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Sagoma di moderato in Campo rosso: Pisapia

settembre 29, 2017 Maurizio Tortorella

Troppo garantista per i compagni, troppo serio per la politica. Ecco perché l’illusione dell’ex sindaco di Milano era destinata a deludere la sinistra

Pisapia ansa

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – «Eravamo una grande tribù di sette fratelli, cinque maschi e due femmine, e tutti contestavamo la nostra famiglia. Ci aveva formato il mondo cattolico: io avevo fatto lo scout, e al Liceo Berchet di Milano avevo avuto come professore don Luigi Giussani. Ma l’aria del tempo mi aveva poi buttato nel Movimento studentesco. E mai avrei voluto seguire le orme di papà, famoso penalista, perché non capivo l’utilità sociale e politica della professione d’avvocato. Salvare una vita mi sembrava l’impegno più nobile: così m’iscrissi a Medicina e passai tutti gli esami dei primi due anni, mentre la sera facevo il barelliere alla Croce Rossa. Poi decisi di smettere di studiare e iniziai a lavorare, proseguendo l’impegno politico di base. Feci l’operaio in una fabbrica chimica, l’educatore al carcere minorile, dove mi presi l’ulcera, e l’impiegato di banca. Le lotte operaie e studentesche mi portarono a Torino e m’iscrissi a Scienze politiche, indirizzo sociologico: una facoltà che mi sembrava vicina ai miei veri interessi…».

In questo breve “autoritratto dell’artista da giovane” c’è tutto il Giuliano Pisapia di oggi: l’ex sindaco di Milano che a 68 anni suonati, alla guida della sua creatura, “Campo progressista”, negli ultimi sei mesi ha incarnato forse l’ultima speranza unitaria della sinistra italiana. Generoso, perennemente affascinato dalle lotte per i diritti civili, spinto da chissà quale intima pulsione a negare con tutte le sue scelte e con tutto sé stesso quel suo essere in realtà profondamente e intimamente moderato (nel migliore senso del termine), in marzo Pisapia aveva voluto fondare l’ennesima “cosa rossa”: un movimento aggregante dei progressisti. Da buon quarto di sette fratelli, e in quanto tale inevitabilmente portato a mediare, Pisapia ha fatto capire di puntare a qualcosa di assai diverso dal Partito democratico, soprattutto quello di Matteo Renzi, ma programmaticamente destinato a trattare con il Pd per dare vita a una nuova unità del centrosinistra. La frase che ogni tanto gli sfugge, anche nei momenti in cui è più lontano dalle iperboliche sparate del Rottamatore, è che «il rapporto con il Pd è ineludibile».

Così, per mesi, il “Campo rosso” di Giuliano ha suscitato speranze. Non dispiaceva ai democratici, e nemmeno ai renziani, né agli scissionisti di Mdp. È stato salutato con entusiasmo perfino da quel campione di disincanto e cinismo che è Massimo D’Alema: «Pisapia ha fatto fare un salto di qualità nel percorso di un soggetto politico di centrosinistra, ed è un leader che genera speranza», aveva garantito ancora il 14 luglio l’ex presidente del Consiglio.

Poi Giuliano, purtroppo per lui, s’è impegolato nell’orrida e torrida campagna di Sicilia. Dove i suoi critici, fuori e dentro la sinistra, gli rimproverano con qualche ragione di aver detto tutto e il contrario di tutto. Prima s’è avvicinato troppo al Pd, con quell’abbraccio pubblico a Maria Elena Boschi che gli ha attirato le peggio nefandezze della sinistra-sinistra. Dopo ha dichiarato il suo «mai con Angelino Alfano»: e così, per una banale equazione, tutti hanno dedotto che non volesse stare con chi sta con Alfano, quindi con il Pd. Quindi è tornato a parlare di unità con i renziani, ma subito ha ri-cambiato idea, annunciando di condividere il progetto degli scissionisti di Mdp, D’Alema e Pier Luigi Bersani, il cui unico scopo esistenziale è in realtà cacciare Renzi per sempre dalla vita politica. Infine, forse colto da disperazione per l’insopportabile tasso di litigiosità dei suoi compagni, l’ex sindaco ha pronunciato una frase labirintica: «C’è da chiarire se rivive il progetto originario di una coalizione di centrosinistra che sfidi il Pd ma che sia di centrosinistra». E le vertigini hanno coperto il resto.

Una Narcos in salsa siculo-politica
Il risultato finale non è stato soltanto colpa degli slalom verbali di Pisapia, è evidente: perché i campanilismi e i personalismi della sinistra italiana sono un male antico, da sempre capace di strangolare il più vigoroso lottatore di sumo. Ma oggi, in Sicilia, l’effetto pratico di tutto questo dire e contraddire sembra la metafora politica di una puntata particolarmente sanguinaria di Narcos, la serie tv che narra le gesta di Pablo Escobar e delle guerre armate tra i cartelli colombiani della droga: perché adesso il Pd ha il suo candidato, il rettore palermitano Fabrizio Micari, e la sinistra-sinistra ha il suo, Claudio Fava, che alla fine ha ottenuto l’appoggio di Campo progressista e di Pisapia. E i due schieramenti sono già ai ferri corti per il controllo del territorio e dell’ultimo voto. Una Narcos in salsa siculo-politica, appunto: e in questa tornata elettorale fondamentale la sinistra ha detto addio a tutti i sogni unitari.

