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San Giovanni XXIII e quella urgenza di riforme che i giornali scambiano scioccamente per “progressismo”

aprile 27, 2014 Ignazio Ingrao

In occasione della canonizzazione voluta da papa Francesco il 27 aprile, un ritratto di Roncalli firmato da un giornalista che ha studiato a fondo la Chiesa negli anni del Concilio Vaticano II

Così diversi ma così uguali. Giovanni XXIII e Francesco, il «Papa di campagna» e il «Papa di città». Non è solo una ragione di “equilibrio” quella che ha spinto Bergoglio a voler canonizzare lo stesso giorno, il prossimo 27 aprile, Angelo Roncalli e Karol Wojtyla, il pontefice che ha dialogato con i comunisti accanto a quello che ha abbattuto il muro di Berlino. Francesco ha fortemente voluto che Giovanni XXIII venisse proclamato santo lo stesso giorno di Giovanni Paolo II. Tanto da fare uno strappo alla regola: per Roncalli Bergoglio ha dispensato dalla norma canonica che subordina la canonizzazione all’accertamento di un miracolo dovuto all’intercessione del beato. A Giovanni XXIII è bastata la «fama di santità» per salire sugli altari.

Se è vero che dal punto di vista pastorale e dottrinale papa Francesco attinge moltissimo da Paolo VI, in particolare dall’enciclica Ecclesiam suam e dall’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi, per quanto riguarda invece l’approccio personale e lo stile di governo, molti sono i punti di contatto con Giovanni XXIII. Si tratta anzitutto di due Papi riformatori: entrambi colgono l’urgenza dei tempi nuovi, la necessità di voltare pagina, di aprire una stagione diversa per la vita della Chiesa. Al tempo di Roncalli questa consapevolezza matura gradualmente nella comunità cristiana, forte di una riflessione iniziata già da Pio XII, fino all’indizione del Concilio annunciata il 25 gennaio 1959 presso la Basilica di San Paolo. Con papa Francesco la riforma viene invece percepita come una drammatica e urgente necessità che emerge dopo gli scandali che hanno segnato gli ultimi mesi del pontificato di Benedetto XVI, tra corvi, arresti di prelati, veleni e scontri di potere.

Le stagioni di Roncalli e Bergoglio hanno in comune la straordinaria partecipazione del popolo di Dio: un sostegno all’azione dei papi che non è solo estemporaneo, ma sentito e corale. Oggi come allora i fedeli chiedono di dare il proprio contributo al progetto di riforma, desiderano essere ascoltati come singoli e come gruppi, aspirano a essere coinvolti nelle scelte. Come Giovanni XXIII a pochi mesi dall’elezione mise in piedi un grande cantiere di riforme, così papa Francesco appena eletto ha aperto numerosi laboratori per ciascuno dei profili nei quali dovrebbe articolarsi il progetto riformatore.

ignazio-ingrao-il-concilio-segretoMa ciò che più colpisce è la somiglianza nell’approccio alle riforme. Quando l’11 ottobre 1962 Giovanni XXIII inaugura il Concilio pronunciando la famosa allocuzione in latino «Gaudet Mater Ecclesia», già sa di essere in grave pericolo di vita. Alcune settimane prima, infatti, gli è stato diagnosticato il tumore allo stomaco che, nove mesi più tardi, lo porterà alla morte. La curia romana, preoccupata per il fatto che il Concilio possa impantanarsi in discussioni interminabili senza riuscire a trovare alcun accordo, sotto la guida del cardinale Alfredo Ottaviani (segretario della Congregazione del Sant’Uffizio) ha svolto un lavoro preparatorio imponente.

La «Gaudet Mater Ecclesia»
Alla vigilia dell’apertura dei lavori conciliari sono già stilati, pronti per essere portati in aula, ben 69 schemi di decreti e costituzioni apostoliche che coprono tutti i temi principali. Ciascuna bozza è il frutto di un faticoso lavoro di mediazione che spegne qualsiasi vera spinta riformatrice ma può garantire l’approvazione del documento senza strappi. Secondo la strategia di Ottaviani, il Concilio può durare qualche settimana e concludersi nel giro di una sola sessione. Roncalli, da parte sua, è consapevole che se l’assise andrà per le lunghe rischia di non vederne la fine. Ma vuole correre ugualmente questo rischio. Mette da parte gli schemi già preparati, rinuncia a dettare l’agenda dei lavori e propone piuttosto delle indicazioni di metodo. La «Gaudet Mater Ecclesia» è uno dei discorsi più importanti e profondi del pontificato di Giovanni XXIII. Il Papa apre la strada ai padri conciliari ma lui stesso ignora dove questa condurrà.

È lo stesso approccio scelto da Francesco per il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Bergoglio ha individuato un’urgenza pastorale: la famiglia con le sue sfide e le sue fragilità, tra le quali i divorziati risposati, le coppie di fatto, i nuclei allargati. E ha aperto un percorso: una consultazione tra tutti i fedeli sulla famiglia, un documento di lavoro, un’assemblea speciale del Sinodo dei vescovi, un altro anno di consultazioni, quindi un secondo Sinodo ordinario. Un cammino lungo e articolato, che durerà almeno due anni e che, al momento, non è prevedibile a quali conclusioni condurrà. Proprio come avvenne per il Concilio.

