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Sarajevo città aperta. Oasis sbarca nella capitale della Bosnia, esempio di come le religioni possono riconciliarsi dopo la guerra

giugno 29, 2014 Maria Laura Conte

Sarajevo era il luogo ideale per l’annuale appuntamento della fondazione fondata dal cardinale Angelo Scola: «Tentazione violenza: religioni tra guerra e riconciliazione»

A Sarajevo Oasis è arrivata per strade diverse che puntavano tutte là, sulla città dolorosa dei Balcani, l’ammiraglia incagliata nella storia. Dopo le tappe di Milano, Tunisi, Venezia, Beirut, Amman, Il Cairo degli anni precedenti, Oasis ha trovato in Sarajevo il luogo ideale per affrontare il tema scelto per questa edizione 2014: “Tentazione violenza: religioni tra guerra e riconciliazione”. Una questione imposta dai fatti drammatici del Medio Oriente, dalle notizie che giungono dalla Siria e dall’Iraq, e tappa coerente con le precedenti dedicate all’analisi delle rivolte arabe e prima ancora delle società plurali, alla testimonianza, all’urgenza educativa.

Conduceva a Sarajevo la storia passata e recente che fa luce su com’è cambiata la guerra e come la violenza si può argomentare con riferimenti pretestuosi alla fede religiosa. Qui sul fiume Miljacka, l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono d’Austria-Ungheria, scatenava proprio cento anni fa la Prima Guerra mondiale destinata a stravolgere gli equilibri europei, ma anche il volto del Medio Oriente (si pensi alla fine del califfato ottomano, alla nascita dell’islam politico e del nazionalismo arabo); e qui solo vent’anni fa il Novecento si chiudeva con una delle guerre più crudeli e fratricide, ferita che sanguina ancora oggi nella memoria dei sopravvissuti.

Spingeva verso la città balcanica anche l’intento di Oasis di cogliere la lezione che può offrire a molti paesi europei – sempre alla ricerca della quadra per organizzare la vita comune in società plurali – l’esperienza dell’islam in Bosnia, organizzato in una comunità istituzionalizzata che partecipa alla vita pubblica in un contesto “laico”.

E, infine, indirizzava verso la Bosnia-Erzegovina anche l’attenzione per la vita dei cristiani che vivono in contesti a maggioranza musulmana, aspetto che fin dall’inizio caratterizza la fondazione e la rivista volute dal cardinale Angelo Scola quand’era ancora patriarca di Venezia: anche solo il numero dei cattolici che oggi vivono nella capitale bosniaca, dimezzato rispetto a prima della guerra, documenta la fatica che questa comunità affronta ordinariamente per “sopravvivere”.

Il superamento della violenza
Personalità accademiche, esponenti della società civile, ecclesiastici, provenienti da Egitto, Giordania, Marocco, Spagna, Francia, Belgio, Nigeria, India, Iran, Canada, Stati Uniti, al lavoro lunedì 16 e martedì 17 giugno insieme a rappresentanti della realtà locale, hanno condiviso analisi approfondite ed esperienze personali secondo un programma particolarmente intenso. Della vicenda di Cristo come «un oggettivo superamento della logica della violenza e come tale misura del passato e del futuro della storia umana» ha parlato il cardinale Scola nel suo intervento di apertura, nel quale si è soffermato sul possibile contributo dei cristiani all’incontro tra uomini di religioni diverse: «Il congedo definitivo dalla logica della violenza che l’evento pasquale porta in sé è anche il principale contributo che come cristiani pensiamo di poter offrire oggi al dialogo interreligioso. È stata la grande intuizione di Assisi e il messaggio che papa Francesco ha appena ripetuto in Terra Santa, lanciando dalla spianata delle moschee “un accorato appello a tutte le persone e le comunità che si riconoscono in Abramo: rispettiamoci e amiamoci gli uni gli altri come fratelli e sorelle. Impariamo a comprendere il dolore dell’altro. Nessuno strumentalizzi per la violenza il nome di Dio. Lavoriamo insieme per la giustizia e per la pace”».

