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San Gennaro, il calcio in bianco e nero e una monetina sospesa tra Italia e Urss

maggio 29, 2012 Emmanuele Michela

L’Europeo del 1968 è l’unico che fu vinto dall’Italia. Che ottenne il pass per la finale in una maniera particolare: testa o croce?

Continua la serie dedicata alle grandi partite che hanno fatto la storia degli Europei di calcio. Dopo Italia-Olanda 2000, e Portogallo-Grecia 2004, Portogallo-Inghilterra 2000, ecco un altro racconto di una partita particolare.

Immaginatevi uno stadio San Paolo di Napoli gremito in ogni ordine di posto. Quasi 70 mila tifosi attendono con ansia il verdetto di un match importantissimo, almeno quanto può essere questa semifinale dell’Europeo del 1968, con protagoniste Italia e Urss. Non vola una mosca, tutto tace. 120 minuti non sono bastati agli uomini di Valcareggi per sovrastare i sovietici. Poche le occasioni per gli azzurri, imbrigliati bene dai russi, che però hanno creato ancora meno. E pure i supplementari hanno offerto poco: solo Domenghini ha provato a scaldare il cuore dei napoletani, ma il suo tentativo si è scontrato col palo. Così la gente aspetta in silenzio chi verrà nominato vincitore di questo match.

Sono, infatti, gli anni del calcio in biancoenero, di Gianni Brera e del suo “Rombo di tuono”, degli “Angeli dalla faccia sporca”, del Cagliari campione d’Italia… Nomi che sanno suonare ancora mitici, nonostante le dita di polvere che la vita in soffitta inevitabilmente porta con sé. E la storia vuole che quel calcio non conoscesse ancora una delle torture più ciniche che la vita dell’uomo occidentale abbia mai potuto conoscere: la lotteria dei rigori. Le partite in bilico come quella strana semifinale di Napoli venivano decise in un modo molto tradizionale, con una tecnica da oratorio: il lancio della monetina. Così, l’arbitro tedesco Tschenscher chiama Facchetti e Shesternev nel suo spogliatoi: testa o croce. I due capitani saranno gli unici testimoni del lancio di quell’obolo veritiero.

Ecco, ora tornate ad immaginarvi la folla allo stadio che attende il verdetto. Nessuno fiata, i minuti sono interminabili. Alla fine dagli spogliatoi esce un uomo con le mani al cielo: è Giacinto Facchetti. La moneta ha detto Italia, che può prepararsi così alla finale contro la Jugoslavia. Quei pochi grammi di metallo decideranno un pezzo di storia del calcio. E tante pagine di giornali verranno dedicati ad essi: in un’intervista, Facchetti spiegherà che ci furono addirittura due lanci, ma il primo fu nullo perché la moneta terminò in una fessura sul pavimento dello spogliatoio, rimanendo in bilico. I napoletani più convinti chiamarono in causa pure San Gennaro: la mano del santo avrebbe fermato il soldo sul lato scelto dal giocatore dell’Inter, ossia la testa.

Fu grazie a questo incredibile verdetto che l’Italia poté vincere il suo primo ed unico campionato Europeo. Era la squadra di “Zio Uccio” Valcareggi, stratega geniale e abile a rimettere in sesto una squadra che, solo due anni prima, nel Mondiale inglese del 1966 aveva regalato la sua espressione peggiore, culminata nella sconfitta per 3-2 contro l’umilissima Corea del Nord. La finale contro la Jugoslavia verrà ripetuta due volte: all’1-1 del primo match seguirà il replay, solo due giorni dopo, sempre all’Olimpico di Roma, con un 2-0 siglato da Riva e Anastasi. Gli Azzurri tornano a festeggiare un trofeo di prestigio, dopo un digiuno di quasi trent’anni. E ringraziano l’imprevedibile lancio di una monetina.

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