Nel discorso inaugurale Giovanni XXIII condanna i «profeti di sventura», cioè coloro che «nelle attuali condizioni della società umana non sono capaci di vedere altro che rovine e guai». Rifiuta un Concilio dogmatico, che pronunci condanne, e mette al primo posto le urgenze della pastorale. Roncalli non mette in discussione il «deposito della fede», ma sollecita i padri conciliari a riflettere come la dottrina «certa e immutabile» della Chiesa possa parlare alla modernità.

Il legame con la tradizione
Proprio su questo punto si è consumato un grande malinteso sulla figura del Papa di Sotto il Monte che lo accomuna a Bergoglio: dare la priorità all’approccio pastorale non significa relativizzare il profilo dottrinale, cioè le verità della fede. Perciò ascrivere queste due figure alla categoria dei «progressisti» rischia di essere una mistificazione del loro messaggio. Un altro elemento che li avvicina, infatti, è proprio il legame con la tradizione, che la vulgata su Roncalli progressista per molti anni ha cercato di mettere in ombra.

Rileggiamo cosa ha realmente pronunciato Giovanni XXIII di fronte ai padri conciliari: «Altro è il deposito della fede, cioè le verità che sono contenute nella nostra veneranda dottrina, altro è il modo con il quale esse sono annunziate, sempre però nello stesso senso e nella stessa accezione». Non si tratta di mettere in discussione le verità della fede ma di interrogarsi su come queste possano dialogare con la modernità. Sono parole che oggi sentiamo sulla bocca di Francesco: «Un sacerdote aperto – afferma – è un sacerdote capace di ascoltare gli altri pur rimanendo saldo nelle proprie convinzioni». Troppo spesso però, anche sulla stampa, si preferisce dare risalto al profilo progressista delle parole di Francesco senza riferire per intero cosa afferma.

Lo stesso ragionamento riguarda il rapporto tra questione sociale e questione antropologica: se Francesco sottolinea l’urgenza delle sfide sociali della povertà, del lavoro, dell’immigrazione, non significa che automaticamente neghi o dimentichi la centralità dei valori della vita, della libertà di insegnamento, della libertà religiosa.

Sul versante politico anche per Roncalli la preoccupazione principale non è quella di condannare a priori alcune storie o percorsi politici, quanto piuttosto capire dove si può arrivare insieme. Molto significativo al riguardo il dialogo tra Giovanni XXIII e il presidente del consiglio Amintore Fanfani, sul treno che conduce Roncalli ad Assisi e Loreto il 4 ottobre 1962, a pochi giorni dall’apertura del Concilio. Fanfani chiede la benedizione del Papa sull’esperimento di un governo di centrosinistra con i socialisti. Giovanni XXIII sembra assorto a guardare fuori dal finestrino. Poi indica a Fanfani due uomini che camminano insieme nella campagna: «Li vede?», domanda il Santo Padre. «Certo», risponde Fanfani. «Ecco – commenta il pontefice –, non ha tanta importanza da dove vengono, conta invece dove vogliono andare». Francesco sembra ispirato dal medesimo approccio.

Ma spesso i riformatori condividono anche un altro amaro destino: la solitudine. Un ultimo punto che avvicina queste due figure, infatti, è una certa solitudine nel governo della Chiesa: una cerchia di amici fidati, numerosi adulatori e diversi ecclesiastici che in realtà cercano di ostacolarli perché hanno paura del nuovo, temono di «rinunciare alle abitudini e mettersi in marcia verso le frontiere», come propone Francesco. Una solitudine al vertice della Chiesa che però per entrambi è stata compensata dall’affetto dei fedeli e della gente comune. Al pari della stima espressa dai credenti delle altre religioni e confessioni cristiane. Il dialogo con gli ebrei e la sensibilità ecumenica sono un altro straordinario elemento che, a cinquant’anni di distanza, collega luminosamente le figure di questi due pontefici.

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3 Commenti

  1. Daniele Ridolfi (Sentinella in Piedi) scrive:

    Volendo essere precisi, in realtà un miracolo per intercessione di San Giovanni XXIII c’è stato: si tratta di una guarigione scientificamente inspiegabile avvenuta nel 1966 (3 anni dopo la sua morte) dopo che era stata chiesta l’intercessione del Papa defunto da pochi anni (evidentemente era già in fama di Santità). Ora la persona miracolata dal Santo è morta, però il caso è agli atti (carta canta, come si suol dire).
    Quindi non c’è nemmeno stato lo “strappo alla regola”…

    • Franceschiello scrive:

      il miracolo in questione rientra nel processo di beatificazione che si concluse nel 2000

      • Giulio Dante Guerra scrive:

        Esatto: quello ritenuto “superfluo” da Papa Francesco è stato il secondo miracolo, avvenuto successivamente – o, almeno, contemporaneamente, come nel caso di S. Giovanni Paolo II – alla beatificazione. Ma questo non autorizza a mettere in dubbio la santità di Giovanni XXIII: atteggiamento puramente strumentale, avente l’unico scopo di mettere in dubbio l’ecumenicità del Concilio Vaticano II…

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