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Roma. «Il suo bambino è morto, prenda questo farmaco per abortire». Poi è nato un bimbo di 3 chili e mezzo

marzo 24, 2014 Redazione

Storia di Maria che una diagnosi errata stava per rendere «la carnefice» di suo figlio. E che ora ha fatto causa ai medici di un ospedale romano.

«Il feto era morto, il cuoricino non batteva, l’ecografia era piatta». Così avevano detto a Maria i medici del Pronto soccorso del San Giovanni Calibita Fatebenefratelli. Alternative? Solo l’aborto terapeutico. Invece, poi, il piccolo è nato perfettamente sano e oggi, che ha tre mesi e mezzo, la madre ha deciso di fare causa all’ospedale. È la storia raccontata oggi sulle pagine del Messaggero e che narra di una donna che, solo grazie al suo “sesto senso di mamma”, ha salvato la pelle del suo bimbo.

ABORTO O FARMACO. La vicenda inizia il 4 aprile del 2013 quando la donna si presenta al PS di ginecologia perché in ansia per alcune perdite. I medici le dicono che ha avuto un aborto interno e che non c’è segno che il cuore del bambino sia ancora attivo. «Alla quinta settimana bisognerà procedere col raschiamento. Consigliamo il ricovero. Se vuole lo disponiamo subito». Ma Maria è dubbiosa, così la dottoressa le consiglia di assumere un farmaco per provocare l’espulsione e tornare a casa. Come racconta il Messaggero «il tutto viene sintetizzato sul verbale di pronto soccorso. La paziente “entra alle 11.06 ed esce alle 15.44″. “Diagnosi: aborto interno. Informata sul decorso clinico della terapia, la paziente decide il trattamento con Methergin cpr”.

IL BAMBINO C’E’. La donna acquista il farmaco, ma non lo ingerisce. La sera fa qualche ricerca su internet e scopre che non sempre il battito di un bambino, alla quinta settimana, è rilevato dai macchinari medici. La mattina dopo si reca dal suo medico di base che la rincuora: «Non prendere il farmaco. È presto. Aspettiamo una settimana per capire se c’è stato o meno l’aborto interno». Solo qualche giorno dopo una nuova ecografia conferma quel che Maria “sentiva”: il bambino c’è e cresce.

«CARNEFICE DI MIO FIGLIO». Il mio bambino è nato il 2 dicembre del 2013», ha raccontato Maria. «Pesava tre chili e mezzo. Ho avuto una gravidanza e un parto naturale sereno. E ogni volta che mi soffermo a guardare il mio piccolo mi rendo conto del pericolo scampato. Se non avessi seguito il mio istinto sarei stata io stessa la carnefice di mio figlio. Ecco perché sono sempre stata convinta che un’azione legale fosse un’iniziativa non solo giusta, ma doverosa. Nei pronto soccorso il personale deve essere altamente qualificato. Non si può sbagliare con la vita».

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6 Commenti

  1. filomena scrive:

    Questo è un errore medico come purtroppo ne possono succedere altri e non va strumentalizzato per lasciar intendere che si voleva convincere la donna ad abortire.

    • angelo scrive:

      Nessuno ha detto che si voleva indurre la donna ad abortire, anche perchè i medici dicevano che l’ aborto c’ era già stato. Cos’ha? La coda di paglia?

      Il problema della legge 194 non è che i medici inducono la donna ad abortire (anche se spesso succede pure questo). Il problema è già “acconsentire” ad abortire, cioè lasciare commettere un delitto (e aiutare a farlo) e metterlo in conto al servizio sanitario nazionale.
      Il bambino non è una malattia, e quindi ammazzarlo non è una cura.
      Quanto al fatto che le femministe si stracciano le vesti dicendo che “l’ aborto clandestino causa morti” di donne… è un discorso assurdo.
      Se loro non abortissero (salvo il caso di conclamato pericolo di vita per la madre) non morirebbero e non farebbero morire nemeno il bambino.

      • Anonymous scrive:

        Caro angelo noi conosciamo quella donna di persona e possiamo assicurarti che questi siti strumentalizzano la cosa,quindi non giunga a conclusioni affrettate…La donna ha detto che è passata alle vie legali perché come è stata fatta a lei questa cosa potrebbe essere fatta a chiunque se sei in ospedale SI ESIGE PROFESSIONALITÀ tutto questo è riferito anche a la sig. Filomena Chiudiamo.

        • filomena scrive:

          Che si esiga professionalità è fuori di dubbio, l’errore umano però ci sta sempre come in tutte le professioni.
          Qui sembra che di questo si tratti, non di interruzione volontaria di gravidanza.

  2. Chiara scrive:

    Incompetenza ma anche mancanza di empatia e “fretta” nel voler “risolvere il problema” sono entrambi inammissibili in casi delicati come questi, ma purtroppo ci sono…
    A me è successo che, a causa di un aborto spontaneo alla sesta settimana, i medici mi dicessero che fosse aborto al 99% ma per il restante 1% non ne erano sicuri, ma che se volevo potevo fare il raschiamento e “non pensarci più”. Alla fine il bambino non c’era più comunque, ma un po’ più di umanità mi avrebbe fatto piacere.
    Forse sarebbe stato meglio se avessero scelto un’altra professione.
    E a partorire i miei figli arrivati dopo questo episodio sono andata in un altro ospedale per evitare di ritrovarmi di fronte ancora a queste persone.

  3. Francesco scrive:

    E pensare che se un giudice sbaglia non si può fare nulla!! Al massimo paga lo stato (cioè NOI) per lui!

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