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Salvateci dal Soldato Ryan

aprile 14, 1999 Kramar Silvia

Errori di valutazione, scarsa conoscenza e sottovalutazione
dell’avversario. Oltre alla convinzione che in Kosovo avremmo
assistito alla riedizione trionfale della guerra del Golfo. Uno
dei maggiori esperti americani di questioni jugoslave spiega
perché i bombardamenti si stanno rivelando inefficaci e potreb-
bero causare pesanti conseguenze anche per Clinton

Lei ha trascorso molto tempo in Serbia, come giornalista e autore di alcuni saggi: qual è la sua reazione di fronte alla guerra?

Per il momento la situazione è ovviamente tragica: gli americani hanno imparato alcune lezioni dalla guerra in Bosnia, tra le quali il fatto che dovevamo porre una scadenza alla pulizia etnica, che dovevamo cioè mettere fine alla distruzione dei villaggi. E abbiamo anche imparato che l’operazione dell’Onu non aveva ottenuto nulla, anzi: che si era trattato di una foglia di fico gettata sulla passività del resto del mondo. Quelle lezioni ci hanno spinto ad intervenire in Kosovo con una certa rapidità, dimenticandoci però purtroppo di studiare a fondo i nostri nemici: ormai è chiaro che i Paesi della Nato non avevano un piano specifico per interagire con Milosevic nel caso che il leader serbo non si fosse arreso dopo i bombardamenti, e che nessuno aveva riflettuto sulla possibilità che si potesse arrivare con tale rapidità ad un disastro umanitario.

Personalmente non riesco a capacitarmi del fatto che i leader di Washington e in Bruxelles, insieme agli altri alleati della Nato, non avessero preparato a tavolino alcun piano alternativo. Questa missione aveva tre fini – e tre giustificazioni – ben precisi: prevenire la pulizia etnica, prevenire una catastrofe umanitaria e ottenere l’autonomia per il Kosovo. E cosa ci troviamo tra le mani? Un genocidio, una catastrofe umanitaria di proporzioni inimmaginabili e, se la guerra dovesse continuare, la distruzione radicale del Kosovo… Io credo in una campagna che cerchi di colpire Milosevic, di isolarlo politicamente, ma continuando a bombardare rischiamo di scrivere un capitolo della storia nel quale si leggerà che Milosevic è stato l’uomo che ha distrutto la Serbia, trovandoci di fronte ad una guerra civile.

Appunto, Milosevic: che uomo è?

Nel 1994, dopo aver scritto numerosi articoli per il settimanale americano New Yorker da Belgrado, dove lavoravo anche come consulente per la Fondazione Soros, mi trovai a far parte di quel gruppo di giornalisti considerati “persona non gradita” dal governo serbo. Avevamo visto già troppe cose, come ad esempio che Milosevic era un uomo intelligentissimo ma troppo determinato, un uomo assetato di potere, e che se la Nato avesse distrutto un ponte in Novi Sad lui ne avrebbe sorriso. Per molti aspetti Milosevic è simile a Saddam Hussein: non reagisce alla distruzione parziale e selettiva del suo Paese, gli interessa solo rimanere al potere. Se pensasse che una tattica alternativa potrebbe aiutarlo a tenere in mano le redini della Serbia, farebbe diversamente; ma siccome capisce che l’unica soluzione è di rimanere un nazionalista, per evitare che altri nazionalisti possano prendere il suo posto, continuerà con la sua politica dell’orrore. Milosevic è anche un uomo che si fa poche illusioni: ed è molto razionale nel suo modo demoniaco di vedere il mondo. Quando Richard Holbrooke si recava a Belgrado, per cercare di risolvere pacificamente la questione del Kosovo, gli americani erano fieri del fatto che il loro consigliere avesse imparato a conoscere a fondo Milosevic e la sua psicologia, dimenticandosi che a sua volta il leader dei serbi aveva imparato a conoscere a fondo l’americano, la psicologia di Washington e quella degli europei, le loro debolezze…. parlandoci chiaro, se vogliamo combattere una guerra non possiamo fermarla per tre soldati catturati. Decine di migliaia di soldati americani erano stati fatti prigionieri nella seconda guerra mondiale, migliaia furono catturati in Vietnam, ma oggi Washington trema di fronte a tre prigionieri; e Milosevic capisce molto bene la loro paura.

Cos’è cambiato?

Gli americani si sono fatti un’idea della guerra basata su Operazione Tempesta nel deserto, otto anni fa: e con la guerra del Golfo avevano imparato a vederla così: noi li ammazziamo e loro muoiono. Ma una guerra non può essere così e una democrazia che vuole combattere un nemico deve capire che le conseguenze possono essere gravi.

Oggi l’immaginario americano vede una guerra come un intervento armato – vediamo la Somalia – oppure come un’azione di polizia: Clinton nei giorni scorsi, durante un discorso, ha detto una cosa strabiliante, cercando di convincere l’opinione pubblica ad accettare l’intervento americano in Kosovo: “Dovete capire che quel che Milosevic sta facendo è come uno dei nostri crimini razziali…”. Ma in America i crimini dell’odio sono risolti dalla polizia, a livello urbano, ma noi non stiamo inviando la polizia newyorkese di Rudolph Giuliani o quella dell’Illinois ad arrestare un criminale: stiamo combattendo una guerra contro un altro stato; e il fatto che quel governo sia demoniaco, che non abbia pietà di donne, vecchi e bambini, ne fa una guerra giusta, ma non un’azione di polizia. Il concetto che gli Stati Uniti debbano evitare ad ogni costo i “body bag” dei loro soldati non può trovare posto in una guerra; ma la gente dice: non dimentichiamoci del Vietnam, non ripetiamo gli errori degli anni Settanta, ma quelle lezioni politiche di vent’anni fa non trovano riscontro nella realtà di un Kosovo in fiamme.

