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Safe House, nessuno è al sicuro davvero

marzo 8, 2012 Simone Fortunato

Un buon thriller appena sbarcato nei cinema italiani. Ritmo sostenuto, cast notevole anche se in alcuni casi utilizzato male e molte scene d’azione. Espinosa è ancora un po’ acerbo ma promette bene per il futuro.

L’idea di partenza e lo scenario sono interessanti. A Città del Capo, come in tutte le grandi città del mondo, esiste una Safe House, una casa di controllo dove gli agenti della CIA possono fare i loro interrogatori al di fuori di fuori delle leggi vigenti del paese ospitante. In una di queste Matt Weston (Ryan Reynolds, meno rigido di altre prove) si trova tra le mani uno dei ricercati più pericolosi da anni, il Tobin Frost interpretato con la solita esperienza da Denzel Washington. Seguirà un bel macello. Il regista (svedese a dispetto del nome) Daniel Espinosa al primo film hollywoodiano dimostra buon mestiere e una certa solidità di regia. I riferimenti cinematografici sono i soliti: la grande eredità lasciata dalla trilogia di Bourne sia in termini strettamente cinematografici con il montaggio nervoso e la macchina a mano degli ultimi due film diretti da Paul Greengrass sia in termini ideologici.

Se il Jason Bourne è lo 007 figlio della tragedia dell’11 settembre e quindi fragile psicologicamente, afflitto da ricordi che faticano a riemergere, insomma eroe forte e debole al tempo stesso, i due protagonisti del film di Espinosa sono afflitti dagli stessi problemi. Il legame con uno scomodo presente e la doppia vita per Reynolds che oltretutto si sente assai inadeguato come uomo d’azione perché pressoché privo di esperienza e le grosse contraddizioni che stanno dietro al Tobin Frost di Washington, personaggio a più facce e con grossi problemi con il Potere costituito. Sta qui la forza del film, strutturato come un solido film d’azione con un buon ritmo che fa dimenticare qualche inverosimiglianza di troppo: la forza di due personaggi a confronto e uno scenario molto cupo dipinto sulla CIA, che da qualche anno a questa parte è sempre più tinta di nero: Nessuna verità e L’ombra del potere, solo per citarne un paio. Non mancano i punti deboli: Espinosa guarda anche cinematograficamente al regista meno dotato della famiglia Scott, il Tony di Unstoppable, Man on Fire, Domino e Spy Game.

La fotografia sgranata dai colori saturi sembra presa di peso dal suo cinema così come uno sguardo che sembra spesso più preoccupato del ritmo e della riuscita delle scene d’azione che della verosimiglianza di alcune situazioni o del realismo della psicologia dei personaggi. Così del cast notevole di Safe House – Nessuno è al sicuro, solo il personaggio di Brendan Gleeson, tra gli eccellenti comprimari, è trattato con una certa profondità mentre Vera Farmiga e Sam Shepard, entrambi quadri dirigenziali della CIA, sono utilizzati poco in chiave drammatica e spettacolare. Altre cose funzionano: l’incipit è notevole e anche l’entrata in scena del grande Robert Patrick a guidare il crudo interrogatorio a cui verrà sottoposto Washington; in generale Espinosa sa girare sia interni (una buona parte delle sequenze d’azione avvengono nel chiuso della Safe House) sia in esterni, regalando al pubblico un suggestivo inseguimento allo stadio. Dirozzando un paio di personaggi in più e abbassando il livello di fracasso e di caos che ogni tot copre l’intera narrazione, ne sarebbe venuto fuori un gran bel thriller.

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