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Salari dei manager svizzeri. Ecco cosa è successo veramente col referendum

marzo 6, 2013 Massimo Giardina

Il responsabile della Svizzera italiana della Federazione delle imprese spiega il referendum sui salari dei manager: «Non ci saranno dei limiti e le cose non cambieranno molto»

«Chi ha detto che in Svizzera ci sarà il livellamento dei salari dei manager? Questa è una cosa falsa», parola del responsabile della Svizzera italiana della Federazione delle imprese (Economiesuisse), Angelo Geninazzi che spiega a tempi.it l’iniziativa nata anni fa da un imprenditore della Svizzera del nord e che ha raccolto l’approvazione della maggioranza dei cittadini elvetici e di tutti i cantoni lo scorso fine settimana. L’iniziativa, “contro le retribuzioni abusive”, si riferisce a quei bonus una tantum che fanno lievitare gli stipendi dei manager a cifre da capogiro (buone uscite da 50 milioni di franchi). Ci sono in più degli stipendi di gestori di banche o aziende farmaceutiche che vanno da 30 ai 50 milioni di franchi l’anno.

Geninazzi, cosa prevede il nuovo provvedimento?
In sostanza questa iniziativa non limita gli stipendi come è stato erroneamente detto perché non pone dei tetti massimi, ma cerca di rafforzare i diritti degli azionisti nei confronti dei manager e dei consigli di amministrazione. Dal punto di vista tecnico, depurato l’impatto politico di questi giorni, non penso che le cose cambieranno molto. Il vero problema è che questa iniziativa comprende 24 disposizioni per le quali le imprese quotate in borsa vengono vincolate con eccessivi obblighi come l’elezioni annuale del consiglio di amministrazione delle aziende oppure l’approvazione da parte degli azionisti dei salari delle direzioni. Questo non è molto logico perché i direttori rispondono ai cda. Il nostro governo ha preso atto di quanto proposto su iniziativa popolare e, prima del voto, ha avanzato un controprogetto che non andasse a minare la flessibilità del diritto svizzero e limitare il margine di manovra delle imprese quotate in borsa. Se il popolo avesse votato “no” all’iniziativa, il progetto sarebbe automaticamente diventato legge, mentre così non è stato.

Perché i cittadini elvetici hanno votato in questo modo un po’ anomalo rispetto a come conosciamo la Svizzera?
Si sta facendo spazio una cultura sbagliata per cui se si limitano i bonus, ci guadagna la società. Il voto di domenica era un voto di protesta dove i cittadini dicendo “sì” hanno comunicato un sentimento di rabbia nei confronti di pratiche salariale a volte discutibili. Nel 2010 si è votato sul tassare i ricchi per evitare la concorrenza tra cantoni: gli svizzeri hanno votato contro perché ritenevano i più benestanti una risorsa per la confederazione. È  stata una decisione saggia. Nel marzo 2012 un’iniziativa chiedeva sei settimane di vacanze per tutti e anche in questo caso il popolo svizzero ha votato contro in modo plebiscitario mantenendo le quattro attuali. Quella è la Svizzera che conosciamo e non credo che la gente sia cambiata radicalmente in un anno; probabilmente il tema dei salari abusivi ha toccato un nervo aperto e eviterei le strumentalizzazioni lette sui giornali. Con questo non vogliamo dire che alcuni salari fuori dal mondo non debbano essere contestati, ma per noi è importante che le imprese possano organizzarsi più liberamente possibile e in più occorre considerare caso per caso.

Del tipo?
Daniel Vasella è a capo della Novartis, la più grande industria farmaceutica della Svizzera, una società che genera 10 miliardi di utili l’anno e che retribuisce il proprio gestore per decine di milioni di franchi l’anno. Non si può contestare a Vasella di aver fatto un cattivo lavoro, anzi ha portato l’impresa a livelli competitivi eccezionali. Se lei fosse azionista di Novartis, andrebbe da Vasella a contestargli il suo stipendio nel momento in cui realizza 10 miliardi di utile?

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