Se dovessero essere sinceri i leader di Londra, di Parigi e Washington e Roma e Bruxelles dovrebbero ammettere: “Ci spiace ma noi non facciamo la guerra”, e invece nessuno è disposto ad ammetterlo: preferiscono fare un patto col diavolo e continuare con queste azioni inefficaci per proteggersi dalle accuse di passività. Nessuno vuole ammettere che solo una vera guerra potrebbe risolvere la situazione.

Qual è la possibilità che si voglia passare alla terza fase, quella dell’invio di truppe?

Remota per il momento, ma non dimentichiamoci che i serbi potrebbero benissimo esagerare, come hanno fatto in Bosnia. Se non avessero bombardato la piazza del mercato per un’ultima volta, se non avessero massacrato la popolazione di Srebrenica, la Nato non sarebbe intervenuta. Ma i serbi non sanno quando fermarsi. Se dovessero lanciare un missile sull’Italia, se Arkan dovesse creare una situazione difficile in Macedonia, se dovessero uccidere i tre americani, allora ci sarà un intervento armato massiccio. I soldati ci sono, ma i leader europei non fanno un passo senza la leadership americana per cui, conoscendo Clinton, direi che i bombardamenti continueranno a lungo, forse finché si sarà riusciti a creare una piccola zona franca in Kosovo, com’era successo coi francesi in Ruanda, dove poter mantenere la popolazione, senza creare una gravissima crisi immigratoria in Italia. E chiunque volesse osservare attentamente l’Europa e progettarne il futuro, vedrebbe subito l’immane spettro dell’immigrazione e si spaventerebbe di fronte alla paralisi dei suoi leader. Come riuscirete voi in Italia a prevenire l’afflusso di rifugiati? L’Albania non può certo contenere 200mila rifugiati. A mio parere le cure per il Kosovo possono essere due: l’indipendenza o una presenza della Nato che la protegga e che possa invogliare la popolazione a rimanere. Ma per il momento i leader europei aspettano le decisioni americane e Washington non vive la crisi dell’immigrazione clandestina con la stessa immediatezza italiana, e Clinton non prenderà decisioni basandole sulle conseguenze umanitarie del suo Paese, che rimane oltre l’Oceano. Anzi: si preoccupa molto più delle problematiche americane, domestiche, che non della politica estera. E non è certo circondato da grandi diplomatici o pensatori che sappiano analizzare a fondo il carattere di Milosevic. Una democrazia oggi, a mio avviso, fa veramente fatica a capire realisticamente la politica di un Paese non democratico: noi crediamo che bombardando Belgrado possiamo provocare la rabbia dei serbi, ma ci dimentichiamo che dove non c’è la democrazia il parere della popolazione non conta. In un certo senso Clinton crede che Milosevic, come lui, debba reagire ai sondaggi, al parere dell’elettorato, assecondando il parere dei serbi; e che Clinton creda che se tre serbi fossero catturati dalla Nato anche Milosevic, come lui alla Casa Bianca, potrebbe affrontare una grave crisi politica.

Clinton e il Pentagono: un rapporto da sempre difficile. Cosa sta succedendo in questi giorni?

Il Ministero alla Difesa americano è un’istituzione molto complessa… quella di maggior successo dopo i computer della Silicon Valley. Loro, ad esempio, hanno risolto perfettamente il problema razziale, diventando l’unico mondo dove oggi si vedono bianchi e neri andare perfettamente d’accordo, anche nel profondo Sud, nella Luisiana, nel Texas: perché vivono in “army land”, nella terra dell’esercito. Ma il Pentagono è anche un’istituzione molto sospettosa del mondo civile e politico: i loro valori sono sempre più distanti da quelli di Washington o delle grandi metropoli. E gli ufficiali sono anche profondamente convinti che i politici, prima o poi, li tradiranno. Per cui, per questione di principio, non vogliono mai intervenire. I soldati capiscono che una guerra porta anche perdite umane, lo capiscono molto meglio dei civili; ma i generali, che nel Vietnam erano reclute, e che ricordano la storia, sono convinti che se dovessero intervenire militarmente, e cercare di vincere una guerra, eventualmente l’establishment politico li tradirebbe; e la loro reazione è semplice: sapendo che ci tradirete non vogliamo neppure intervenire. Gli ufficiali vedono in Clinton il tipico esempio di tutti i “peccati” del mondo civile, della debolezza di carattere americana; e molti non vogliono neppure prendere ordini da lui. Molti sono convinti che se Al Gore fosse presidente gli Stati Uniti sarebbero intervenuti in Bosnia, perché Gore ha fatto il servizio militare. Così, stranamente, con il Kosovo, il Pentagono si trova d’accordo con Washington: minimizziamo questa guerra, cerchiamo di far bastare i bombardamenti, dimentichiamo il Kosovo, appena possiamo.

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