Insomma, sei mesi dopo Giuliano è già finito in un angolo, e il suo Campo progressista ha perso (forse per sempre) la funzione aggregante. Tanto che un osservatore della politica prudente e consapevole come Paolo Mieli gli ha cantato un malinconico de profundis: «Ormai – ha scritto l’ex direttore del Corriere della Sera – è chiaro che Pisapia non è un attore adatto alla commedia politica così come va in scena di questi tempi. Ha un passato di garantista che lo rende antipatico a molti suoi futuri compagni d’avventura, è tormentato dai dubbi delle persone intelligenti, dalle incertezze e dai ripensamenti di chi non è mai stato un politico di professione. Qualsiasi amico sincero lo avrebbe sconsigliato in partenza di avventurarsi nel campo minato dove s’è andato a ficcare». Giusto.

Ma quel che è chiaro a tutti è che, purtroppo per il futuro della sinistra, Pisapia non vola più tanto alto. E che il Campo progressista pare piuttosto un campo d’atterraggio. Questo è davvero un peccato, anche per chi di sinistra non è, perché l’uomo è molto più onesto e intelligente e colto di tanti altri protagonisti di quella parte. Certo, Giuliano porta in sé alcune contraddizioni irrisolte, molte di quelle stesse che bucherellano come una ruggine la sua parte politica. Non per nulla, in Campo progressista tra i consiglieri s’è scelto Gad Lerner, mentre tra i compagni di strada ha Laura Boldrini.

Se però si osserva la sua biografia, alcune cose si spiegano. Perché alla fine Pisapia non ha fatto medicina «per salvare vite», come sognava: si è laureato in legge, e dopo un periodo trascorso in piena autonomia, nelle aule dei tribunali civili, è finito proprio nello studio di suo padre Giandomenico, il grande penalista e giurista. Forse è stato convinto a quel passo dalla fatidica esperienza da “gruppettaro”, che nel 1980 lo aveva visto addirittura finire in carcere per un’inesistente accusa di partecipazione a banda armata. Quell’accusa fu poi travolta da un’assoluzione piena (il pm, Armando Spataro, parlò esplicitamente di un errore giudiziario).

La necessità di scendere a patti
Giuliano stesso ha raccontato che l’incontro con il diritto penale è stato un colpo di fulmine: «Capii il ruolo della difesa per il sostegno di determinati valori e di alcune persone, avvertii l’importanza sociale di quella professione». Ma pur se è evidente che la sua scelta del mestiere d’avvocato ha avuto intense e oneste motivazioni ideali, anche su quel versante Pisapia ha mostrato intime contraddizioni e ha dovuto scendere a patti. In questo caso con un padre, il giurista autore del Codice di procedura penale, la cui figura – va riconosciuto – aveva dimensioni così monumentali da rivelarsi ingombranti per chiunque. Ha ricordato Pisapia jr: «Con mio padre, una sera, strinsi il patto: sarei andato a lavorare con lui, con l’impegno di non compromettere con le mie scelte politiche estremiste la reputazione dello studio. In cambio, papà avrebbe rispettato il mio impegno sociale». Ed è vero che in tribunale poi Giuliano ha difeso gli interessi di grandi banchieri e di finanzieri alla Carlo De Benedetti, ma ha sempre cercato di “salvarsi l’anima” occupandosi anche di poveri drogati.

Poi, dopo la morte di suo padre, Pisapia ha fatto il politico e per due legislature è stato parlamentare di Rifondazione comunista. Avrebbe potuto essere un ottimo ministro della Giustizia, e se non lo è diventato è stato soltanto perché aveva idee molto (troppo) indipendenti e diverse da quelle della sua parte: garantismo, rifiuto dell’utilizzo mediatico e politico degli atti giudiziari e delle intercettazioni. Anche in questo caso la contraddizione non gli ha giovato. Ed è stato un gran peccato soprattutto per il paese, perché se Pisapia fosse diventato guardasigilli probabilmente avremmo avuto una serie di riforme ben fatte, capaci di risolvere almeno alcuni dei peggiori problemi della giustizia italiana.

Un solo gravissimo difetto
Se poi vogliamo continuare a giocare con la psicoanalisi, è evidente che oggi, tra i suoi interlocutori, Giuliano non può individuare nessun sostituto onirico di suo padre Giandomenico. Né D’Alema, né tantomeno Bersani, che pure continua a titillarlo con la proposta di essere il leader della sinistra-sinistra, hanno quel carisma o quel fascino intellettuale. Di quanto passa il convento del Pd, poi, non parliamo nemmeno…

A tirare le somme, alla fine il problema è che Giuliano Pisapia tra mille pregi un difettino ce l’ha: è di sinistra. Per dirla meglio, è di quella sinistra incasinata, egocentrica, legata a un passato disastroso e falso, che spesso ha sbagliato fondamentali calcoli politici, divisa com’è tra il cielo azzurro dei sacrosanti diritti dell’umanità e le dure pietre della realtà avversa, che non sempre riesce a comprendere prima di trovarsele suo malgrado crudelmente stampate in faccia. Ecco, oggi a Giuliano qualcuno potrebbe dire che non si deve necessariamente stare con questa sinistra scombiccherata per cercare di difendere strenuamente i diritti civili, per fare politiche effettivamente progressive, per essere onestamente garantisti. Gli si potrebbe instillare il dubbio che anche certi schieramenti sono finiti, che sono il passato. Che oggi c’è bisogno di altro. Per convincerlo, però, ci vorrebbe forse un don Giussani. Ma di tipi come lui, proprio come Pisapia, purtroppo non se ne vedono più molti in giro, né a destra né a sinistra. Che peccato.

Foto Ansa

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