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Rossi: «I sindacati difendono gli interessi di una parte, non quelli di tutti»

maggio 9, 2014 Matteo Rigamonti

Secondo l’economista lo scontro tra Renzi e Camusso non deve intimorire il premier. «Il governo adotti le leggi che servono per aprire il mercato»

susanna_camusso_cgilIl duro scontro tra Matteo Renzi e Susanna Camusso non sorprende più di tanto Nicola Rossi. Già senatore Pd, professore di Economia Politica a Roma, presidente dell’Istituto Bruno Leoni, guarda con occhio smaliziato alle diatribe dialettiche tra il presidente del Consiglio e il segretario della Cgil. «Il sindacato deve capire che la musica è cambiata», dice quello. «Distorsione della democrazia», ribatte la segretaria. «Ma io – spiega Rossi a tempi.it – non credo si tratti di alcunché di nuovo rispetto al passato: del resto ci sono illustri precedenti e penso che siamo ancora nell’ordine normale delle cose. È fisiologico, infatti, che chiunque in un governo aspiri a un cambiamento, si possa trovare a dover fare i conti con qualcuno che non è d’accordo».

Rossi, a chi sta pensando?
A molti casi del passato in cui tentativi di riforma del mercato del lavoro o del welfare sono stati messi in atto, ma si è sempre incontrata l’opposizione del sindacato, specie della Cgil. Mi vengono in mente, per esempio, D’Alema e Cofferati nel 1999 o anche le diatribe sulla scala mobile.

Ora, però, le attese di un cambiamento sono maggiori che in passato.
Ed è normale che eventuali modifiche e correttivi al mercato del lavoro incontrino ancora la contrarietà del sindacato. Non dobbiamo mai dimenticare, del resto, che il sindacato non difende gli interessi di tutti, bensì quelli dei suoi iscritti e quindi, in particolare, di chi ha un lavoro e dei pensionati. E se lo fa legittimamente, sia chiaro. Ma pensare che un sindacato non sia portare di interessi particolari è un errore gravissimo.

Di cosa ha bisogno il mercato del lavoro, oggi, in Italia?
Dal mio personale punto di vista, l’Italia ha un bisogno disperato di aprire le porte di ingresso nel mercato del lavoro a chi non riesce ad entrarvi. E si tratta di qualcosa che, per le ragioni appena dette, non penso potrà mai incontrare la totale apertura da parte del sindacato.

Un governo che ha a cuore il futuro del Paese, quindi, cosa dovrebbe fare?
Io spero che vada avanti dritto, adotti i provvedimenti di legge che sono necessari e lo faccia affidandosi al dibattito in Parlamento. Perché quella è la sede opportuna della discussione. Altre sedi sono informali o inappropriate. Anche in Parlamento, oltretutto, siedono autorevoli esponenti che sono espressione del mondo sindacale. Loro sapranno decidere cosa è meglio per questo Paese.

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4 Commenti

  1. Cisco scrive:

    Resta il fatto che l’occupazione si crea se c’è lavoro, e il lavoro si crea se ci sono coraggio, innovazione e capacità manageriali. La discussione sulla flessibilità, pur necessaria, mi sembra surreale, quasi un pretesto per far vedere che la politica può risolvere il problema. Ma non può, perché anche il lavoro e’ materia di educazione.

  2. francesco taddei scrive:

    l’apertura alla flessibilità dovrebbe esserci anche per gli statali, ma bonanni è più forte della camusso e ha chiuso la questione ancora prima che qualcuno fiatasse.

  3. filomena scrive:

    La cosa surreale è che si con danni o le scelte etiche relativiste e poi invece si rinunci alle certezze offerte dagli strumenti, come il lavoro, che rendono effettivamente libera la persona.

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