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“Sangue Sesso Soldi”. Il nuovo libro di Giampaolo Pansa, dove tutto inizia dalle donne

settembre 6, 2013 Francesco Amicone

Sessant’anni di storia d’Italia ripercorsi attraverso l’esperienza diretta del cronista. Per capire che cosa i fatti del passato non abbiano ancora detto su un futuro che si delinea cupo all’orizzonte

«Le donne non lo confessavano in modo aperto, però a loro la Dc piaceva». Vedove, orfane, sopravvissute alla guerra, ai processi sommari dei partigiani, dei fascisti, alle deportazioni dei nazisti: le donne, chiamate per la prima volta al voto, con il loro sostegno assicurarono la prima grande vittoria elettorale alla Democrazia Cristiana. Ne è certo Giampaolo Pansa e lo scrive nel suo nuovo libro Sangue Sesso Soldi (Rizzoli, in libreria dall’11 settembre). E da qui inizia il percorso del giornalista e scrittore di Casale Monferrato. Pansa ripercorre sessant’anni di storia d’Italia, per le vie traverse dell’esperienza diretta e personale del cronista, cercando di capire che cosa il nostro passato non abbia ancora detto su un futuro che si delinea cupo all’orizzonte.

LE DONNE. Vedevano di buon occhio chi parlava di pane, le donne, e dubitavano di chi in gergo rivoluzionario auspicava anni di sovversione, inneggiando alla Russia staliniana, ricorda Pansa. Negli anni del dopoguerra, le donne italiane andavano al cinema e «vedevano che nelle case americane c’era il frigorifero, la macchina per fare il bucato e quella per lavare le stoviglie, l’aspirapolvere, la cucina elettrica e persino un cubo di legno chiamato televisore». Chi poteva assicurare loro «quel bendiddio», dopo una stagione a fare i conti con la guerra? Certo non Togliatti, il “bravo” di Stalin, quel “Migliore” che «quando compare insieme a quel Secchia e al Pajetta, fanno un bel trio di tipi farragginati e con l’aria degli esaltati, pronti a metterti le mani addosso». Altra storia era Alcide De Gasperi. Con l’aspetto severo e altero di un «nobiluomo viennese» avrebbe potuto assicurare il benessere che il paese andavano cercando.

IL BLUFF DEL ’68. «Cosa ne hai fatto del tuo primo guadagno?». Dall’epoca in cui a questa domanda un giovane cronista piemontese rispondeva «sono diventato padre e ho comprato una 600 Fiat», Pansa ritorna a interrogarsi sugli anni della “meglio gioventù”. Quando i giovani rinunciarono a diventare uomini, preferendo accontentarsi del titolo di “rivoluzionari”. Ma di quale rivoluzione parlavano? «A Torino – scrive Pansa – i capetti del sessantotto sfoderarono per primi un’arma che sarebbe diventata di uso comune negli atenei d’Italia: la deformazione sistematica della verità a danno degli avversari». Gli studenti si gettavano contro i professori non allineati al loro credo (Norberto Bobbio e Passerin d’Entreves, per fare due nomi) e dipingevano l’università come «un lager per torturare i rampolli della borghesia torinese di sinistra che avevano deciso di fare la rivoluzione». «Dovunque si affermò una regola capovolta – commenta Pansa – il brutto diventava bello, e il bello veniva considerato brutto». La “rivoluzione” del ’68 sfociò poi negli anni di piombo, ricorda Pansa. E fu scritta con il sangue, usando spranghe, tubi e chiavi inglesi sulla testa dei ragazzi, al suono di cupi slogan: «Camerata, basco nero, il tuo posto è al cimitero», «Hazet 36, fascista dove sei».

L’INFERNO NEL CUORE. Pare che gli aspetti peggiori della storia repubblicana di Sangue Sesso Soldi finiscano per rivelarsi in una sola stagione. La nostra. Pansa parla di un «male che corrode l’Italia». Male che un parroco di paese può descrivere con poche parole: «L’inferno nel cuore». Un male che illumina la superficie della storia repubblicana, e sembra sparire per poi ravvivarsi di nuovo, in quest’epoca. Che fare? La migliore ricetta politica, per un futuro meno cupo, sta forse in una battuta della madre del giornalista. Forse basterebbe votare per quei partiti che garantiscano che nessun italiano possa correre «il rischio di vedersi cacciare dall’Italia per indegnità politica e morale».

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