«Oasis, che è nata per essere vicina ai cristiani orientali – ha osservato l’arcivescovo – non può ignorare il loro grido di dolore e quello di interi popoli in Siria, in Iraq, in Nigeria, in Pakistan, ovunque il terrorismo infierisca». Soluzioni facili non esistono, e vanno cercate insieme ai musulmani, in un impegno che si apre necessariamente a una dimensione escatologica, ha rilevato l’arcivescovo di Milano: «Tra la sofferenza per il male patito e l’attesa speranzosa della rivelazione dei giusti resta un immenso lavoro da fare, il nostro compito di uomini di buona volontà». Un compito, ha concluso Scola, fondato sulla testimonianza, che richiede un metodo, il dialogo, e una disposizione, il coraggio del perdono.

Il comitato è stato introdotto anche dal Reis-ul-ulema Hussein Kavazovic, capo della comunità islamica della Bosnia Erzegovina – che ha raccontato Sarajevo tra passato e futuro, individuando nella capacità di accoglienza delle differenze la qualità specifica della sua città dalle molteplici componenti religiose – e dall’arcivescovo della città. Il cardinale Vinko Puljic non ha nascosto, insieme alla speranza che lo anima, tutta la sofferenza che ancora oggi porta addosso per una guerra che non può cancellare dalla memoria e per la recente drammatica alluvione che ha distrutto venti delle sue quaranta parrocchie.

Si è preso poi in esame il jihad sia nella tradizione sunnita, con Asma Asfaruddin, professoressa dell’Indiana University, sia in quella sciita, con Mathieu Terrier, dell’École Pratique des Hautes Études di Parigi. Da qui si è partiti per ripercorrere quanto accadde a Sarajevo nel 1914, con Martino Diez, direttore scientifico di Oasis; scoprire cos’è divenuta la guerra dopo la caduta del muro di Berlino, con Henri Hude, professore dell’Accademia Militare Saint Cyr di Parigi; indagare come la guerra sia in grado di ridisegnare le identità, con Ugo Valisavljevic, vicerettore dell’Università di Sarajevo.

Il percorso attraverso la guerra è approdato alla riflessione di René Girard, riproposta da Bernard Perret, vicepresidente dell’associazione di Ricerche Mimetiche di Parigi, e a un affondo finale nel documento della Commissione teologica internazionale su monoteismo e violenza, illustrato da Javier Prades, rettore dell’Università San Damaso di Madrid.

Il secondo giorno, invece, è stato dedicato allo studio di alcuni casi: la guerra di Bosnia con il cardinale Puljic, arcivescovo di Sarajevo; i Bosgnacchi e le sfide del presente con Fikret Karcic; i “Gandhi” musulmani con Ramin Jahanbegloo della York University di Toronto; la non violenza e il fondamentalismo nell’India contemporanea con il cardinal George Alencherry, arcivescovo di Ernakulam-Angamali in Kerala; la minaccia di Boko Haram in Nigeria con monsignor Matthew Kukah, vescovo di Sokoto; la violenza religiosa e le relazioni intercomunitarie in Egitto dopo la rivoluzione del 2011 con Christian Cannuyer, direttore della rivista Solidarité-Orient di Bruxelles.

Esperienze a confronto
Come sempre uno dei momenti chiave dei comitati di Oasis è la discussione dei paper, preparati precedentemente dai partecipanti; la condivisione delle reazioni ai contributi degli esperti ascoltati e delle testimonianze più personali di quanto ciascuno vive nel suo paese. La “convenienza” del metodo di Oasis consiste infatti proprio in questo suo pensarsi e proporsi, fin dal 2004, come un soggetto “comunionale”. L’ha rilevato Tewfik Aclimandos, politologo egiziano, durante il dibattito: Oasis ormai è una rete di amici che mettono a disposizione uno dell’altro, a partire da competenze disciplinari e provenienze geografiche diverse, il loro “sapere” perché convinti che il lavoro culturale sia luogo privilegiato per favorire l’incontro tra cristiani e musulmani. Un’amicizia che non può chiamarsi fuori da un affondo sempre più coraggioso nella realtà. La città, che nei volti severi dei suoi abitanti sembra celare un segreto per i forestieri, è stata particolarmente accogliente per Oasis. Con la sua acribia nel volersi ricostruire sempre, quando viene distrutta, ne ha rilanciato l’impegno. Una buona parte degli interventi del comitato sarà pubblicata nel prossimo numero della rivista plurilingue di Oasis, mentre molti degli interventi dei dibattiti hanno trovato spazio nelle newsletter online della fondazione

(www.fondazioneoasis.org)

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