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Santini (Cisl): «Pensioni: il ministro abbia buon senso e ci ascolti»

dicembre 2, 2011 Leone Grotti

Il segretario generale aggiunto della Cisl, Giorgio Santini, spiega come affrontare il nodo pensioni e il problema della disoccupazione: «Non si può aumentare a tutti l’età pensionabile, ci sono seri problemi. Si completi la riforma del ’95. Per i lavoratori in cassa integrazione, vanno bene gli ammortizzatori, ma le politiche attive sono meglio»

«Il governo vuole aumentare l’età pensionabile e superare quota 40 anni, il problema è serio, non tutti possono permettersi di andare in pensione dopo. Con il governo ancora non abbiamo dialogato, spero che abbiano il buon senso di convocarci prima di prendere misure così pesanti». Giorgio Santini, segretario generale aggiunto della Cisl, affronta con Tempi.it il nodo pensioni, quasi sicuramente chiave di volta della manovra che verrà discussa nel Consiglio dei ministri del 5 dicembre, e quello delle politiche da attuare per ridurre e reinserire i lavoratori in cassa integrazione.

Ancora non c’è niente di certo sulla riforma delle pensioni ma sembra sicura la volontà da parte del governo Monti di innalzare la soglia minima di 40 anni di contributi per avere la pensione di anzianità.

«Questo problema è molto serio perché in tanti non se lo possono permettere. Chi ha lavorato 40 anni, che se poi calcoliamo la finestra di uscita sono sempre 41, non sempre può andare in pensione a 42 o più. Prendiamo i casi delle aziende in crisi: ci sono molti lavoratori in cassa integrazione che aspettano la pensione che è ormai alle porte. Se aumenti l’età, che cosa fanno? Mica possono tornare al lavoro, sarebbe un bel guaio. Allora bisognerebbe esentare dall’aumento previsto tutte le persone che si trovano in aziende in crisi. Ma c’è di più».

Continui.
«Ci sono certi lavori manuali che è sconsigliabile continuare a fare superata la soglia dei 40 anni. Per alcune mansioni molto pesanti è un rischio. Infine, io credo che bisogna avere profondo rispetto per chi ha lavorato per 40 anni, versando regolarmente i contributi. Non conta a che età ha cominciato».

Si parla anche di non rivalutare per un anno le pensioni per il recupero dell’inflazione.
«Anche qui, bisogna andarci piano. Ci sono pensioni davvero basse. Sarebbe una follia. Su quelle medio-alte, forse, si può discutere ma sulle altre no».

E il ministro Fornero (v. foto) che cosa dice di tutte queste obiezioni?
«Non lo sappiamo. Noi chiediamo il dialogo ma non l’abbiamo ancora ottenuto. E mi auguro che il governo abbia il buon senso di confrontarsi con noi prima di prendere misure così dure come quelle che sono uscite in questi giorni».

Avete delle controproposte?

«Sì. Innanzitutto bisogna dire che la riforma delle pensioni è in gran parte già stata fatta. Sono in atto tre processi stabilizzanti: il primo è la completa diffusione del sistema contributivo. Tra sei anni sarà applicato a tutti. Per risparmiare un po’ si potrebbe anticipare il processo, ma non si guadagnerebbe granché. Il secondo processo è l’agganciamento dell’età di pensionamento all’aspettativa di vita. Ma anche questo è già in atto. Il terzo processo è, obtorto collo, visto che ce l’ha imposto l’Europa, il pareggio dell’età di pensionamento femminile e maschile. Che avverrà nel 2026. Per risparmiare soldi, si potrebbe completare la riforma del ’95: bisogna eliminare le agevolazioni a magistrati, giornalisti, generali e parlamentari. In più, per quanto riguarda la flessibilità in uscita, altro pilastro della riforma Dini del ’95, siamo disposti a discutere una fascia che vada dai 62 ai 68 anni: più tardi esci, più prendi».

Ieri l’Istat ha diffuso i dati sulla disoccupazione: 8,5%, più 400 mila persone in cassa integrazione.
«I dati parlano chiaro, la disoccupazione cresce dopo un periodo prolungato in cui, anche si di poco, era calata. Risentiamo del cambiamento brusco che c’è stato nell’economia da agosto e che ha portato a una minore produzione e quindi una minore occupazione. In più l’Ocse ci dice che nel 2012 potrebbe esserci la recessione e temo che supereremo il 9% di disoccupazione».

Quali politiche avete in mente di attuare per aiutare a risolvere questa situazione?
«È il quarto anno che viene concessa la cassa integrazione in deroga ma non possiamo andare avanti così all’infinito, dobbiamo cercare di fare uscire i lavoratori dalla cassa integrazione, perché è una spesa davvero elevata. Bisogna rendere più rapidi i tempi di reimpiego».

In che modo?
«Favorendo delle politiche attive mirate. In Italia qualcosa già è stato fatto ma in modo molto generico, legato a interventi sommari: un po’ di lingua, di formazione, di informatica. Ma siccome l’obiettivo è riportare una persona a lavorare, bisogna riqualificarla in modo tale che abbia più di una professionalità da spendere».

È già stato fatto qualcosa?
«Beh, non siamo certo al punto zero. Lombardia, Piemonte, Veneto, anche l’Emilia Romagna hanno agito. Ma si tratta ancora di esperienze pilota. Dobbiamo davvero augurarci che questo sia l’ultimo anno di cassa integrazione ma non perché vengono licenziati i lavoratori, bensì perché vengono reimpiegati».

Qualche misura concreta?
«Sono stati fatti accordi con le agenzie del lavoro, dando incentivi e retribuzioni per ogni lavoratore che riuscivano a ricollocare, qualche migliaio di euro a persona. Il meglio però, sarebbe questo: individuare l’area di lavori di cui il territorio ha bisogno, perché ci sono dei settori dove si cercano dipendenti e non si trovano le professionalità adatte. Quindi individuarle e fare un’operazione di recupero manodopera, insegnando a chi è in cassa integrazione attraverso una “formazione professionale” specifica il lavoro di cui c’è bisogno. Un lavoro molto mirato, insomma, magari con l’aggiunta di incentivi per i datori che assumono un lavoratore che ancora non ha acquisito tutte le professionalità necessarie».

Che cosa chiedete da questo punto di vista al governo Monti?
«Il minimo è il confronto. Poi bisogna sbloccare l’incentivo nazionale per il reimpiego e diffondere l’apprendistato per favorire l’inserimento lavorativo dei giovani, fornendo incentivi a chi stabilizza il lavoro giovanile dopo tre anni».

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