziosa intervista rilasciataci da Marco Vitale, commissario di Arcobaleno 2. Il linguaggio è soft, ma il contenuto non si presta ad equivoci. Dice Vitale: non siamo noi che abbiamo intasato Bari di container, sono stati quelli di Arcobaleno 1; noi da bravi ragazzi ci siamo assunti la bega di togliere le castagne dal fuoco: “Due volte, il 3 maggio e il 10 giugno, avevo prospettato alla Protezione civile la possibilità di una diversa gestione di questo ciclo… Solo il 2 agosto la Protezione civile ci ha chiesto di analizzare insieme quali nuove prospettive potessero essere intraprese…”. Che è come dire: noi glielo avevamo detto a quelli della Protezione civile che si stava creando un gran casino, ma quelli si sono svegliati solo il 2 agosto…

Come non si organizza una raccolta di aiuti Anche i dirigenti delle Ong lanciano messaggi facilmente decifrabili. Nino Sergi di InterSos: “Nei container di Bari è stipato tutto quanto è stato raccolto o con i “treni per la vita” o spontaneamente da gruppi, parrocchie, scuole. Gli italiani purtroppo sono ancora restii a dare un contributo in denaro e preferiscono portare il “pacco famiglia” senza comprendere che, a volte, viene a costare di più in movimentazione e stoccaggio, sempre che non vada a male prima”. Dice il Banco Alimentare, che insieme ad Avsi ha organizzato l’iniziativa “pane per i profughi”: “Noi siamo specializzati a gestire miliardi di donazioni in generi alimentari, ma nel caso del Kosovo abbiamo chiesto alla gente di offrirci denaro tramite coupon versati nei supermercati, con cui poi abbiamo effettuato acquisti mirati: sapevamo che non saremmo riusciti a gestire una valanga di donazioni spontanee”. Maurizio Carrara del Cesvi: “Noi raccogliamo doni in generi e in natura soltanto quando coincidono con una precisa richiesta che siamo noi a formulare e quando siamo in grado di dire dove andranno esattamente quei doni e a chi”. Parole sante, frutto di solida esperienza. Perché allora la Protezione civile e le altre amministrazioni dello Stato interessate alla vicenda non hanno istruito i cittadini a dovere? Perché, lo ricorderanno tutti, nella primavera scorsa imperversavano le Silvie Costa, le Marie Pie Fanfani e le torme degli assessori regionali alla Protezione civile, tutti personaggi che si facevano belli sporgendosi dai finestrini dei “treni per la vita” mentre accatastavano donazioni alla rinfusa. Perché le ragioni della propaganda esigevano che la realtà del coinvolgimento italiano in una campagna militare venisse occultata dal grande spettacolo dell’unitario sforzo solidale della nazione verso i profughi kosovari, senza andare tanto per il sottile con questioni di efficienza degli aiuti e di rapporto costi-benefici.

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