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Savita e Marie Fleming. Anche la cattolica Irlanda verso aborto e eutanasia

dicembre 19, 2012 Emmanuele Michela

Ieri l’annuncio di una nuova legge sull’aborto, dopo la morte della giovane indiana. A gennaio la sentenza dell’Alta Corte sulla richiesta di suicidio assistito per una donna malata di sclerosi.

Il governo irlandese lo ha annunciato ieri: Dublino avrà una legge per regolamentare l’aborto, per lo meno nei casi in cui la salute della madre è a rischio. La notizia arriva dopo un mese e mezzo abbondante di dibattito, in cui il problema dell’interruzioni di gravidanza era tornato nel dibattito pubblico. Era la fine di ottobre quando a Galway, ovest del Paese, l’indiana Savita Halappanaavar perdeva la vita all’ospedale universitario, morta in seguito ad alcune complicazioni sorte nel periodo di gravidanza nonostante avesse chiesto ai medici di interromperla. Sebbene ci fossero ancora tanti punti poco chiari, non smette di comparire sui giornali la battuta con cui i medici respinsero la richiesta di Savita e del marito, ricordandole che l’aborto non è legale in uno stato cattolico come l’Irlanda.

IL NO DEI VESCOVI. Tutta la nazione s’interroga sulle posizioni assunte dal governo: in primis le gerarchie ecclesiastiche, da sempre pedina fondamentale nello scacchiere di un Paese così cattolico, dove però la crisi della Chiesa sta toccando ora il suo culmine, tra scandali e crollo del numero di fedeli. Le loro preoccupazioni sono state affidate ad un comunicato congiunto: «Il delicato equilibrio previsto dalla legge attuale e dalla pratica medica in Irlanda tra l’uguale diritto alla vita di una madre e il suo bambino non ancora nato potrebbe venire alterato. Si aprirebbe la strada verso l’uccisione diretta e intenzionale dei bambini non ancora nati. E questo non può mai essere moralmente giustificato in nessun caso».
Alle spalle una sentenza della Corte suprema del ’92, che apriva le porte all’aborto per le donne in pericolo di vita: era l’anno dell’“X-case”, quello di una ragazzina di 14 anni vittima di violenza, che minacciava di suicidarsi nel caso in cui non le fosse stata data la possibilità di interrompere la gravidanza. Ma la proposta si arenò: il tema era troppo delicato, si preferì lasciare tutto nelle mani dei medici, cui spettavano le scelte di fronte a ogni caso.

Ma ad interrogarsi è anche parte della maggioranza di Fine Gael, il partito centrista cui appartiene Enda Kenny, premier irlandese, che minaccia espulsioni per chi non si schiererà a favore della legge, ma già 12 deputati han fatto capire di non essere d’accordo: il partito è collocato nel Ppe europeo. Per il resto, gran parte dell’opinione pubblica pare schierata a favore della legge, alla luce anche dell’enorme spazio concesso dai media al caso di Savita.

IL CASO MARIE FLEMING. Ma a Dublino non si discute solo di aborto: meno eco ha avuto la richiesta di Marie Fleming, 58 anni, donna di Wicklow malata di sclerosi dal 1986, che, qualche giorno fa, ha portato di fronte all’Alta Corte la sua richiesta di suicidio assistito.
«Finché posso ancora usare la mia voce, vi chiedo di aiutarmi ad avere una pacifica e dignitosa morte», ha detto alla corte la donna. Chiede che venga permesso al compagno Tom Curran il diritto di assisterla quando vorrà mettere fine alle sue sofferenze: «Il suo diritto di togliersi la vita le è stato portato via dalla sua disabilità», ha spiegato l’uomo alla Bbc, «e chiunque dovesse aiutarla nel fare questo, andrebbe incontro a 14 anni di carcere».
La sentenza è attesa per il 10 di gennaio prossimo e se venissero accolte le richieste della donna sarebbe un altro passo storico per l’Irlanda. «La cosa buona dell’attuale situazione legale è che appare chiara», diceva all’Independent Tony O’Brien, medico di Cork a capo della commissione d’esperti del Consiglio d’Europa per le cure palliative. «Temo che se iniziamo a modificarla e ad introdurre delle eccezioni, infangheremmo significativamente le acque».

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